Chi osserva la solenne marcia dell’enorme granchio tasmaniano

Nell’autunno del 1878, il direttore del Museo Victoria di Carlton, in Australia, commissionò al naturalista John James Wild una serie di tavole illustrate per il suo Prodromus, una pubblicazione mirante ad illustrare, tra le altre, alcune delle più riconoscibili specie dei dintorni marittimi nazionali. Tra le pagine più memorabili tutt’ora esposte al pubblico nella struttura, figura quella raffigurante il granchio decapode dal carapace rosso, con la chela sinistra visibilmente più grande e parzialmente nera, il dorso bitorzoluto e le affusolate zampe rivolte per metà in avanti, l’altra metà indietro. Già perché Pseudocarcinus gigas, il granchio gigante o reale diffuso nella zona meridionale fatta oggetto del catalogo, come la maggior parte dei crostacei chelati in grado di abitare ad una simile profondità non ha limitazioni deambulatorie di sorta, camminando in ogni direzione contrariamente a quanto fatto dai suoi simili delle spiagge sabbiose della maggior parte del mondo. Simili o per meglio dire, versioni miniaturizzate, viste le cifre riportate in calce all’illustrazione: una larghezza di fino a 46 cm per 17 Kg di peso degli esemplari maschi in grado di farne, in base al criterio utilizzato, almeno il secondo granchio più imponente al mondo. E questo nonostante l’imponenza del suo rivale Macrocheira kaempferi o granchio-ragno del Giappone tenda ad esprimersi soprattutto nella lunghezza delle zampe, con un carapace che non supera generalmente gli “appena” 30-36 cm complessivi. Il che basta a dare l’essenziale idea di un vero e proprio carro armato degli abissi, cui l’evoluzione ha permesso di crescere fino al raggiungimento di una massa, ed un grado di corazzatura, tali da non permettere la sussistenza di alcun tipo di predatore abituale. Fatta eccezione, s’intende, per l’uomo.
Così ecco presentarsi al pubblico, attraverso le occasionali testimonianze quasi mai di prima mano, questa creatura chiaramente carismatica, che sarebbe lecito aspettarsi comparire su poster, magliette e souvenir locali. Eppure il ruolo principale del granchio gigante, più che altro, si trova espresso nell’esportazione gastronomica verso i redditizi mercati dell’Estremo Oriente, causa l’occasionale cattura mediante trappole specifiche (quelle convenzionali sono semplicemente troppo piccole per contenerlo) da parte di una fiorente industria centrata soprattutto negli stati di Victoria e Nuovo Galles del Sud. E studi scientifici, nel vasto repertorio reperibile su Internet, incentrati più che altro sulla sostenibilità di una simile fonte di guadagno attraverso le prossime decadi, in mancanza della quale molti degli investimenti compiuti in merito dovranno forzatamente essere ridimensionati. Un timore che possiamo definire in linea di principio remoto, quando si considera l’evidente capacità di proliferazione di questi animali, la cui femmina depone tra lo 0,5 e i due milioni di uova, ad ogni episodio di accoppiamento possibile soltanto una volta ogni due anni di media, poco dopo il compiersi della muta esoscheletrica che la rende temporaneamente vulnerabile all’accoppiamento. Evento a cui fa seguito la deposizione da parte della femmina, considerevolmente più piccola e dotata di chele della stessa dimensione, del lungo filare simile a una collana di perle, assicurato mediante l’impiego di una secrezione adesiva sulla sabbia del fondale, finalizzata a trattenerle e mimetizzarle al tempo stesso. Un gesto che le costa, molto spesso, l’attacco da parte di una notevole quantità di parassiti.
Ma è al momento della schiusa che le cose iniziano ad essere influenzate più pesantemente dalla fortuna, con i piccoli fluttuanti che si uniscono al grande flusso planktonico delle correnti marine, ottenendo tutte le qualifiche di un apprezzato snack biologico per qualsivoglia pesce si trovasse a passare di lì. Un destino particolarmente inevitabile, per tutte quelle creature che praticano la strategia riproduttiva “r” (classificazione MacArthur/E. O. Wilson) basata sulla produzione di una grande quantità di piccoli sacrificabili, piuttosto che pochi e destinati ad essere protetti fino al raggiungimento dell’età adulta. La cui stessa natura passiva permette, essenzialmente, di diffondere la specie oltre la singola montagna marina di appartenenza, senza che alcun granchio debba intraprendere pericolose, nonché dispendiose migrazioni deambulatorie…

Russell è il secondo e meno imponente granchio gigante acquistato, con meno pubblicità internazionale, dalla Sea Life di Weymouth nel 2012, le cui chele restavano comunque “Abbastanza grandi e forti da spezzare un polso umano”. Non proprio un’immagine particolarmente raccomandabile, né in alcun modo tranquilizzante.

L’effettiva vulnerabilità del P. gigas termina del resto, come dicevamo, soltanto dopo il trascorrere di alcuni anni, con il raggiungimento della sua morfologia impressionante che corrisponde grossomodo all’età adulta. Un processo che è alla base della sua possibile vulnerabilità di specie, data la durata della vita stimata attorno ai 25-30 anni di media, benché esemplari eccezionali possano raggiungere e persino superare il secolo complessivo d’età. Il che lascia suppore un valore non del tutto trascurabile, al fine di garantire l’esistenza continuativa di un simile titano, per ciascun singolo rappresentante della sua impressionante specie, un tale simbolo mancato per la naturale biodiversità del suo notevole ambiente di provenienza. Al punto che nel 2012, l’ultima occasione in cui questa creatura fece tendenza su Internet, i principali tabloid e altre testate inglesi dedicarono un grande spazio a Claude, esemplare maschio acquisito dal gruppo Sea Life di Weymouth, nel Dorset, per un’esibizione itinerante, alla modica cifra di 3.000 sterline e direttamente da un lotto destinato a finire sui piatti di qualche facoltoso investitore nell’industria peschiera del meridione australiano. Felice destino toccato, nello stesso frangente, a due altri granchi finiti a Birmigham e Berlino, che avrebbero potuto e dovuto probabilmente qualificarsi come ambasciatori internazionali della loro specie. Se non fosse per il generale disinteresse, dopo la circolazione avvenuta di alcune foto notevoli tra cui quella mostrata in apertura, in cui il granchio viene offerto all’obbiettivo della telecamera dall’acquarista Jemma Battric, spesso accompagnato dalla didascalia secondo cui nella migliore delle ipotesi, sarebbe destinato a crescere ancora. Ipotesi, quest’ultima, in merito alla cui realizzazione effettiva non possiamo che restare incuriositi, vista la mancanza d’informazioni successive alla prima diffusione digitalizzata del lieto evento. Una seconda, rara occasione di popolarità mediatica per l’animale può essere quindi rintracciata nel manga giapponese e successivo anime Terra Formars di Yu Sasuga (2012-2014) in cui uno dei protagonisti inviati a combattere contro i terrificanti scarafaggi antropomorfi di Marte è il russo vice-capo della spedizione Sylvester Asimov, la cui ricombinazione genetica con il P. gigas è servita a renderlo particolarmente forte e in grado di rigenerare se stesso al concludersi dei combattimenti coi feroci nemici mutanti. Mentre nella sua stessa patria di provenienza, sono molti a non aver mai visto e tanto meno assaggiato la carne a quanto sembra straordinariamente apprezzabile del granchio reale, generalmente venduto al miglior offerente nel corso di prestigiose aste internazionali, mentre l’incontro diretto nel corso di eventuali immersioni risulta particolarmente poco probabile, dato l’habitat che si aggira attorno ai 110-180 metri d’estate, e fino ai 190-400 nel corso dei mesi invernali. Dimostrando una capacità di adattamento alle diverse profondità particolarmente significativa nell’ambito dei crostacei decapodi abissali, dove la specializzazione in tal senso risulta spesso essere una caratteristica piuttosto comune. Un habitat di appartenenza che permette alla creatura di nutrirsi di un’ampia varietà di prede, tra cui gamberi anomuri, echinodermi asteroidei (stelle marine) lumache di mare ed altri granchi più piccoli di lui, tra cui non disdegna membri della sua stessa specie. Benché la fonte principale di cibo, si ritiene, debbano essere i cadaveri di grossi pesci e mammiferi marini, frequentemente precipitati per effetto gravitazionale fino alle oscure profondità dei suoi sabbiosi territori. Un’ulteriore dimostrazione operativa, se vogliamo, della continuità e riciclo esistenziale della natura, persino in territori mai raggiunti dalla luce chiarificatrice dell’astro solare!

Nella maggior parte dei casi, l’accumulo anche temporaneo di granchi giganti presuppone il blocco delle chele mediante l’uso di fascette da elettricista. Non soltanto per evitare il ferimento dei guardiano umani, ma anche quello reciproco delle creature, che esibiscono comportamenti territoriali nelle situazioni di stress. Sentimento tutt’altro che immotivato, s’intende, visto il destino probabile di questi esemplari…

Chi possiamo dire che sia, a questo punto, il granchio reale della Tasmania? Padre, ambasciatore, guerriero delle profondità non viste, essere che popola i sogni della letteratura fantastica contemporanea giapponese, ma anche quelli dei più avidi e spietati tra i gourmet d’Asia. Simbolo mancato, dell’isola che gli da il nome e l’intero ambiente geografico attinente, per il semplice fatto che nessuno vorrebbe mai affezionarsi, alla creatura che cattura e invia ad andare incontro a un triste e improvvido fato finale. A meno che qualche amministratore di acquari o zoo, con un eccesso di fondi a disposizione, decida di acquisirne gli esemplari per un ritorno d’investimento destinato a realizzarsi attraverso le multiple generazioni. Il che, sebbene non dispiaccia al granchio (che concetto potrebbe mai avere, egli, dell’ormai perduta libertà?) non risolve in alcun modo il problema, in quanto contribuisce a rimuoverlo comunque dal pool genetico delle prossime generazioni.
Resta sempre necessario, d’altra parte, continuare a guadagnare. Ciò tendiamo a ricordarlo molto di frequente, soprattutto attraverso periodi di crisi economica come quello che stiamo vivendo attualmente. Finché le più oscure parabole facenti parte dell’odierno stile d’intrattenimento e moralizzazione non avranno un’ottima ragione per concretizzarsi. Ed allora, quanto potranno resistere la nostra dura scorza e le possenti chele? Senza alcunché da stringere tranne un vago e lieve senso di rimorso, come una goccia nell’oceano delle infauste circostanze.

Foto: Seal Life via Discovr.blog

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