L’aria era densa della foschia proveniente dal vapore, mentre lapilli scintillanti disegnavano archi discendenti verso l’indistinta superficie marina. Come un’ombra ultramondana, l’alto scafo della Sandey si stagliava in primo piano, innanzi a un’orizzonte illuminato da un bagliore surreale che pareva alludere all’inferno stesso. A dirigere le operazioni, l’ormai celebre figura umana del geologo Þorbjörn Sigurgeirsson, come un capo dei vichinghi in equilibrio sulla prua di un’agile testa di drago. Nessuna vela tuttavia, a sospingere il suo sforzo, bensì gli affidabili motori della scavatrice nautica Sandey, fatta giungere all’inizio di marzo dalla terra principale d’Islanda. Fin presso le coste dell’ardente Heimaey delle isole Vestmannaeyjar, che dal 23 gennaio stava gestendo l’infuriata contingenza dell’assedio di elementi provenienti dalle inconoscibili regioni ctonie del pianeta stesso. Terra. E Fuoco. Non dal cono o dal cratere di un vulcano precedentemente conosciuto e sottoposto a sorveglianza, bensì la formazione lavica del promontorio stesso, improvvisamente fessurato e intento al catastrofico rigurgito, là dove oltre 400 nuclei familiari avevano costruito le proprie case. Giungendo a costituire uno dei porti commerciali più importanti dell’intero paese. Infrastruttura adesso minacciata, assieme al resto dell’insediamento, dall’immensa forma di un nemico senza esperienze antecedenti: Flakkarinn il Vagabondo, un grumo lavico formato dall’intera porzione craterica settentrionale della neonata Eldfell, ovverosia letteralmente la “Montagna di Fuoco” sufficiente a spazzar via ogni cosa che costoro avessero mai amato, costruito o conosciuto nel corso delle proprie comparabilmente insignificanti esistenze. Se non che Sigurgeirsson, sulla base di un esperimento condotto sei anni prima durante una delle frequenti eruzioni della vicina isola di Surtsey, era giunto dalla capitale con un piano tanto elaborato quanto semplice dal punto di vista esecutivo. Che vedeva squadre di maestranze, pompieri e addetti alle costruzioni frapporre il proprio stesso essere dinnanzi all’inarrestabile fronte di morte fiammeggiante. Spruzzandogli con pompe e manicotti la sostanza che costituiva la sua antitesi fin dalla notte dei tempi. L’acqua gelata dell’Atlantico, ovviamente. Dopo i primi tentativi incoraggianti effettuati per l’intero mese di febbraio, tuttavia, si era ormai giunti ad un punto di svolta. E se il Vagabondo non fosse stato arrestato, di lì a poco non sarebbe più rimasto nulla da poter pensare di trarre in salvo. Mentre i tecnici impugnavano con mano salda le oblunghe maniche del poderoso impianto, dal ponte stesso lo spregiudicato geologo diede l’atteso segnale. Allorché i tortuosi tubi di condutture d’acciaio, ombre scure sulla lava tratteggiate a diramarsi come inconcepibili radici dalla potente pompa dell’imbarcazione stessa, iniziarono a vibrare per l’immenso volume d’acqua che passava all’interno. In un minuto simultaneo, il pezzo di montagna iniziò ad essere colpito da più lati allo stesso tempo. In quel fatidico frangente, sembrò quasi che le Norne avessero bloccato il flusso delle cause pendenti. Gli stessi Dei e jötunn, dalle regioni delle proprie iperboree dimore, osservano con interesse l’esito di tale scontro tra l’umanità e l’incontenibile potenza del Destino…
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Dall’atomica al rifornimento aereo, l’evoluzione decennale dell’ultimo gigante dei ponti di volo
La drammatica conclusione del secondo conflitto mondiale, secondo le modalità precisamente scelte dal comandante in capo F.D. Roosevelt, evidenziò di fronte al mondo come nulla sarebbe stato, a partire da quel fatidico momento, più conforme alle stesse regole d’ingaggio o dipanarsi degli eventi. Con la distruzione nucleare di due città capace d’instillare un senso di sgomento non soltanto nei nemici ed alleati della Nazione, ma anche nella stessa macchina amministrativa che aveva, nel corso degli ultimi sei anni e un giorno, condotto il sofisticato balletto coadiuvato con gli sforzi della coalizione su scala globale. Gli ammiragli responsabili di uno degli strumenti più importanti in tal senso, le formidabili portaerei delle classi Yorktown, Essex e soprattutto le moderne Midway, compresero immediatamente come il mancanza di un ruolo di quest’ultime in materia di deterrenza nucleare le avrebbe inevitabilmente condannati all’irrilevanza. Fu così che già nel 18 aprile 1949 nei cantieri di Newport, con un’approvazione soltanto parziale del Congresso, il rappresentante di categoria John Sullivan impostò i lavori per quella che sarebbe dovuta diventare la CVA-58 USS United States, prima di una nuova classe di navi con ponte di decollo dal dislocamento di 65.000. Un’operazione tanto attentamente calibrata e con solido supporto da parte dell’Alto Comando, che soltanto l’intervento repentino del segretario alla Difesa Louis Johnson poté bloccare la prima tranche dell’investimento da 189 milioni di dollari connesso alla realizzazione del progetto, dando inizio ad uno scontro tra le autorità civili e militari tali da portare alla dimissione di svariati eroi decorati del conflitto. Il sogno naufragato nella cosiddetta rivolta degli ammiragli, tuttavia, aveva suscitato l’interesse nelle sfere pertinenti nei confronti di una nuova soluzione bellica. In un mondo in cui i sistemi balistici intercontinentali erano ancora un mero spettro all’orizzonte, per non parlare dei sommergibili con a bordo il terrificante missile Polaris, la possibilità di far decollare in qualsiasi mare e in qualsiasi momento un moderno emulo dell’Enola Gay non poteva essere semplicemente accantonata. Il che avrebbe visto trasformare già verso l’inizio degli anni ’50, per intercessione del Capo delle Operazioni Navali, la commessa per il velivolo da 45 tonnellate immaginato per l’imbarco sulla superportaerei di Sullivan in qualcosa di più leggero, versatile e realisticamente pronto all’utilizzo. L’apparecchio risultante avrebbe costituito il primo bombardiere strategico imbarcato degli Stati Uniti e del mondo. Continuando a servire, in varie iterazioni successive, fino per oltre 40 anni fino all’inizio della guerra del Golfo.
Eppure, complici i meri 282 esemplari prodotti, non molti conoscono fuori dagli Stati Uniti l’A3D Skywarrior della Douglas, affettuosamente soprannominato the Whale (la Balena) per i suoi 23 metri di lunghezza e 22 di apertura alare, sufficienti a creare un effetto quasi surreale durante il decollo dalle comparativamente appena sufficienti portaerei coéve. Il che avrebbe previsto, inevitabilmente, l’inclusione di avanzati sistemi per la piegatura delle ali e della coda verticale, ma anche la riduzione ai massimi livelli del peso di decollo, con artifici come la rimozione dei seggiolini eiettabili. Il che avrebbe portato tra gli avieri ad un secondo informale, meno lusinghiero acronimo di riferimento: All 3 Dead – Tutti e tre morti. Un peculiare tipo di oscura, eppure comprensibile ironia…
Balla, Bronco, indocile barchino che conduce i tronchi abbattuti nel dedalo dei fiumi americani
Le scoscese pareti della baia sembravano gli spalti di uno stadio, mentre la creatura faceva il proprio ingresso dall’angusto cancello dello scivolo di sgroppata. Equina nel contegno se non propriamente d’aspetto, considerata l’assenza di zampe, zoccoli, una testa, orecchie, coda e la criniera, un simile prodotto dell’ingegneria navale poteva contare nondimeno sull’esistenza di una sella con le briglie annesse, saldamente strette nelle mani del cowboy situazionale. In questo caso definito con l’epiteto non meno affascinante di log driver, “conduttore di tronchi” riferito all’eminente convergenza di quei grossi oggetti vegetali, giustapposti in un intrico tremulo sul pelo delle onde provenienti dal centro invisibile del mare. Raggiunto il massimo della concentrazione, stabilizzata la sua posizione, il cavaliere acquatico spinge allora innanzi la sua leva, imprimendo massima potenza al sottostante propulsore azimutale. Come Furia il prototipico cavallo, la tondeggiante piattaforma si ritrova dunque ad inclinarsi bruscamente verso l’alto, sciabordando ai lati per l’eccesso d’energia e il nefasto potenziale. Sempre più veloce, sempre più vicino allo corteccioso ingorgo, in apparenza indifferente al rischio d’incagliarsi o andare incontro a un disastroso cappottamento. Allorché uno scrutatore attento, volgendo il proprio sguardo alla struttura della prua cuneata, potrà individuare la ragione e la finalità di questo folle assalto. Per la presenza minacciosa di una serie di acciaiosi denti sovrapposti, pronti a conficcarsi come i denti di un crudele rostro nel combattimento oceanico dei tempi antichi. Non nell’affollata controparte, tuttavia, bensì la mera persistenza cadaverica della foresta ormai mutata in mero materiale ad uso e consumo della società vigente. Il gregge architettonico indefesso, ma legato alle precipue leggi della fisica evidente.
Cogliendo a pieno la metafora non è perciò difficile capire cosa stia cercando di fare il concentrato guidatore che compare in questo video canadese. Nella sua versione pratica e compatta, ancor più della normalità, di quella che assomiglia da ogni punto rilevante a un chiara pilotina dei contesti portuali. In questo modo trasferita, in base ad un tradizione del Nuovo Mondo, nelle booming grounds o arie di raccolta e smistamento, cuore decentrato di qualsiasi campo forestale o segheria nella filiera dello sfruttamento del territorio. Un’area geografica nota per l’assenza ed impossibilità di costruire strade, il che ha portato fin dall’era coloniale i boscaioli a fare impiego della migliore delle alternative naturali: i fiumi con le loro foci, fino ai golfi ed alle insenature della frastagliata costa occidentale del continente. Laddove al cavallo del confine, tra Canada e gli stati del Nordovest, attorno all’epoca degli anni ’50 iniziò a diffondersi una soluzione singolare. La cui valenza estetica è del tutto riassumibile nel nome commerciale di Log Bronc, in verità inventato da un’azienda situata sul lato di Washington del fiume eponimo della Columbia Inglese…
Il sole nel soggiorno, incorporato nel meccanico sistema planetario del Settecento
Eppur si muove: gli ospiti portati nel salotto dall’abbiente imprenditore dell’industria della lana di Franeker, Eise Eisinga, solevano guardare verso l’alto con lo sguardo al tempo stesso intrappolato e sospettoso. Dalle vigenti circostanze della meraviglia tecnologica più rinomata di questa piccola città universitaria d’Olanda. Cinque sfere che si stagliano contro uno sfondo di color celeste, appese ad altrettanti bastoncini di metallo, ed ulteriori due dorate, con lunghi fili che le portano ad avvicinarsi al pavimento sottostante. Una, la più grande, perfettamente immobile mentre l’altra gira e al tempo stesso funge come il perno di un corpo più piccolo, grazie a un ingranaggio dalla complessità evidente. O almeno, così dicevano le storie sul Koninklijk, il Planetario Reale in tal modo battezzato fin da quando Guglielmo d’Orange, primo del suo nome, acquistò nominalmente il marchingegno nel 1818, stipendiando al tempo stesso il suo prezioso costruttore e residente. Tutto proporzionatamente in scala dal punto di vista dimensionale, laddove l’asse cronologico dei movimenti era pensato al fine di essere conforme alla realtà. In altri termini, un anno era necessario affinché la doppia sfera usata per rappresentare Terra e Luna completasse un giro attorno alla “stella” centrale. 88 giorni per Mercurio, 225 per Venere, 687 per Marte, 11 anni per Giove ed oltre 29 per Saturno. Orizzonti temporali mediamente superiori alla durata di un piacevole koffietijd, tradizionale incontro pomeridiano con caffè e biscotti. Ma anche la durata tipica di un meccanismo tanto sofisticato, soprattutto quando costruito con i materiali e le tolleranze del secolo della scienza (il XVIII) per forza di cose inferiori alle tecnologie dei nostri giorni. Laddove l’opera di Eisinga, completata inizialmente nel 1781 e perfezionata ripetutamente fino al giorno della sua dipartita nel 1828, lungamente gli sarebbe sopravvissuta, continuando a funzionare, si dice senza interruzioni, per un periodo ormai prossimo ai 250 anni, abbastanza affinché l’unica sferetta con l’anello completasse il proprio giro ben 8 volte. Questo grazie a vari accorgimenti nella sua progettazione, ma soprattutto l’idea straordinariamente utile di accompagnarla a un manuale, dettagliato volumetto scritto di suo pugno, con informazioni approfondite di manutenzione, pezzi di ricambio e l’occasionale correzione necessaria dell’imprecisione frutto del passaggio dei giorni. Così nascono creazioni destinate a perpetuarsi lungo le generazioni, diventando piccole leggende nazionali ed approdando, infine, a un riconoscimento come quello di stimato patrimonio dell’UNESCO, ottenuto nel 2018 dopo la nomina da parte del Ministero della Cultura effettuata sette anni prima. Certe cose, si sa, richiedono del tempo. Incluso il meritato riconoscimento delle opere domestiche, costruite nella pace e nel silenzio…



