Secondo la leggenda originaria della tradizione dell’astrologia Nadi, sette saggi leggendari provenienti dalla regione del Tamil Nadu, tra cui Bhrigu, Vashishta e Agastya, avrebbero sperimentato 2.000 anni fa la visione yogica del fato di ogni essere vivente passato, presente e futuro. Rivelazione in seguito alla quale, impugnando uno stilo affilato, decisero di trascrivere la propria onniscienza sui fogli dell’unico materiale prontamente disponibile, destinato a seguito di quel momento a diventare un sostanziale sinonimo in India e il resto dell’Asia meridionale di saggezza, cultura e trasmissione delle informazioni ereditarie. Così costoro fecero raccogliere, nei propri alti monasteri, copiose quantità di foglie di palma. Principalmente prelevate dal più sacro di questi alberi, segnalato grazie all’imponente forma sopra il mare verde di un pennacchio a forma di ventaglio. Il cui coronamento occasionale, oggi noto come fioritura monocarpica di questa pianta imponente, lasciava intravedere l’equilibrio estetico di un mondo inconoscibile ed al tempo stesso trascendente. Proprio per questo detto “Albero del Paradiso” ciò che la botanica internazionale definisce con il termine Corypha umbraculifera o palma talipot è nel frattempo diventata un visione tipica in molti giardini della fascia tropicale, dove la temperatura non può scendere al di sotto degli zero gradi, sinonimo di annientamento per tale svettante forma di vita. Oggettivamente non facilissima da collocare, in funzione delle proprie dimensioni significativamente superiori alla media: fino a 34 metri di altezza, con foglie a raggera in grado di raggiungere i 7 metri di diametro, di cui una soltanto basterebbe in base alla tradizione per “coprire 10 uomini dalla pioggia battente”. Dati di per se già impressionanti, senza esserci ancora addentrati nel merito di quella che costituisce la più distintiva e iconica delle caratteristiche: il momento della fatale fioritura capace di occupare l’intero ultimo anno di vita dell’arbusto, fino al palesarsi di una gigantesca pannocchia dal colore bianco crema, posizionata a estendersi ulteriori 8 metri sopra la sommità apicale del tronco, anulato e privo di vere e proprie ramificazioni. Mettendo in scena uno spettacolo biologico semplicemente privo di eguali nel regno naturale, tanto da rappresentare il singolo caso di efflorescenza più imponente documentato, superando di gran lunga il celebre aro titano, spesso percepito erroneamente come un unicum composto da un singolo assembramento di corolla, sepali e pistilli o stami. Laddove l’umbraculifera possiede, di contro, l’evidenza apprezzabile di una pletora di convergenze sistematiche, nel sovrapporsi di quel vello vaporoso vagamente simile alle piume di un fiabesco pavone. Agitate da ogni singola folata di vento, con plausibile evidenza, per il massimo effetto d’attrazione nei confronti dei suoi amici appartenenti al regno animale…
biologia
La vita irrespirabile dei piccoli animali in grado di trovare la prosperità oltre l’aloclino dell’abisso marino
L’unica scoperta in grado di superare quella di un luogo tanto inospitale, così diverso dalla normalità terrestre da riuscire a sfidare l’immaginazione è quella che conferma, nonostante le premesse, la presenza di effettive forme di vita oltre i confini di una tale sfera di pertinenza. Esattamente quanto capitato nel 2010 durante una serie di spedizioni nel bacino cretese di L’Atalante, quando il gruppo oceanico guidato dal professore italiano Roberto Danovaro della Università Politecnica delle Marche tirò a bordo dell’omonima imbarcazione, già responsabile di aver segnato sulle mappe questo sito dall’impressionante concentrazione salina e profondità di oltre 3.000 metri, il proprio dispositivo simile a una benna con il verricello situato sul ponte principale. Per poi sottoporre a studio approfondito il nucleo di carotaggio risultante, scoprendovi all’interno la quantità e varietà prevista di batteri ed archei chemiorganotrofi, nonché una certa quantità di resti appartenenti a piccoli microscopici invertebrati capitati in questi abissi totalmente anossici, dalle circostanze irrespirabili e per questo assolutamente letali. Ma cosa ancor più significativa, finendo per osservare tra alcuni di questi campioni una reazione delle sostanze chimiche di colorazione compatibile in maniera indiscutibile con l’attività biologica di cellule recentemente attive, dimostrando la loro appartenenza a creature che erano in vita nel momento esatto della loro malcapitata cattura. Presenze facenti parte, per essere maggiormente specifici, del phylum codificato per la prima volta nel 1983 dei loriciferi, anche detti portatori di corazza o, in senso maggiormente metaforico, un corsetto incorporato dai processi naturali della loro evoluzione. Predatori voraci, con punti di contatto coi rotiferi comunemente osservati al microscopio, capaci di mescolare la propria fisicità non più lunga di 400-700 μm in mezzo alla sabbia dei fondali profondi, dove sopravvivono e si riproducono senza particolari ostacoli né alcun avversario ecologico specializzato. Sfruttando le caratteristiche particolari di un’anatomia simile ad un tubo: un cono boccale simmetrico con otto creste orali, la testa reversibile detta per l’appunto “introverto” ed un addome corazzato, racchiuso nella custodia cuticolare che dà il nome al gruppo tassonomico rilevante. Ciò che caratterizzava ulteriormente gli esemplari catturati ne L’Atalante tuttavia, appartenenti ai tre generi Spinoloricus, Rugiloricus e Pliciloricus era una modificazione sul piano cellulare che potremmo definire totalmente senza precedenti all’interno del regno animale. Essi risultavano, in maniera quasi impossibile, del tutto privi di mitocondri.
Fusaginpo il drago degli abissi, maschera in agguato tra le sottili alghe del Mare di Okhotsk
Negli animali di superficie, la più totale ed assoluta immobilità è una dote rara. Appollaiati sopra i rami, i rapaci ruotano la testa per cercare un valido bersaglio. La mangusta battagliera si avvicina saltellando in modo discontinuo alla covata del serpente. Persino i più pazienti tra gli insetti predatori, le mantidi posizionate sopra gli alberi ed i cespugli, possiedono la propensione ad oscillare in modo ritmico con la finalità di assecondare il vento. Scendendo tuttavia sotto le onde tratteggiate dell’umido mare sottostante, le regole sembrano cambiare per il massimo vantaggio di coloro che amministrano le zone intermedie della catena trofica circostanziale. Là dove tutti mangiano e tutti vengono mangiati (o quasi) un nascondiglio può essere molto più di una risorsa per riuscire a sopravvivere qualche altra ora. Rappresentando, per determinate specie, qualcosa di più simile a un vero e proprio stile di vita. Allorché nuotando tra i bassi fondali delle coste dell’Asia Orientale, negli interstizi che dividono Giappone, Cina, Corea e Russia, è possibile dimenticare totalmente la sua notevole esistenza. Di un essere perfettamente tratteggiato grazie al trucco artistico del singolo colpo di pennello. Ed in tal senso l’espressione massima, sul piano della creatività, da parte dell’incessante marcia dell’evoluzione. Allorché al palesarsi della potenziale preda il volto demoniaco, le grandi labbra e gli occhi tondi si palesano d’un tratto sotto i ciuffi radi, subito seguìti dal sinuoso corpo serpentiforme con la propria vela mobile lunga fino all’altra estremità della creatura. Un pesce, una murena, uno scorfano allungato per 30 cm in senso longitudinale, a guisa d’essere fantastico basato sull’ecologia di un sogno senza tempo. Chirolophis japonicus, creatura criptica pensata per nutrirsi di minuti gasteropodi, crostacei ed oloturie, ghermite in modo inesorabile dall’affilato bordo della sua mascella. Eppur dotato di una secondaria caratteristica, tanto atipica e riconoscibile, da aver fornito il fondamento del suo nome giapponese fusaginpo (フサギンポ – ginpo/shannie “nappato”) riferito in modo esplicito alle escrescenze cutanee sopra il capo, con funzioni simili a una tuta ghillie da cecchino, ma anche utili ad attrarre vittime mediante calibrate, occasionali oscillazioni delle appendici. Poco prima che l’intera sagoma dell’animale, balzando fuori dalla sua buchetta, si erga a simbolo preziosamente decorato dell’eterna mietitrice, evocando al tempo stesso immagini d’ibridi dimensionali o mostri mitologici di un altro tempo. Difficile immaginare una visione maggiormente affine al regno onirico della speculazione immaginifica. Alle pianure incomprensibili dell’inconscio…
Sconosciuto saola, fantasma dalle lunghe corna che si aggira tra le nebbie annamite
Quanto dev’essere remoto, inaccessibile o tortuoso un luogo, affinché l’esistenza di una creatura di un centinaio di Kg possa eludere la scienza fin quasi al termine del XX secolo, comparendo all’improvviso nei cataloghi come un criptide zoologico frutto del folklore e l’immaginazione popolare? La prima probabile impressione ricevuta da Vũ Văn Dũng, John MacKinnon e gli altri zoologi della spedizione esplorativa, che nella primavera del 1992 si trovarono al cospetto di una scena senza dubbio singolare, tra le mura di un’abitazione in un villaggio della Riserva Naturale di Vũ Quang, nella provincia di Hà Tĩnh, Vietnam centro-settentrionale. Quando il cacciatore ivi residente mostrò con orgoglio il suo più raro e beneamato trofeo: la coppia corna lievemente arcuate, insolitamente fusiformi, lunghe attorno ai 40 cm. Il cui aspetto e geometria anatomica apparivano conformi a quelli di un bovino, benché differissero con ampio margine da quelle del gaur (Bos gaurus) e del serow continentale (Capricornis sumatraensis) sollevando il dubbio ragionevole che potesse trattarsi di un pezzo d’importazione, un manufatto di alta qualità o la rara testimonianza di un esemplare deforme. Se non che già il giorno successivo, continuando il viaggio in una comunità vicina, il gruppo trovò un secondo esempio residuale di quella che poteva essere soltanto la stessa identica creatura, chiamata dai parlanti della lingua Tao col nome di “saola”, termine impiegato al fine d’indicare il palo verticale su cui può essere imperniata la ruota di un fuso. Descritta dai locali come una presenza rara ma tutt’altro che inaudita, la cui esistenza risultava dimostrabile con ulteriori reperti, quali zoccoli, pelli ed ossa craniche ereditate dai propri insigni predecessori. Il che lasciava, per esclusione, una singola possibile spiegazione: l’esistenza nelle foreste d’altura dei monti Annamiti, al confine tra Laos e Vietnam, di un grande mammifero mai descritto in precedenza. Una sorta di antilope esteriormente simile ai tragelaphini africani con le corna a spirale o i capridi propriamente detti, ma che dai dati raccolti appariva nei fatti più strettamente imparentata con bovini come il bufalo e il bisonte. Una sorta di anello mancante o fossile vivente, in altri termini, separatosi dalla sua categoria tassonomica in un periodo pari a circa 14 milioni di anni a questa parte, trasformandosi nell’unico ramo superstite di un intero genere, oggi rimasto privo di termini di paragone. Seguì dunque la pubblicazione di un studio atipico, consistente nella classificazione di un tale animale in absentia con denominazione binomiale di Pseudoryx nghetinhensis (dai nomi delle province Nghệ An ed Hà Tĩnh) causa l’impossibilità di scovarne un esemplare vivo e tanto meno catturarlo, nonostante gli sforzi dedicati dai rappresentati del servizio forestale vietnamita. Una condizione tale da far scaturire nel settore la metafora dell’unicorno asiatico, come se il saola fosse una sorta di creatura fantastica, mero figmento creato dalla fantasia delle persone. Uno stato temporaneo e nondimeno incline ad essere completamente dissipato nel giro di appena una mezza generazione…



