Il più piccolo topo statunitense, ospite discreto sotto il passo dei marines californiani

La recluta di prima classe Stephenson si fermò improvvisamente mentre alzava in avanti il piede destro per la quintilionesima volta, essendo a questo punto prossimo alle 27 ore di fervida sopravvivenza tra le brulle pianure costiere del Pleistocene. Là dove la California incontra il sole, non lontano dal punto in cui si bagna con le acque del Pacifico, sotto lo sguardo dei guerrieri che singolarmente ambiscono a fare qualcosa d’importante della propria limitata esperienza terrena. Innanzi l’epico miraggio, della ripida collina definita Reaper (il “Mietitore”) sulla cui zona sommitale lo aspettavano gli onori dell’aquila, del globo e dell’àncora, simboli sul distintivo in grado di qualificare il suo percorso di vita. Sotto la propria ombra, l’inconfondibile profilo di una piccola buchetta, inconfondibilmente situata sul sentiero da intraprendere per risalire un pendio roccioso. Allorché Stephenson pensò di nuovo alle parole del sergente la mattina dell’esame, mentre camminava per la camerata con l’illustrazione incorniciata di un roditore: “Questo, giovani aspiranti, è il Perognathus longimembris pacificus. È piccolo, debole, all’apparenza privo di significato. Avete molto in comune con lui! Ma come voi ce ne sono molti…” Con fiero cipiglio, l’espressione intensa, il sottufficiale aveva guardato nella sua direzione. “Anche troppi. Mentre quelli come lui, è stato determinato da persone altamente qualificati, sono a rischio d’ESTINZIONE. Nel corso del vostro servizio ne potreste incontrare uno. Se lo calpestate, disturbate o danneggiate in qualsivoglia modo, allora conoscerete la portata della mia ira!” Tornato nel presente e come nello svolgersi al rallentatore di una scena del National Geographic, la recluta scorse allora un movimento in corrispondenza del calcio del suo M27 Infantry Automatic Rifle. Ciò che si agitava tra la polvere, della lunghezza approssimativa di una penna biro, coda inclusa, era senz’ombra di dubbio un appartenente alla genìa dei topi tascabili del Pacifico. Il suo cervello stanco elaborò a quel punto una sorta di reazione a scoppio ritardato, entrando nel modus operandi consigliato dagli istruttori in prossimità di una mina Claymore chiaramente prossima all’incipiente deflagrazione. Con un gemito istintivo, si gettò di lato, rovinando a terra con i circa 42 Kg di equipaggiamento che rimbombavano nell’acuto silenzio della pianura. Gli occhi fissi all’indirizzo del silente roditore, a questo punto, gli restituirono una sensazione inusitata. Meno spaventato del previsto, il suo profilo si stagliava in controluce sul pendio. Esattamente allora egli capì la singola, effettiva ragione, per cui un gruppo di queste creature rispondeva al nome collettivo di orda, colonia o mischief.
È un dato acclarato che la base militare di Camp Pendleton della contea di San Diego abbia deciso, negli ultimi anni, di spostare l’esatto itinerario a ostacoli del famoso percorso di addestramento denominato il Crucible (Crogiolo) dal Generale Charles C. Krulak, 31° Comandante del Corpo dei Marines statunitensi. Questo causa l’osservanza, niente meno che primaria in questo caso, di una direttiva ecologica: mantenere al sicuro una delle tre popolazioni residue di un essere semplicemente inestimabile, per la biodiversità della Nazione. Qualcosa che meritava di essere protetto, al pari delle stelle e strisce di una bandiera…

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Le ventiquattro torri di un castello purificatore nella terra delle acque nere

“C’è del marcio in Brandeburgo” avrebbero pensato i suoi abitanti mentre percorrevano la Finsterwalder Straße, nella parte ovest della cittadina pesantemente industrializzata di Lauchhammer. Per l’odore alquanto acre proveniente da un’imponente complesso di edifici, situati sul terreno un tempo appartenuto all’influente CHEMOWERK Bayern. Finché non venne demolito il suo stabilimento come parte delle riparazioni post-belliche degli anni ’40, creando i presupposti per un ulteriore agile rinnovamento del prodotto dell’industria locale. Da quella metallurgica come testimoniata dal toponimo, letteralmente composto dall’espressione dialettale riferita a “bosco” (lauch) ed il termine tedesco per il maglio del fabbro (hammer) alla creazione in essere di quello stesso combustibile effettivamente necessario per plasmare il più impiegato dei metalli in qualche cosa di funzionale. Non petrolio né carbone, bensì un qualcosa che incorpora i pregi di entrambi, trovandosi alla base del successo internazionale della coke. Chiunque avesse d’altra parte in mente un simile processo produttivo, consistente nell’impiego di pirolisi anaerobica per la trasformazione sistematica della lignite in qualche cosa di più puro, e dunque in grado di creare la più calda e utile fiamma futura, di sicuro avrebbe dato il benvenuto a quell’aroma. Considerata la portata distruttiva della principale alternativa! E poi c’è sempre da considerare l’aspetto esteriore; poiché l’origine di tale aria poteva meramente essere inferito dalla sussistenza di un certo assembramento di 24 edifici di mattoni rossi, tutti alti esattamente 22 metri, a loro modo stranamente rilevanti nella storia dell’architettura contemporanea. Definito gergalmente nelle terre oriunde come il “Castel del Monte della Lusazia” nonostante i circa otto secoli che sono a separarlo dalla celebre fortezza dello Stupor mundi, Federico II di Svevia.
L’anno era dunque il 1959, quando per un risvolto dell’imprenditoria di stato della Germania Est venne deciso di dare i natali a questa significativa avventura in campo tecnico, essenzialmente consistente nell’installazione di 96 forni raggruppati in cluster di 24 unità conferiti all’amministrazione della nascente BHT-Koks. Un investimento significativo dal punto di vista economico, oltre a costituire un rischio di portata notevole per l’ambiente, causa la sempre gravosa questione delle acque reflue di risulta, storicamente veicolate in corsi d’acqua condannati a diventare molto presto simili a un cupo torrente infernale. Se non che al palesarsi della pratica questione sussistente, gli ingegneri ed altri addetti del programma di concessioni industriali dello stato socialista vigente fecero in modo di tenere nella degna considerazione il processo di smaltimento. Approvando per la prima volta un tipo di brevetto innovativo, per il cosiddetto progetto Bilkenroth-Rammler. Destinato a cambiare in senso castelliforme, almeno per un secolo a venire, il paesaggio antropogenico della campagna antistante…

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Lago Brenets di un evo passato, rimasto senz’acqua, si trasforma in un prato

Non è del tutto chiara l’origine del tradizionale blasone appartenuto un tempo al comune francese di Le Locle, borgo svizzero risalente almeno al XIV secolo, situato al confine con la Francia nel cantone di Neuchâtel. Molto più semplice riesce determinare, d’altro canto, la sua origine topografica. Giacché sotto lo scaglione triangolare rosso e il quadrettato giallo e nero, avente come sfondo un cielo azzurro, figura il tratto di paesaggio assai riconoscibile di una cascata. Il salto scrosciante alto 27 metri, in mezzo ai pini sulle rocce alpine, del tortuoso fiume Doubs. Sorprende allora il fatto, in questo caldo autunno del 2026, che camminare fino al punto nato da una frana risalente a 12.000 anni fa restituisca unicamente il senso di un assordante silenzio. Immobile il paesaggio e secche le ruvide rocce, accanto a cui il visitatore potrà facilmente risalire fino in cima. Per scorgere coi propri occhi la portata della strana contingenza in essere, del tutto degna di un dipinto surreale creato come monito per i pericoli del clima odierno e futuro. Poiché l’acqua, in questa depressione lungo il corso degli eventi, ormai da tempo sembra essere sparita. Laddove il florido fondale, essendo stato transitato dall’ittica genia d’Europa, appare adesso di un colore verde intenso. Presentandosi in maniera totalmente indistinguibile da un pascolo in attesa della transumanza stagionale, ad almeno 14 metri più in basso della consuetudine bagnata. Visione in molti modi evocativa del problema della siccità climatica, strettamente interconnessa alla deriva incrementale verso il caldo anomalo del nostro tempo. Che altresì deriva in parte dalle circostanze geodinamiche di questo luogo noto fin dai tempi antichi per la sua inerente inclinazione a scomparire. Costituendo in questo modo una metafora dell’umida impermanenza, a vantaggio di coloro che consultano aùguri e premonizioni lungo il dipanarsi degli eventi fluviali.
Assurto in questi giorni all’attenzione dei media internazionali, causa l’iniziativa localmente autogestita di tracciare sull’ammasso di fogliame la cospicua scritta HELP (Aiuto!) visibile dagli argini e dal cielo, il lago serpeggiante e dunque diventato una simbolica evenienza. Fin troppo credibile per il contenuto del messaggio che presenta, ovvero un rischio di decadimento della fonte di guadagno principale per l’industria del turismo locale. Che trova sempre più difficile, anno dopo anno, progettare la continuazione dei programmi crocieristici, le escursioni ripariali ed attività di pesca sulle rive di uno specchio non più così ameno…

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Sfere sullo spillo dell’inerte cavalletta che sognava di essere un ramo

L’alato tamnofilide, anche detto uccello mangiaformiche, sostava sopra l’albero con un pensiero in bilico nel suo cervello piccolo benché affilato: “Se quel bastone riesce a muoversi, se quel bastone riesce a muoversi…” Naturalmente nato e perfettamente equipaggiato per vivere sotto l’umido manto della foresta pluviale, il piumato predatore aveva conosciuto raramente un simile senso di tentennamento. Il becco semi-aperto e gli occhi fissi sul bersaglio che, in effetti, non avrebbe mai potuto essere meno invitante di così. Da un giorno senza una colonia da perseguitare, scacciato dal suo territorio dall’arrivo di una piccola famiglia di rampichini dal becco a sciabola, il pennuto si trovava ormai vicino ai limiti delle proprie risorse d’energia latente. Così sostando appollaiato, sembrava dare l’impressione di essere attualmente intento a meditare. “Se quel bastone…STOP!” Cessando il mantra, le ali sollevate, il peso innanzi pronto per balzare all’altro capo dello spazio nei grovigli della sua canopia, aveva scorto un passo irregolare nella vibrazione di quel singolo frammento vegetale. Con trillo lieve ed un frullio veloce, l’insettivoro percorse il vuoto per posarsi sopra ciò che aveva scelto di assaggiare prima della fine. Sebbene sul frangente dell’enfatico atterraggio, d’improvviso, il tratto era sparito ed al suo posto c’era il tronco ruvido di un albero del tutto indifferente. Soltanto ai margini di un tale sguardo, legnoso e rigido nel corpo esteso al massimo della lunghezza, con testa aguzza e aerodinamica, il furtivo premio si trovava intento a disegnare un arco in mezzo ai refoli del vento mattutino. Senza un suono, era saltato. Senza esitazioni, aveva percepito l’ora del pericolo, mettendo in chiaro la prerogativa della propria lunga discendenza generazionale.
Essendo abituati a considerare nel limitato novero entomologico di competenza universale, l’ideale collocazione del fasmide altresì chiamato “insetto stecco” sul piano istintivo e quello pratico individua questo gruppo di creature nel segmento di coloro che camminano piuttosto che volare abitualmente con le ali che l’evoluzione gli ha donato. Laddove nel caso della qui presente super-famiglia Proscopioidea, la giustapposizione appare confluire presso il vertice di condizioni contrapposte; ecco dunque una creatura che non vanta la preziosa conoscenza né il profilo alare descritto nel catalogo dei codici di Vinci. Eppur quando percepisce l’opportunità di perseguire la salvezza, scatta innanzi come se non ci fosse un domani. Dopo tutto resta un membro degli ortotteri, ovvero appartenente all’ordine della sublime cavalletta saltatrice, avente tale movimento come implicita caratteristica del suo stile di vita. Anche se basta un solo sguardo per comprendere fino a che punto sia distinto, nelle forme, capacità e fenotipi, tale genere neotropicale forgiato nel fuoco intenso della selezione naturale in un ambiente estremamente competitivo. Fino alla creazione del più subdolo dei mimetismi criptici omomorfi; diventare parte del sostrato vegetale che ogni angolo pervade e sovrascrive. Allorché neanche il più veloce degli uccelli possa conoscere soddisfazione, nell’inseguimento di quello che non riesce a vedere…

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