Era il 1878 quando l’ex colonnello Richard Henry Beddome, avendo ormai da tempo abbandonato la sua carica presso l’esercito britannico di stanza nel Tamil Nadu, aveva 48 anni quando per l’ennesima volta sfruttò la propria lunga reputazione nel Dipartimento Forestale di Madras al fine organizzare una spedizione nella foresta sempreverde umida fino alla quota di 1219 metri, con l’intento di ampliare ulteriormente il repertorio delle sue già numerose scoperte in campo botanico, erpetologico e malacologico tra l’eccezionale biodiversità dell’India meridionale. Fu dunque in quel frangente che, mentre compiva ripetutamente il gesto catartico di sollevare e spostare di lato alcuni tronchi marcescenti, sotto uno di essi scorse l’evidente traccia di quella che poteva essere soltanto la precisa pennellata di un consumato artista. Alcune goccioline di 2 o 3 centimetri sparse dalla geometria appuntita, cupe come l’ombra pur essendo puntinate di splendenti pois tendenti ad un celeste chiaro. Del tutto immobili, la schiena arcuata, le zampe raccolte contro il corpo: dopo una comprensibile pausa meditativa, tirò dunque fuori il fido retino e il blocco per gli appunti, al fine di annotare per la scienza ciò che aveva avuto l’innegabile fortuna di trovare. Di sicuro i tempi erano diversi. E difficilmente una splendente raganella come questa avrebbe mai potuto attraversare incolume un incontro con le mani indagatrici di un naturalista in caccia di nuovi nomi. Sillabe di derivazione greca pregne come Melanobatrachus indicus, binomio entro cui confluiscono i concetti di “rana” e “nero” assieme al termine tipicamente utilizzato per il grande subcontinente dell’Asia meridionale. Terra ricca di ancestrali enigmi in mezzo a cui potremmo lietamente collocare, ancora oggi, l’ombra di questa minuscola, magnifica creatura. Perché la rana nera, o rana cosmica che dir si voglia, non è soltanto criptica, sporadica, immobile e minuscola. Bensì persino incline, cosa rara per il proprio ordine di anuri gracchianti, a un silenzio duraturo e persistente, tanto che l’unico resoconto acclarato del suo tenue richiamo risale al 1997 in connessione a un’insperata riscoperta per il merito degli studiosi Daltry & Martin, che riuscirono a incontrarla nello stato del Kerala. Uno dei pochissimi incontri sistematicamente riportati all’interno del mondo accademico, seguìto da quelli successivi del 2000 (Ishwar, monti Anamalai) 2007 (Nixon, Bhupathy, Mathikettan Shola National Park) e 2017 (Palot, Shuresan, regione di Marayoor). Casi appena sufficienti per tracciare un quadro chiaro del tipico habitat della rana, le sue caratteristiche morfologiche ed il ruolo altamente specializzato in un’ecosistema effimero. Senza tuttavia poter approfondire in alcun modo aspetti maggiormente complessi come comportamento, metodi strategie di accoppiamento e ciclo vitale. Il che non può soprassedere d’altro canto al chiaro intento, più volte reiterato nell’ambito di Internet, di applicare per inferenza quanto meno alcuni validi concetti per comprendere la logica di un animale tanto straordinario…
biologia
Le ventiquattro torri di un castello purificatore nella terra delle acque nere
“C’è del marcio in Brandeburgo” avrebbero pensato i suoi abitanti mentre percorrevano la Finsterwalder Straße, nella parte ovest della cittadina pesantemente industrializzata di Lauchhammer. Per l’odore alquanto acre proveniente da un’imponente complesso di edifici, situati sul terreno un tempo appartenuto all’influente CHEMOWERK Bayern. Finché non venne demolito il suo stabilimento come parte delle riparazioni post-belliche degli anni ’40, creando i presupposti per un ulteriore agile rinnovamento del prodotto dell’industria locale. Da quella metallurgica come testimoniata dal toponimo, letteralmente composto dall’espressione dialettale riferita a “bosco” (lauch) ed il termine tedesco per il maglio del fabbro (hammer) alla creazione in essere di quello stesso combustibile effettivamente necessario per plasmare il più impiegato dei metalli in qualche cosa di funzionale. Non petrolio né carbone, bensì un qualcosa che incorpora i pregi di entrambi, trovandosi alla base del successo internazionale della coke. Chiunque avesse d’altra parte in mente un simile processo produttivo, consistente nell’impiego di pirolisi anaerobica per la trasformazione sistematica della lignite in qualche cosa di più puro, e dunque in grado di creare la più calda e utile fiamma futura, di sicuro avrebbe dato il benvenuto a quell’aroma. Considerata la portata distruttiva della principale alternativa! E poi c’è sempre da considerare l’aspetto esteriore; poiché l’origine di tale aria poteva meramente essere inferito dalla sussistenza di un certo assembramento di 24 edifici di mattoni rossi, tutti alti esattamente 22 metri, a loro modo stranamente rilevanti nella storia dell’architettura contemporanea. Definito gergalmente nelle terre oriunde come il “Castel del Monte della Lusazia” nonostante i circa otto secoli che sono a separarlo dalla celebre fortezza dello Stupor mundi, Federico II di Svevia.
L’anno era dunque il 1959, quando per un risvolto dell’imprenditoria di stato della Germania Est venne deciso di dare i natali a questa significativa avventura in campo tecnico, essenzialmente consistente nell’installazione di 96 forni raggruppati in cluster di 24 unità conferiti all’amministrazione della nascente BHT-Koks. Un investimento significativo dal punto di vista economico, oltre a costituire un rischio di portata notevole per l’ambiente, causa la sempre gravosa questione delle acque reflue di risulta, storicamente veicolate in corsi d’acqua condannati a diventare molto presto simili a un cupo torrente infernale. Se non che al palesarsi della pratica questione sussistente, gli ingegneri ed altri addetti del programma di concessioni industriali dello stato socialista vigente fecero in modo di tenere nella degna considerazione il processo di smaltimento. Approvando per la prima volta un tipo di brevetto innovativo, per il cosiddetto progetto Bilkenroth-Rammler. Destinato a cambiare in senso castelliforme, almeno per un secolo a venire, il paesaggio antropogenico della campagna antistante…
L’ipotesi marziana di trovarci un giorno a vivere sotto una cupola di gelatina vivente
Una delle tematiche più spesso utilizzate nella narrativa di genere, con riferimento alla famosa affermazione dell’autore Arthur C. Clarke, secondo cui “Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile nella magia” è l’ipotesi speculativa della costruzione di un sistema di nanomacchine auto-replicanti. Tematica fantascientifica (almeno per ora) che vede tale classe di congegni autonomi impiegati in ogni campo immaginabile, dall’agricoltura alla medicina, giungendo in certe circostanze a sovvertire nei fatti gli stessi limiti implicati dalla fisica e le leggi della natura. In modo particolarmente ricorrente nel campo della costruzione di macchine, apparati ed edifici, mostrati mentre sorgono letteralmente dal nulla, in seguito all’inserimento di una serie di semplici parametri da parte civiltà futuristica o l’organizzazione di turno. Visione, quest’ultima, tale da risultare particolarmente utile nel campo destinato a diventare progressivamente attuale dell’esplorazione spaziale, con riferimento all’eventuale costruzione di habitat in luoghi eccezionalmente inospitali, privi di risorse e/o distanti. Come Marte, ad esempio. La meta che vediamo al termine delle prossime decadi, o secoli di avanzamento nei campi dello scibile applicato a un significativo volo interplanetario, al termine del quale gli astronauti dovranno pur trovare un modo per sopravvivere nell’immediato, essendo tale luogo, come ben sappiamo, del tutto privo di materiali pronti all’uso, aria respirabile o rifugi fatta eccezione per profonde, inconoscibili caverne. Costituisce in tal senso produttiva convergenza, del primo tema e l’esigenza del secondo, l’approccio teorizzato a inizio di settembre in un articolo sulla rivista di biologia Chem Circularity, in cui un team di scienziati dell’Università di Hong Kong guidato da Ning Liu discute di una soluzione tanto pratica quanto precedentemente inesplorata. Riassumibile nella domanda: “Perché non mettere a frutto, successivamente all’approdo sul pianeta rosso e con l’ambizione di poterci costruire casa, qualcosa di vivente?”
Il piano d’utilizzo delle nanomacchine, avente come deriva catastrofista l’ipotesi della grey goo o gelatina grigia, ovvero l’inglobamento di ogni cosa situata sul cammino dello sciame senza fine, non sarebbe in fondo null’altro che una versione antropogenica dell’obiettivo ultimo di molti tipi di microrganismi, dai batteri ai microplasmi, fino a presenze maggiormente strutturate come le muffe pluricellulari ed i lieviti eucarioti. Ed è proprio con riferimento a quest’ultimi, che l’autore senior dello studio si è trovato a meditare un giorno sul processo chimico della frigo-essicazione e l’effetto che quest’ultimo potrebbe avere su di una miscela di materiali selezionati ad hoc. Così da diventare virtualmente impenetrabili dall’aria nonché termicamente resistenti, mantenendo un merito del tutto privo di precedenti: la capacità di replicarsi ed aumentare la compatta massa, ogni qual volta i coloni planetari dovessero trovarsi ad aver bisogno di una nuova stanza…
Dito corto e manto rosso, così è l’abito del soffice guardiano delle notti equatoriali africane
Non sempre il piumato volatore che si sveglia prima riesce ad afferrare il verme. Un principio che si applica, nel modo dei proverbi, ad una vasta gamma di creature. Tra cui in mezzo ai rami più frondosi dell’alta canopia, scintilla tremula dagli occhi circolari, si staglia sulla luce dell’astro solare una presenza ragionevolmente conosciuta in certe zone dell’Africa subsahariana. Che non è una scimmia e neanche un lemure, sebbene sembri simili ad entrambe. E di sicuro esula dalla categoria degli orsacchiotti, pur trovandosi dotato delle caratteristiche visuali di un accattivante chaperone del regno dei sogni frequentato sul finire del tramonto da grandi e piccini. Col suo incedere determinato e in qualche modo atletico, nonostante sembri svolgersi, dal nostro punto di vista, al rallentatore. Il potto è il potto, direbbe qualcuno… Ovvero non c’è nulla su questo pianeta che possa esserne l’eguale, fatta eccezione per gli altri lorisidi, tra cui quelli comuni, gracili ed il più piccolo angwantibo, definito non a caso “potto dorato”, laddove il nostro amico del corso principale riesce ad essere, piuttosto, di un rossiccio tendente all’arancione. E poi c’è il falso potto, ipotesi per una volta accompagnata da una specie (Pseudopotto martini) considerato quasi un criptide dalla comunità accademica dei nostri giorni. Che ancora sta cercando di venire a patti con la suddivisione in tre categorie distinte del rilevante genere Perodicticus, prima del 2015 considerati delle mere sottospecie: P. potto (Occidentale) P. edwardsi (Centrale) e P. ibeanus (Orientale). Con piccole diversità nella dimensione media comunque prossima ai 35-40 cm di lunghezza, la dentatura e le proporzioni della coda. Definendo le caratteristiche di una creatura ragionevolmente uniforme tra i diversi areali non comunicanti, semplicemente poiché troppo specifica è la nicchia ecologica, ed eccessivamente caratteristico il suo stile di vita. Consistente nell’uscire dalla tana quando è buio pesto, muovendosi abilmente al rallentatore. Andando in cerca di fonti di cibo che, molto semplicemente, disgusterebbero chiunque altro: frutta dalla scorza impenetrabile, squittenti pipistrelli, formiche, ragni, coleotteri odorosi, bruchi urticanti, larve d’insetto, lumache appiccicose e funghi tossici di varia provenienza. Da cui uno dei suoi ritratti internettiani più famosi, in cui il quadrumane appeso a un ramo, con gli occhi riflettenti come i fari di una locomotiva, tiene in mano una mostruosa scolopendra, che si appresta a divorare in un sol boccone. Mostrando nel contempo un’altra caratteristica piuttosto caratterizzante, che consiste nel sembrar dotato delle sole dita anulare, medio e mignolo, con un indice apparentemente mozzato a metà. Da cui per l’appunto il nome Perodictus, derivante dall’espressione greca “mutilato nell’indicare”. Caratteristica in verità facente parte del suo codice genetico inerente, pur essendo lungi dal costituire quella maggiormente insolita di questo interessante animale…



