Annaspa ma non cede: riemerge da paludi thailandesi lo strano gatto dal cranio lutrino

Nella progressione evolutiva delle specie si è da tempo giunti ad identificare gli inerenti vantaggi che derivano dall’aumento, o riduzione in termini di dimensione di una determinata varietà animale. Così come al concludersi del predominio d’imponenti dinosauri antecedenti alla creazione degli odierni ecosistemi, piccoli e scattanti mammiferi, agili volatili e rettili compatti giunsero ad assumere una posizione di preminenza, in epoche ulteriori i fenotipi trasmessi lungo il corso delle successive generazioni posero le basi per l’odierno panorama delle prede e dei predatori. Fino al caso trasversale dei grandi felini africani, asiatici e sudamericani, belve imponenti la cui sopravvivenza è il frutto della stabilizzazione di complesse, quanto sfaccettate concatenazioni trofiche dai plurimi livelli interconnessi tra loro. Tutt’altra storia quella dei loro cugini più piccoli, prendendo a particolare esempio il nostro già discusso genere dei Prionailurus, felini asiatici dalla dimensione e caratteristiche basilare non così lontane da quelle del ben noto gatto domestico ormai diffuso in ogni continente abitato dagli umani. Il che non toglie come all’interno di questo gruppo tassonomico notevolmente diversificato, possano esistere creature la cui sopravvivenza ulteriore resti fortemente interconnessa alle vicissitudine di quegli stessi fattori di contesto, che nel corso dei secoli e millenni hanno determinato il fato ultimo d’innumerevoli creature non più viventi. Uno di questi, senza dubbio, è il P. planiceps ovvero [gatto] dalla testa piatta la cui prerogativa di maggior rilievo, come nel caso del parente prossimo nonché co-abitante dello stesso habitat, P. viverrinus o gatto pescatore (vedi precedente articolo) risulta essere la propensione di abitare e trarre sostentamento dalle acque dei fiumi, laghi ed acquitrini. Così smentendo in modo pratico e inerente la ben nota diffidenza dei felini nei confronti del quarto elemento, stereotipo in realtà creato sulla base dei pochi vantaggi che potrebbero venire, alla maggior parte di queste creature, dal cercare potenziali vittime dei propri artigli sotto il pelo di un ambiente dispendioso in termini energetici, all’interno di una nicchia ancor più fortemente competitiva. Ciò a meno, s’intende, di adattamenti specifici a tale possibile stile di vita frutto di atipiche e non facilmente ripetibili condizioni latenti, del tipo incontrato per l’appunto da queste due specie nei loro condivisi paesi d’appartenenza: le umide foreste pluviali di Malesia, Sumatra, Borneo e Thailandia. Con un fondamentale distinguo in merito alle rispettive sfere, principalmente rintracciabile in approcci contrapposti per quanto concerne le strategie d’adattamento. Laddove il pescatore infatti mostra le ben collaudate propensioni di un cacciatore il cui comportamento è strategicamente predisposto a spingersi oltre le rive ed immergersi talvolta per cercare l’occasionale pesce o crostaceo, il suo cugino dalla testa piatta si è adattato lungo i secoli trascorsi a trarre da quel gesto il suo principale sostentamento. Il che ha portato a modifiche importanti della sua struttura fisica, a partire dalla singolare forma della testa da cui prende il nome…

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Chimerico è il superstite malgascio sul confine tra leggenda e verità piumate

Lungamente percettibile più fini estimatori di un parallelismo latente è la possibile sovra-cultura primordiale, in qualche modo in grado di connettere le prime civiltà terrestri. Forse grazie all’opera di antichi esploratori, o mistiche tecnologie perdute. Magari soltanto perché l’umanità è più antica di quanto si creda, ed esistono stilemi tramandati prima di geologiche separazioni dei continenti. Metodi figurativi per rappresentare tipici motivi ricorrenti, dinamici disegni dedicati al ragno, il bue, l’uccello, che paiono egualmente frutto di strutture ricorrenti nel sistema della mente, così come il flusso in qualche modo prevedibile dell’evoluzione di ogni creatura vivente. Poiché l’universo la natura non possono elevarsi da una serie di effettive leggi. Cause, effetti conseguenti. Lezioni apprese fin dall’epoca dei dinosauri. E dei loro discendenti col mantello di piume. Così come il curol chiamato alternativamente il cuckoo-roller o nella sua terra d’origine, semplicemente vorondreo. In quella scheggia circondata dall’Oceano Indiano, ultimo residuo della terra segmentata del Gondwana, cui oggi siamo inclini a riferirci con il nome di Madagascar. La cui estrema singolarità compare chiaramente nelle date interconnesse alla tassonomia, ordinate in modo cronologico al contrario: da Leptosomus (genere) nel 1816, a Leptosomidae (famiglia) del1838, fino all’ordine dei Leptosomiformes, inserito nei cataloghi soltanto a partire dal 1891. Ciò a partire dalla presa di coscienza, dolorosamente ma necessariamente tardiva, che nonostante l’aspetto vagamente familiare dovuto ad esigenze meramente tecniche, questa era una creatura totalmente solitaria nello schema generale dell’albero dell’esistenza. Incapace di appartenere a qualsivoglia categoria precedente! Nonostante il becco lievemente curvo e la postura allungata da cuculo. Tralasciando le ali larghe ed il volo volteggiante dei comunque ben più piccoli Brachipteraciidi (roller). E poco importa il metodo di caccia consistente nel restare immobile per lungo tempo prima di piombare sulla preda, che ricorda vagamente il modus dei rapaci o nel suo specifico ambiente forestale, i buceri dell’Africa o dell’Asia distante.
Per questa presenza dai 25 ai 49 cm in base alla zona di appartenenza, la striscia cupa dietro l’occhio simile al trucco di un mimo, capace di avvicinarsi concettualmente a ciascuno di essi allo stesso tempo. Fluttuando via lontana, immantinente, da ogni sogno mai sognato tra coloro che conoscono i suoi simili tra valli e monti del nostro affollato pianeta…

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L’iridescente abito del verme rivestito dalle fibre ottiche delle antiche profondità marine

Striscianti esseri delle opprimenti tenebre del mondo ctonio, gli anellidi di terra possono contare unicamente sulla propria inclinazione alla furtività nella speranza spesso vana di riuscire a rimanere inosservati. Sotto il suolo, in mezzo all’erba, fluendo in mezzo agli umidi sostrati dove l’occhio dei moltissimi nemici non riesce a penetrare con la solita, spietata efficienza. Strategia non così diversa da quella impiegata nel remoto regno della fauna bentonica, costantemente sorvegliata dalle pinne agili che discendono a piacere lungo l’asse verticale della colonna marina. Ma sfuggire dalla bocca del proverbiale “pesce più grande”, soprattutto in profondità dove lo spettro luminoso ha una composizione fragile o incompleta, non è un gesto in grado di rispondere a una serie del tutto riconoscibile di leggi ottiche a noi note. Sorprendente presa di coscienza, quest’ultima, in grado di trovare basi solide nell’identificazione di un appartenente al genere Aphrodita, sulle sabbiose coste dell’Atlantico o il Mediterraneo Occidentale, trasportato in modo accidentale dal flusso certe volte imprevedibile delle correnti marine. Piatto, peloso essere della lunghezza di fino a 20 cm, che incede sulla sabbia mediante metodo sinuoso e da essa riesce ad essere quasi del tutto ricoperto. Trovando ispirazione per quel nome anglofono palesemente utile a descriverlo, sea mouse o topo di mare, dal possesso delle setole posizionate dall’evoluzione a ricoprire la sua parte dorsale. Il cui affioramento ben visibile non assorbe meramente, bensì riflette e amplifica la luce dell’astro solare di superficie. Rosse, quando le si osserva da una posizione obliqua, per poi diventare arancioni al nostro avvicinarsi e tendere ad un verde intenso simile alle elitre dei coleotteri, quando ci si mette perpendicolarmente alla sua forma stranamente scintillante in mezzo alle ineguali depressioni della ripida interfaccia tra la terra e il mare. Ricordando con modalità egualmente metaforiche l’aspetto stagionale di un ornamento natalizio, dimenticato dal trascorrere del tempo fino a emergere in differente contesto. Questo grazie ad una strategia notevole, che attraverso il ciclo delle epoche ha donato al rilevante ramo dell’albero della vita il possesso non del tutto esclusivo della cosiddetta colorazione strutturale, frutto non di semplici pigmenti bensì la disposizione fotonica di una pletora di prismi esagonali nei sottili ed urticanti peli di quel mantello. Così da creare un irriconoscibile contrasto, a ridosso delle placide profondità sabbiose di origine ed appartenenza elettiva. Ma non sempre ciò che viene da specifici recessi, riesce a mantenere le sue implicite prerogative quando appare finalmente dentro il repertorio nozionistico degli umani. Il che offre rare opportunità per l’applicazione risolutiva del senso critico, assieme alla rigida deduzione scientifica del semplice contesto di appartenenza…

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L’ultimo abbaio del warrah, canide perduto dell’Atlantico meridionale

È una storia vecchia come il tempo: animale carnivoro raggiunge, per un caso fortuito o l’intervento inappropriato dell’uomo, i territori straordinariamente biodiversi di un’isola lontana dalle coste dei continenti. Qui, adattandosi perfettamente al clima locale, diventa un agguerrito predatore della fauna drammaticamente impreparata, che l’evoluzione pregressa ha lasciato priva di alcun tipo di difesa contro i denti e forti muscoli che ad un tratto inseguono le loro placide giornate. Finché in una manciata di generazioni, esso stesso si trasforma nella creatura dominante, continuando a mietere le proprie vittime ad un ritmo sempre più serrato. Dopo qualche secolo, l’unica forma di vita rimasta è il vorace malfattore, che non può effettivamente trarre nutrimento dagli altri membri della sua stessa specie. Così la sua popolazione torna a diminuire, finché ad un certo punto, scompare anch’egli nelle fitte nebbie della storia biologica del pianeta Terra. Eccetto che in determinati luoghi, la cosa può svolgersi in maniera differente. Perfetti posatoi per i volatili ed onnipresenti insetti come il remoto arcipelago delle Falklands, 500 Km ad est della punta estrema dell’America Meridionale, situate come un sopralluogo di origine vulcanica sul bordo esterno della placca continentale della Patagonia. Dove l’assenza di una popolazione di quadrupedi naturalmente residenti non precluse in alcun modo l’approvvigionamento ed alimentazione di quest’abitante monotipico, il canide a metà tra volpe e lupo che i primi coloni europei di simili terre lungamente disabitate scelsero di definire Warrah. Forse per assonanza con l’appellativo utilizzato dagli indigeni Yamana della vicina terraferma, magari per assonanza con la parola in lingua inglese worry, che significa “preoccupazione”. Oppure, cosa ancor maggiormente probabile, con l’intento d’assonanza al ritmico rimbombo di un abbaio lontano, formato comunicativo spesso utilizzato da queste creature socievoli e non certo prive di un livello di scaltrezza, utile a procacciarsi il pane quotidiano nell’intero ciclo alquanto mutevole delle stagioni locali. Ma non, purtroppo, quella necessaria ed opportuna paura dell’uomo che avrebbe potuto allontanare di qualche decade la loro intercorsa estinzione attorno al 1876, soltanto 43 anni dopo che lo stesso Charles Darwin era passato in questi luoghi a visitarli nel corso del celebre viaggio della Beagle, notando l’eccessiva mansuetudine che permetteva ai cacciatori di ucciderne un esemplare con un semplice pezzo di carne nella mano sinistra, mentre la destra già manteneva in bella vista un lungo ed affilato coltello. Pratica diffusa non soltanto per poterne trarre le pelli rossicce di apprezzabile livello di pregio, ma anche rimuovere dal pool genetico quegli esemplari che si erano macchiati, nell’opinione degli abitanti, del crimine più efferato per un animale: aver cacciato ed ucciso, senza remore, il bestiame facente parte delle molte dotazioni consortili dell’odierna civiltà pulsante. Riunita sotto la bandiera con lo slogan valido al di là di qualsivoglia confine: “Prima gli umani” al di là di ogni ragionevolezza, senza considerazioni per il meccanismo autoriparante di eventuali e intonse biosfere. “Gli umani solamente” e nulla più…

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