Dai creatori del modulo Apollo, la retrofuturistica locomotiva concepita per spostarsi senza toccare i binari

Camminando tra le file ordinate di vagoni che circondano il museo ferroviario di Pueblo, nel Colorado, si percepisce il senso delle ondate tecnologiche capaci d’istruire, attraverso un tempo di decadi, le scelte successive di coloro che condussero i vagoni del progresso lungo del diramazioni alternative della Storia. In questo sito, un tempo noto come High Speed Ground Test Center (HSGTC) iterazioni successive di un concetto, sopra ogni altro, furono condotte fino al culmine della propria cognizione progettuale: lo stato di un prototipo perfettamente funzionante. Da svariati punti di vista, persino soddisfacente. Benché destinato ogni singola volta all’abbandono, a causa di un problema ricorrente: il suo essere troppo diverso, rispetto a ciò di cui attualmente disponiamo. Atipico come la coppia di veicoli, entrambi concepiti sul finire degli anni Sessanta, che il visitatore intento a camminare tra i viali disegnati da equipaggiamenti ormai corrosi dalle piogge occasionali e i venti aridi del meridione statunitense, può trovarsi d’improvviso a scorgere dietro una cancellata sormontata da filo spinato; parzialmente sverniciati e macchiati dalla ruggine. Creazioni che pur funzionando all’epoca in base a princìpi operativi simili, non potrebbero sembrare più diversi nella propria fantascientifica apparenza. Da una parte la locomotiva aerodinamica del TACV o Veicolo a Cuscino d’Aria della statunitense Rohr, terza ed ultima iterazione sanzionata all’estero del progetto di monorotaia francese Aérotrain (vedi trattazione) scarno e minimalista, caratterizzato dall’assenza di un parabrezza frontale, avendo affidato le percezioni del pilota ad un sistema di telecamere con schermi all’interno. E dall’altra un qualcosa, se possibile, di persino più impressionante: l’astronave con il muso che ricorda lo Space Shuttle, dotata di tre ugelli a reazione preminenti nella propria parte superiore. E ai fianchi quelli che parrebbero a tutti gli effetti essere dei pattini o pannelli di appoggio, dalla forma di un rettangolo super-ellittico racchiuso in una spessa guarnizione. Ed è soltanto avvicinandosi il più possibile, mentre ci si china per guardare meglio, che sarà possibile individuarne altre due coppie nella parte sottostante. Esattamente là dove dovrebbero trovarsi, in condizioni del tutto convenzionale, le ruote. Trovandoci al cospetto, per usare terminologia specifica, del TLRV o Tracked Levitated Research Vehicle della Grumman, versione statunitense del principio mirante all’eliminazione di tali elementi, proprio perché giudicati lesivi al raggiungimento di una finalità cruciale: la velocità media di un falco pellegrino in picchiata. Quella stessa soglia dei 320-350 Km/h, attorno alla quale l’utilizzo di un sistema di spostamento su strada ferrata convenzionale andava incontro alla pericolosa vibrazione della cosiddetta hunting oscillation, capace di rimbalzare da un fianco all’altro dei cerchioni della sala montata, potendo causare perdite di stabilità e nel caso peggiore, persino il deragliamento. Il che aveva indotto a concepire, già a partire da una decade prima di quel periodo, la più semplice e diretta delle soluzioni: quella destinata a esonerare, per quanto possibile, ogni tipo di contatto del treno con i suoi stessi binari. Mediante l’utilizzo caso per caso, della levitazione magnetica oppure quella basata sul cuscino d’aria, come in una sorta d’hovercraft, rispettivamente esemplificati dai due tipi di mezzi rotabili fin qui citati. Ciò che rende tuttavia notevole l’esempio della Grumman, un’applicazione sotto molti punti di vista della competenza aziendale ed ingegneristica acquisita durante la recente corsa allo spazio, assieme alla NASA che partecipò obliquamente alla fase progettuale, è il modo in cui sia propulsione che sollevamento dal terreno dovessero essere forniti in questo caso da un singolo impianto di motori interconnessi tra loro. Nonché l’assenza di alcun tipo di rotaia metallica su cui aggrapparsi: giacché nei fatti, il TLRV era basato sull’idea che mantenere molte migliaia di chilometri di una vasca lineare in calcestruzzo sarebbe stato, in qualche maniera, più economico per ciascuna delle compagnie coinvolte…

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Il mistero allagato di Sant’Angelo Romano, anticamera degli Inferi poco fuori il Raccordo Anulare

Vivere in campagna ha i suoi vantaggi: aria pulita, pomeriggi silenziosi, un rapporto più profondo con l’immateriale spirito ed il senso del vivere nel mezzo della natura. Persino in zone adiacenti a grandi centri urbani, dove il passaggio delle strisce d’asfalto circonda e incapsula segmenti di quel mondo antico. La Riserva Naturale Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco è uno di questi luoghi: 1.000 ettari di verde, tra la valle del Tevere ed i Monti Cornicolani, data in gestione nel 1997 alla Provincia di Roma, che avrebbe individuato in essa una serie di percorsi attentamente calibrati per riuscire a preservare flora e fauna in un ecosistema, nonostante tutto, ancora ragionevolmente diversificato e non privo di elementi endemici o quanto meno, singolari. Qui, dove le case sorgono a intervalli irregolari, in luoghi come la frazione Selva del comune di Sant’Angelo Romano, un gruppo di villini inframezzati ad orti e zone pastorali. Ma è proprio nella zona retrostante ad una di queste tranquille dimore, oltre una macchia di querce, siliquastri e terebinti, che una recinzione artificiale blocca l’avanzare d’ipotetici curiosi, essendo stata posizionata da un abitante del posto che, in base a resoconti di seconda mano, affermerebbe di essere l’indiscusso proprietario di quanto si trova all’interno. Il che costituisce, nei fatti, un’impossibilità legale: giacché nessuno, in questa penisola, può possedere una meraviglia geologica di portata mondiale. Più profondo delle doline carsiche dell’area messicana di Zacatón. Della Sima Humboldt del Venezuela e persino del Dean’s Blue Hole delle Bahamas, giungendo a rivaleggiare e possibilmente superare il cosiddetto Abisso di Hranice in Cecoslovacchia, singola caverna allagata più profonda al mondo. Un dato, quest’ultimo, in apparenza fondamentale ma tutt’ora circondato da un alone d’incertezza latente: ciò in quanto, nonostante i tentativi, ad oggi nessuno può affermare con certezza incontrovertibile di aver raggiunto il fondo del nostro pozzo del Merro, con i suoi 392 metri accertati nel 2002, seguìti da un’ulteriore pertugio orizzontale troppo stretto per procedere, persino tramite l’impiego dei più avanzati droni batimetrici a controllo remoto. Di un fenomeno scoperto scientificamente in tempi relativamente recenti, per una semplice questione pratica: visto da fuori, un simile pertugio imbutiforme a null’altro assomigliava, che una depressione parzialmente riempita con gli occasionali sversamenti dell’acqua piovana. Almeno finché a qualcuno venne in mente, mediante l’utilizzo di strumenti di rilevazione morfologici e geologici di tale cavità, di mettere nero su bianco i suoi sospetti in merito alla sua estensione in senso verticale, come un pozzo sopra il bilico della sconosciuta immensità ctonia. Quel qualcuno era Aldo Giacomo Segre, autore nel 1948 di un primo articolo sull’argomento pubblicato nel Notiziario del Circolo Speleologico Romano. Ma ci sarebbero voluti ancora quasi sessant’anni perché l’utilizzo di attrezzatura e procedure moderne permettessero di comprendere realmente la portata del segreto budello. Per lo meno, da un punto di vista numericamente quantificabile…

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L’ambizioso progetto sovietico del biplano in grado di cambiare in volo il numero delle sue ali

Verso l’inizio degli anni ’30 dello scorso secolo, la rutilante corsa in parallelo dei diversi metodi per far volare un aeroplano aveva visto primeggiare nella maggior parte delle circostanze, inclusa quella militare, una specifica soluzione al di sopra delle altre: quella della doppia coppia d’ali sovrapposte, giudicato il più efficiente compromesso tra superficie in grado di generare portanza e resistenza dell’aria. Mentre i motori continuavano a diventare più potenti, tuttavia, il ruolo della velocità tendeva ad acquisire sempre maggiore importanza nell’impostazione dei duelli aerei, portando i progettisti a prediligere sistemi per meglio inseguire, o eludere i piloti nemici. Da qui l’entrata in produzione di un sempre maggior numero di velivoli dotati di una sola coppia d’ali, che pur portando notevoli vantaggi e semplificazioni avevano i significativi svantaggio di allungare i tempi di decollo e diminuire la capacità di manovra. Non furono perciò poi tanto positivi i risultati ottenuti dagli squadroni della Fuerzas Aéreas della Repubblica durante la guerra civile spagnola, forniti dai sovietici degli avveniristici Polikarpov I-16 alias Rata (“Topo”) durante la guerra civile del 1936, alle prese con gli italiani inviati a supporto di Francisco Franco a bordo dei loro ben collaudati Fiat C.R.32. Da una parte il monoplano instabile, compatto e aerodinamico e dall’altro un potente biplano da caccia sul modello della grande guerra, dando luogo all’espressione di un tipo di conflitto asimmetrico letteralmente sconosciuto dalla storia. Giacché i primi avrebbero potuto facilmente eludere i secondi, colpendoli e sfrecciando via a velocità maggiori, ma in assenza di addestramento e dottrina specifica, gli utilizzatori si limitavano a fare ciò che aveva sempre funzionato fino a quel momento, in un girotondo della morte con il fine ultimo di collocarsi in coda all’avversario di turno. Allorché al concludersi delle crudeli ostilità, lo stesso Stalin diede l’ordine ai dipartimenti della sua nazione di concentrarsi sul perfezionamento di quanto già esisteva, piuttosto che spendersi in pindarici visioni irrealizzabili di un altro modo per trionfare nei duelli aerei. Il risultato di maggior successo in base al parametro degli esemplari prodotti fu negli ulteriori il biplano Polikarpov I-153 Čajka (“ad ala di gabbiano”) fatto decollare nel ’38 a partire dal precedente I-15, già fatto sviluppare dal dispotico premier dopo aver imprigionato l’eponimo creatore per gli ingiustificati, inaccettabili ritardi. Fu dunque in questo clima di latente preoccupazione, che il pilota sperimentale ed ingegnere dell’OKB-30 alias “scuola di volo” moscovita, Vladimir Vasiloyevich Shevchenko, si avvicinò ai propri superiori con un’idea del tutto priva di precedenti. L’introduzione di un nuovo paradigma meccanico, capace di occupare entrambi i lati della divisione progettuale in essere, decollando in configurazione dotata di quattro ali, per poi passare a due soltanto, con la semplice pressione di una leva situata nella cabina di volo…

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I molti benefici dello Sputnik elitrasportato che rimbomba per svegliare la neve di primavera

Nulla è maggiormente immoto ed invitante che la candida montagna, qualche giorno dopo che è caduto l’ultimo fiocco di neve. Sotto il manto spesso della coltre soffice, panna montata soffice che chiama gli sciatori, a raccolta, l’uno accanto all’altro, discendendo in eleganti diagonali verso con il tiepido sentore diurno del sole alle spalle. Sparito il gelo dell’inverno, non più soltanto il canto rigido del pettirosso ad accompagnarlo, ma l’orchestra che trillando annuncia l’ora del sopraggiunto risveglio. Ma è proprio in questo clima lieto e la crescente sensazione che i giorni duri sono ormai passati, che l’accumulo latente di un gravoso potenziale attende silenziosamente l’occasione di lasciarsi andare. Quando il vento e il caldo e la parziale liquefazione, di quel mistico cappello, si distacca giù dal capo dei massicci del nostro mondo. Diventando, col terrore a fargli da vessillo, valanga, slavina, seppellimento della vita e tutto ciò che essa comporta. Previa noncuranza, ciò è palese, allorché l’impiego di tecniche specifiche può prevenire almeno in parte l’insorgenza di quei problemi. Approcci consistenti, per l’appunto, nel prendere il controllo ed istigare, prima che subire, un così pericoloso evento. “Chi semina onde sonore, raccoglie annientamento” potrebbe essere il detto, ancor più maggiormente pertinente, quando nell’espletamento di una simile funzione riesce ad essere coinvolta la fervente rotazione di quell’assemblaggio di pale volanti. Elicottero impiegato, tanto spesso in precedenza, per portare in posizione gli appositi sistemi fissi di dispersione facenti affidamento sull’impiego di deflagrazioni nei punti critici. E che ancor prima, perseguendo quello stesso fine, lanciavano direttamente gli esplosivi dai finestrini. Ma che dalla seconda metà della decade partita con l’anno 2000, hanno trovato un progressivo impiego nello schieramento di un tipo di dispositivo in grado d’incarnare i principali vantaggi entrambi i mondi; da ogni punto di vista, un pezzo d’artiglieria fluttuante, pronto a percuotere il bersaglio che necessità dell’opportuna stimolazione al movimento. Creato in origine dalla compagnia francese TAS – Technologie Alpine de Sécurité, che si dice avesse collaborato all’epoca con i due avieri di soccorso italiani Gabriel e Marco Kostner operativi nella zona della Val Gardena, il sistema DaisyBell è dunque una campana collegata con un lungo cavo alla struttura portante dell’apparecchio in grado di effettuare il volo librato. Finché la pressione di un apposito pulsante, da lassù nella cabina di guida, intervenga scatenando la funzione per cui è stato concepito: evocare, in senso perpendicolare al suolo, la furia esplosiva dello spazio della propria cavità svasata. Per trasmetterne il significato implicito alla neve sottostante: “Cadi adesso, non domani.” Diventa inerzia e quindi giaci nella valle, inerte. Affinché l’estate possa scioglierti, senza far danni…

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