Oh, vampirico fringuello che torturi tuo fratello. Volpe astuta tra il pollame; il sangue scorre, quando hai fame

Se si osservano i trascorsi della biologia terrestre, chiaro può essere lo schema in base a cui la quantità di zampe si sviluppa in proporzione inversa all’aggressività di una creatura nel contesto del proprio ecosistema di riferimento. Guarda indietro, a quel Giurassico prima del sorgere dei continenti odierni, per comprendere la tesi del piumato tirannosauro, niente più che una gallina dalle proporzioni palaziali, che cammina dondolandosi ed abbassa per ghermire la sua testa ornata da una pletora di denti, arsenale di pugnali che feriscono i più grandi e resistenti tra gli erbivori vissuti sulla Terra. “Gli uccelli sono dinosauri” è d’altra parte uno di quegli assiomi, formalmente e scientificamente improprio, che cionondimeno può servire a porre basi di una comprensione per lo più parziale ma corretta di quei trascorsi. Laddove ciò che è molto piccolo, come sua valida prerogativa, vanta l’essenziale propensione che naturalmente elude i suoi predecessori più imponenti: l’adattabilità a variabili fattori dell’ambiente. Come l’arida e remota serie d’isole di un luogo desolato, cionondimeno tra i più variegati e biodiversi di questo mondo. Galapagos del viaggio di scoperta, della nave HMS Beagle e il suo passeggero più famoso, Darwin in persona che senza una preparazione specifica nel campo dell’ornitologia, annotò estensivamente il comportamento e la forma del becco delle nove varietà di piccoli fringuelli che si avvicendavano tra questi territori aviti. Lì trovando chiari segni di quella pressione generazionale sui fenotipi, che in un tempo successivo avrebbe costituito un valido supporto alla teoria dell’evoluzione: dal Geospiza Magnirostris, mangiatore dalla grande bocca di semi grandi e spessi. Al G. scadens il cui preciso rostro può infiltrarsi tra le spinte vegetali dell’Opuntia. Per del G. conirostris, la cui forza muscolare appare fatta per sbucciare la coriacea frutta che riesce a reperire sulle spiagge di quel sito dalla fioritura limitata. Concludendo la parziale rassegna con la citazione del G. difficilis con il becco piccolo e aguzzo, chiaro segno di abitudini entomofaghe con perfezionamento della tecnica di cattura degli insetti duranti il volo. Giacché nel 1835 non gli fu possibile arrivare a immaginare, sulla base delle nozioni disponibili per costruire il suo discorso, al baratro vertiginoso della verità. Che vede una particolare varietà di questi uccelli, collettivamente inseriti nella famiglia dei Traupidi, supplire alle carenze alimentari tramite una tecnica ben collaudata ed altrettanto crudele: il salasso sistematico delle più grandi, candide e mansuete sule del Pacifico, particolarmente quella di Nazca (S. granti) e la sua cugina dai piedi azzurri (S. nebouxii) ogni qual volta queste scelgano di sostare o costruire il proprio nido presso le due isole abitate dal torturatore tra i passeriformi, segnate sulle mappe come “Wolf” e “Darwin”. Ripetutamente ed insistentemente ferite, come fossero distributori del sanguigno e incomparabile tesoro della nutrizione tra le condannate penne…

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Annaspa ma non cede: riemerge da paludi thailandesi lo strano gatto dal cranio lutrino

Nella progressione evolutiva delle specie si è da tempo giunti ad identificare gli inerenti vantaggi che derivano dall’aumento, o riduzione in termini di dimensione di una determinata varietà animale. Così come al concludersi del predominio d’imponenti dinosauri antecedenti alla creazione degli odierni ecosistemi, piccoli e scattanti mammiferi, agili volatili e rettili compatti giunsero ad assumere una posizione di preminenza, in epoche ulteriori i fenotipi trasmessi lungo il corso delle successive generazioni posero le basi per l’odierno panorama delle prede e dei predatori. Fino al caso trasversale dei grandi felini africani, asiatici e sudamericani, belve imponenti la cui sopravvivenza è il frutto della stabilizzazione di complesse, quanto sfaccettate concatenazioni trofiche dai plurimi livelli interconnessi tra loro. Tutt’altra storia quella dei loro cugini più piccoli, prendendo a particolare esempio il nostro già discusso genere dei Prionailurus, felini asiatici dalla dimensione e caratteristiche basilare non così lontane da quelle del ben noto gatto domestico ormai diffuso in ogni continente abitato dagli umani. Il che non toglie come all’interno di questo gruppo tassonomico notevolmente diversificato, possano esistere creature la cui sopravvivenza ulteriore resti fortemente interconnessa alle vicissitudine di quegli stessi fattori di contesto, che nel corso dei secoli e millenni hanno determinato il fato ultimo d’innumerevoli creature non più viventi. Uno di questi, senza dubbio, è il P. planiceps ovvero [gatto] dalla testa piatta la cui prerogativa di maggior rilievo, come nel caso del parente prossimo nonché co-abitante dello stesso habitat, P. viverrinus o gatto pescatore (vedi precedente articolo) risulta essere la propensione di abitare e trarre sostentamento dalle acque dei fiumi, laghi ed acquitrini. Così smentendo in modo pratico e inerente la ben nota diffidenza dei felini nei confronti del quarto elemento, stereotipo in realtà creato sulla base dei pochi vantaggi che potrebbero venire, alla maggior parte di queste creature, dal cercare potenziali vittime dei propri artigli sotto il pelo di un ambiente dispendioso in termini energetici, all’interno di una nicchia ancor più fortemente competitiva. Ciò a meno, s’intende, di adattamenti specifici a tale possibile stile di vita frutto di atipiche e non facilmente ripetibili condizioni latenti, del tipo incontrato per l’appunto da queste due specie nei loro condivisi paesi d’appartenenza: le umide foreste pluviali di Malesia, Sumatra, Borneo e Thailandia. Con un fondamentale distinguo in merito alle rispettive sfere, principalmente rintracciabile in approcci contrapposti per quanto concerne le strategie d’adattamento. Laddove il pescatore infatti mostra le ben collaudate propensioni di un cacciatore il cui comportamento è strategicamente predisposto a spingersi oltre le rive ed immergersi talvolta per cercare l’occasionale pesce o crostaceo, il suo cugino dalla testa piatta si è adattato lungo i secoli trascorsi a trarre da quel gesto il suo principale sostentamento. Il che ha portato a modifiche importanti della sua struttura fisica, a partire dalla singolare forma della testa da cui prende il nome…

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Chimerico è il superstite malgascio sul confine tra leggenda e verità piumate

Lungamente percettibile più fini estimatori di un parallelismo latente è la possibile sovra-cultura primordiale, in qualche modo in grado di connettere le prime civiltà terrestri. Forse grazie all’opera di antichi esploratori, o mistiche tecnologie perdute. Magari soltanto perché l’umanità è più antica di quanto si creda, ed esistono stilemi tramandati prima di geologiche separazioni dei continenti. Metodi figurativi per rappresentare tipici motivi ricorrenti, dinamici disegni dedicati al ragno, il bue, l’uccello, che paiono egualmente frutto di strutture ricorrenti nel sistema della mente, così come il flusso in qualche modo prevedibile dell’evoluzione di ogni creatura vivente. Poiché l’universo la natura non possono elevarsi da una serie di effettive leggi. Cause, effetti conseguenti. Lezioni apprese fin dall’epoca dei dinosauri. E dei loro discendenti col mantello di piume. Così come il curol chiamato alternativamente il cuckoo-roller o nella sua terra d’origine, semplicemente vorondreo. In quella scheggia circondata dall’Oceano Indiano, ultimo residuo della terra segmentata del Gondwana, cui oggi siamo inclini a riferirci con il nome di Madagascar. La cui estrema singolarità compare chiaramente nelle date interconnesse alla tassonomia, ordinate in modo cronologico al contrario: da Leptosomus (genere) nel 1816, a Leptosomidae (famiglia) del1838, fino all’ordine dei Leptosomiformes, inserito nei cataloghi soltanto a partire dal 1891. Ciò a partire dalla presa di coscienza, dolorosamente ma necessariamente tardiva, che nonostante l’aspetto vagamente familiare dovuto ad esigenze meramente tecniche, questa era una creatura totalmente solitaria nello schema generale dell’albero dell’esistenza. Incapace di appartenere a qualsivoglia categoria precedente! Nonostante il becco lievemente curvo e la postura allungata da cuculo. Tralasciando le ali larghe ed il volo volteggiante dei comunque ben più piccoli Brachipteraciidi (roller). E poco importa il metodo di caccia consistente nel restare immobile per lungo tempo prima di piombare sulla preda, che ricorda vagamente il modus dei rapaci o nel suo specifico ambiente forestale, i buceri dell’Africa o dell’Asia distante.
Per questa presenza dai 25 ai 49 cm in base alla zona di appartenenza, la striscia cupa dietro l’occhio simile al trucco di un mimo, capace di avvicinarsi concettualmente a ciascuno di essi allo stesso tempo. Fluttuando via lontana, immantinente, da ogni sogno mai sognato tra coloro che conoscono i suoi simili tra valli e monti del nostro affollato pianeta…

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L’iridescente abito del verme rivestito dalle fibre ottiche delle antiche profondità marine

Striscianti esseri delle opprimenti tenebre del mondo ctonio, gli anellidi di terra possono contare unicamente sulla propria inclinazione alla furtività nella speranza spesso vana di riuscire a rimanere inosservati. Sotto il suolo, in mezzo all’erba, fluendo in mezzo agli umidi sostrati dove l’occhio dei moltissimi nemici non riesce a penetrare con la solita, spietata efficienza. Strategia non così diversa da quella impiegata nel remoto regno della fauna bentonica, costantemente sorvegliata dalle pinne agili che discendono a piacere lungo l’asse verticale della colonna marina. Ma sfuggire dalla bocca del proverbiale “pesce più grande”, soprattutto in profondità dove lo spettro luminoso ha una composizione fragile o incompleta, non è un gesto in grado di rispondere a una serie del tutto riconoscibile di leggi ottiche a noi note. Sorprendente presa di coscienza, quest’ultima, in grado di trovare basi solide nell’identificazione di un appartenente al genere Aphrodita, sulle sabbiose coste dell’Atlantico o il Mediterraneo Occidentale, trasportato in modo accidentale dal flusso certe volte imprevedibile delle correnti marine. Piatto, peloso essere della lunghezza di fino a 20 cm, che incede sulla sabbia mediante metodo sinuoso e da essa riesce ad essere quasi del tutto ricoperto. Trovando ispirazione per quel nome anglofono palesemente utile a descriverlo, sea mouse o topo di mare, dal possesso delle setole posizionate dall’evoluzione a ricoprire la sua parte dorsale. Il cui affioramento ben visibile non assorbe meramente, bensì riflette e amplifica la luce dell’astro solare di superficie. Rosse, quando le si osserva da una posizione obliqua, per poi diventare arancioni al nostro avvicinarsi e tendere ad un verde intenso simile alle elitre dei coleotteri, quando ci si mette perpendicolarmente alla sua forma stranamente scintillante in mezzo alle ineguali depressioni della ripida interfaccia tra la terra e il mare. Ricordando con modalità egualmente metaforiche l’aspetto stagionale di un ornamento natalizio, dimenticato dal trascorrere del tempo fino a emergere in differente contesto. Questo grazie ad una strategia notevole, che attraverso il ciclo delle epoche ha donato al rilevante ramo dell’albero della vita il possesso non del tutto esclusivo della cosiddetta colorazione strutturale, frutto non di semplici pigmenti bensì la disposizione fotonica di una pletora di prismi esagonali nei sottili ed urticanti peli di quel mantello. Così da creare un irriconoscibile contrasto, a ridosso delle placide profondità sabbiose di origine ed appartenenza elettiva. Ma non sempre ciò che viene da specifici recessi, riesce a mantenere le sue implicite prerogative quando appare finalmente dentro il repertorio nozionistico degli umani. Il che offre rare opportunità per l’applicazione risolutiva del senso critico, assieme alla rigida deduzione scientifica del semplice contesto di appartenenza…

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