Anoa, il bufalo furtivo che riemerge dai primordi dell’Indo-Pacifico centrale

Dopo la formula di rito pronunciata sull’imboccatura della caverna, l’artista di Leang Tedongnge si lasciò alle spalle i membri della sua comunità impugnando saldamente il ramo e il cesto con la polvere impiegati per il suo importante lavoro. Così procedendo lungo la fila di torce, posizionate preventivamente prima di quel rito evocativo, raggiunse la camera interna dove schiere dei suoi insigni predecessori avevano tracciato i propri contributi degni di essere commemorati: soprattutto la figura familiare del babi hutan, suino di foresta, il muso appuntito e il corpo sovradimensionato simbolo di pregio ed abbondanza, ripetuto molte volte in varie forme e atteggiamenti. Ragion per cui in quel giorno fatidico, egli aveva già deciso di non essere da meno. Simili sarebbero sembrate le pregiate proporzioni del suo dipinto, mirato a celebrare un altro tipo di creatura catturata e consumata tanto spesso dal gruppo umano di Maros-Pangkep. Immersa la sua mano destra nel pigmento d’ocra, fabbricato dalle pietre d’ematite della valle, cominciò quindi con l’apposizione della propria firma elettiva, consistente nella serie plurima d’impronte a cinque dita. Prima d’iniziare, nella luce tenue, l’impressione delle corna sottili da cui avrebbe avuto il suo disegno del sapiutan, demone bovino della foresta. Scaltra ed agile creatura, nonostante l’altezza al garrese .pari al massimo ad un’ottantina di centimetri, capace di sparire tra i cespugli del fitto sottobosco del Sulawesi. Allorché l’artista, se non altro, di una cosa era sicuro: nel clima controllato e con l’assenza delle precipitazioni nella grotta, il suo tributo avrebbe attraversato intatto gli anni e le generazioni. Forse addirittura il ripetersi per 45.000 volte, di quello che i sapienti erano soliti chiamare il ciclo delle stagioni.
Così diffuso in ogni luogo di quell’isola facente parte dell’arcipelago indonesiano, gli zoccoli fessi a un alto e l’altro della linea ideale dell’Equatore, il bufalo nano appartenente al sotto-genere Anoa trova l’effettiva ed innegabile conferma di un’ininterrotta discendenza, fin da quando i primi uomini iniziarono a cacciarlo come fonte di sostentamento comunitario. Non che tal proposito fosse generalmente o particolarmente semplice, nonostante l’assenza sostanziale di predatori. Essendo le due specie rilevanti degli A. quarlesi e depressicornis, sorprendentemente abili nel mimetismo e nello spostamento rapido tra i rami bassi, grazie alla forma compatta e le corna rivolte all’indietro, onde minimizzare il rischio d’impigliarsi negli ostacoli presenti sul proprio cammino elettivo. Erbivori diurni tutt’altro che schizzinosi, capaci di nutrirsi di germogli, felci, palme, radici e frutti caduti, questo animale normalmente schivo mostra un’efficace propensione alla flessibilità stagionale, spostandosi frequentemente da una zona all’altra dell’isola in base all’effettiva disponibilità di cibo. Il che non toglie l’esistenza di una propria indole territoriale latente, che lo porta ad essere aggressivamente protettivo di quello che percepisce come spazio vitale inalienabile, particolarmente quando il soggetto è una femmina accompagnata dal suo piccolo, potenzialmente vulnerabile in natura all’attacco di coccodrilli o grossi serpenti. Non che una carica a testa bassa di quel paio di corna sottili e robuste possa costituire un rischio facile da sopravvalutare, per quanto concerne l’esperienza di un’eventuale ed ipotetica minaccia umana…

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Il rospo che fermò il progresso, sentinella del torrente condannato allo sfruttamento

Sconosciuti ed invisibili, migliaia di scienziati perlustrano annualmente luoghi come il Sudamerica, dove la biodiversità inerente del pianeta Terra non è ancora andata incontro all’annichilimento che deriva dall’espansiva propagazione dei distretti sottoposti all’attenzione dello sfruttamento umano. Come i loro colleghi, la squadra costituita da Marcos di Bernardo, Raùl Maneyro e Horacio Grillo si trovava nel 2006 nel distretto brasiliano di Arvorezinha, lungo il corso d’acqua del Forqueta, importante tributario del bacino idrico Taquari-Antas, quando nel corso di un sondaggio capitò loro di scorgere una macchia di colore tra la vegetazione ripariale; verde, rapido e bitorzoluto, il piccolo batrace di voltò d’un tratto all’indirizzo degli intrusi. Sollevandosi sopra le zampe posteriori in tutta la sua altezza di circa 3 cm ed esponendo, come una bandiera, il proprio ventre del colore sanguigno di un pomodoro al culmine della vigente primavera. “Ammirevole!” Disse qualcuno. La traduzione in latino, come di consueto, venne soltanto dopo. Basandosi sui dati pregressi, il gruppo non ebbe ad ogni modo significative esitazioni ad identificare l’appartenenza dell’anfibio al genere Melanophryniscus, sotto-categoria di bufonidi diffusi nella geografia limitrofa, caratterizzati da colorazione al tempo stesso aposematica e mimetica, a seconda di quale lato ci si trovi a guardare. Ma di un tipo, senza dubbio, privo di menzioni precedenti in letteratura, il che poneva sotto i riflettori l’immediata cognizione di un latente problema. Giacché nessuno, in altri luoghi, aveva visto precedentemente un rospo come quello. Il che tendeva a farne un raro caso di micro-endemismo: il figlio prediletto di una serie di specifiche condizioni ambientali, possibilmente ripetibili, ma non per questo raggiungibili causa la limitata capacità di spostamento o proliferazione caratterizzante quel prezioso, irriproducibile animale. Ipotesi ben presto confermata, con l’inserimento della specie nell’indice delle specie a rischio critico secondo l’ente internazionale dello IUCN entro il 2008, ovvero a metà strada prima di quello che avrebbe costituito il successivo, sorprendente capitolo nella storia del Melanophryniscus admirabilis. Quando col passaggio di un’ulteriore paio d’anni la zona di Arvorezinha assurse nuovamente alle cronache tecnico-scientifiche causa la scelta elettiva da parte dei comitati governativi per un innovativo progetto SHP (Small Hydroelectric Plants) mirato alla costruzione di molteplici siti di generazione elettrica disseminati nell’umida rete di fiumi dell’Amazzonia, piuttosto che poche centrali più grandi e dal maggiore impatto in termini di ingombro e disturbo ai danni dell’ambiente naturale. Una questione chiaramente al centro di normative e regolamenti per un paese come questo, dove il patrimonio naturale costituisce una delle leve più importanti del turismo e non solo, il fondamento di un ragionevole coscienza culturale ormai lungamente assente nel senso comune delle collettività di altri distretti dell’inquinata ed inquinante epoca contemporanea. Ma cionondimeno capace di condurre a tragici fraintendimenti operativi, come nel caso del piccolo e misconosciuto rospo attestato unicamente in quella striscia, destinata a risentire tanto gravemente di qualsiasi tipo d’intervento inopportuno, portato a termine sul corso del torrente e il suo gracchiante tesoro…

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L’ipnotica questione della coda usata dal varano per scalare gli alti rami della giungla indonesiana

Un meccanismo ben oliato concepito per scandire il giro esatto dei secondi, regolare nel costante perpetuarsi della propria forma chiaramente definita: un arco dentro un arco che percorre nuovamente quella traiettoria. Come il gambo di una pianta rampicante alla ricerca di un appiglio verticale. Paragone non del tutto fuori luogo, quando si considera l’intento di questa creatura appartenente al regno dei rettili, per cui radici e rami sono parimenti necessari alla sopravvivenza situazionale. Varano degli alberi è il suo nome è questo certamente non è un caso. Come desumibile quando si vede risalire l’autostrada di corteccia come fosse un campo pianeggiante, verso i lidi pertinenti all’opportuna conduzione di una vita al tempo stesso prosperosa e priva di pericoli evidenti. Ancorché siano sorprendentemente pochi i predatori in grado di sfidare la lucertola lunga poco più di un metro, largamente riservato alla sua coda, che includono nominalmente multiple genìe distinte inclusi roditori, piccoli carnivori, grandi serpenti e finanche altri varani, più grandi. Questo grazie alla sveltezza e l’inerente agilità di una creatura, che l’evoluzione sembra aver dotato dei più significativi adattamenti a un simile stile di vita. Incluso qualcosa che ci aspetteremmo di trovare, sulla base di casistiche pregresse, in scimmie ragno, binturong e diverse varietà di opossum. L’arto per l’appunto singolo e puntato in contrapposizione a quella testa affusolata. Tanto chiaramente messo in mostra dal sopra pubblicato esempio della specie V. macraei, all’interno di quello che sembra essere un terrario appartenente ad un’istituzione o facoltoso possessore dell’antica stirpe dei serpenti nella propria umida e ben riscaldata dimora. Siamo d’altra parte innanzi ad una varietà, dalle scaglie di un caratteristico ed intenso blu elettrico, endemica di un luogo solamente e che per questo rientra a pieno titolo tra i rettili più rari della Terra, nonostante venga ad oggi commerciato su scala internazionale con soltanto minime ma rigorose restrizioni in merito alla dimensione minima degli esemplari venduti. Accorgimento riservatogli, nello specifico, per scoraggiare la cattura sistematica presso quell’isola di soli 450 Km quadrati che ha nome Batanta, in corrispondenza dell’estremità nord-occidentale della Nuova Guinea. Ancorché vigano svariate ed utili latenti considerazioni, in merito al perché l’allevamento di queste creature possa risultare utile per la finalità di preservarle a beneficio delle future generazioni…

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Mai furono trovati cavalieri tra i remoti boschi andini, idonei nelle dimensioni per la sella dei tamarini

Ci sono modi contrapposti e totalmente alternativi per mettere in relazione il sorvegliante col suo territorio; il guardiano con la cosa da proteggere; il custode della propria stessa pertinenza ed il suo stratum rilevante, inteso come àmbito latente cui provengono, per quanto ci è dato comprendere, il carattere e l’aspetto evolutivo di una simile creatura. Protagonista della propria storia si, ma al tempo stesso antagonista di molte altre, per coloro che vorrebbero farne la vittima del tutto accidentale di un rapporto meno che privilegiato con il regno naturale e tutto ciò che esso contiene. Vedi, soprattutto, predatori come gli agili felini, rapidi rapaci o immobili serpi in attesa. Tre forze inarrestabili della natura sudamericana, che necessariamente tendono a scontrarsi, nella maggior parte delle circostanze, con la strategia ben collaudata del fischiante popolo dei piccoli primati della foresta. Callitrichidae è il nome della famiglia, scimmie non più lunghe di qualche decina di centimetri, per cui la formazione di legami solidali e l’appropriata divisione dei compiti risulta essere il fondamentale fluido che incrementa i presupposti di sopravvivenza. Allorché sui rami alti, i più dignitosi e nobili tra i tamarini dotati di baffi magnifici condividono uno spazio privo di rivali. Mentre sotto le loro teste, un gruppo di operosi sudditi dal muso bianco, del tutto indifferenti a ogni percepito presupposto di sudditanza, si avvicendano spostandosi da un territorio all’altro. I loro incontri sono il seme di alleanze, piccoli conflitti e accesi battibecchi al fine i ridisegnare i confini dei territori. Mentre al palesarsi di un vero pericolo, ogni antipatia latente viene subito subordinata. Rispetto alla necessità di far sentire quel segnale, affinché il piccolo popolo possa fare ciò che gli riesce meglio: scomparire nel giro di pochi secondi in mezzo alle province frondose di quel mondo.
Esiste una teoria in tal senso, particolarmente applicabile al genere in oggetto dei Leontocebus, invero tra le scimmie più minute del Nuovo Mondo senza necessariamente spingerci nell’area tassonomica dei marmosetti, secondo cui le loro dimensioni compatte siano la risultanza di una selezione naturale indirizzata verso il nanismo filetico-evolutivo, generalmente risultante dall’appartenenza ad un ambiente piccolo e altrettanto remoto, come ad esempio un’isola. Il che non potrebbe essere maggiormente lontano dalla verità, considerata la vastità delle giungle tra Bolivia, Brasile e Perù dove albergano la maggior parte delle ampie e diversificate comunità di queste distintive creature. Per lo meno, e resta necessario sottolinearlo, allo stato attuale per quanto concerne il volto dell’ecologia terrestre. Giacché all’origine di questa vecchia stirpe, risalente a circa 35-40 milioni di anni fa, l’aspetto delle Americhe al di sotto dell’Equatore poteva presentarsi in modo estremamente diverso. Con piccole ma dense macchie d’alberi, divise da vasti spazi aridi dove in alcun caso, creature come queste avrebbero mai potuto raggiungere la prosperità…

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