Prima dell’introduzione su larga scala degli algoritmi generativi, ed il conseguente odio-amore collettivo per la cosiddetta Intelligenza Artificiale, l’avversione degli utenti di Internet sembrava concentrarsi a chiazze nei confronti dell’impiego presumibilmente dilagante del Photoshop. Avendo individuato nella manipolazione ad arte di un’immagine, per quanto messa in opera da mani umane, la perfetta evoluzione digitalizzata di un inganno, il tentativo prototipico d’incrementare a torto i meriti di un luogo, una persona o un’idea. Così l’ammasso dei pixel poco più che immaginifici poteva fare la fortuna, ed al tempo stesso rovinare la magnifica spontaneità potenzialmente inconfutabile, dei suoi soggetti eletti a polo d’attenzione della gente. Come il sito bulgaro di Prohodna alias Oknata, il celebrato “Passaggio dei Camini” diventato solamente in epoca recente e grazie a un plebiscito popolare, “Grotta degli Occhi di Dio”. Con l’aiuto certamente significativo di uno degli scatti social paesaggistici più apprezzati dell’ultima decade, in cui il soffitto di una tale meraviglia appare fotografato dal basso, con le due aperture perfettamente simmetriche a forma di mandorla e una luna piena dai contorni straordinariamente definiti incorniciata in una esse, completa dei gradienti dei suoi mari e le forme di svariati crateri. Impossibilità visiva, al pari della luce intensa ma soffusa che riesce a sottolineare le ruvidità eminenti della roccia, la sua conformazione ed i solchi ricavati dai lunghi secoli di piogge già cadute, come lacrime di un’entità superna. Questo perché in tale scena non c’è quasi nulla di reale. Tranne la cosa più importante, ovvero l’esistenza di Prohodna stessa, con la sua altezza di 45 metri ed una lunghezza di 262. Perché, allora, tentare di migliorare ulteriormente una conformazione più unica che rara nell’intero panorama della geologia mondiale? Una sola risposta appare possibile, esemplificata dall’inconfutabile inclusione di una tale meta tra i 100 luoghi turistici maggiormente apprezzati del paese, meta d’infinite visite annuali alla ricerca della miglior foto instagrammabile o (più raramente) dei momenti introspettivi da tenere al sicuro nel proprio segreto scrigno dei ricordi. Il turismo, dopo tutto, è linfa della crescita economica di una regione come la facilmente raggiungibile provincia di Lovech, nota per le molte straordinarie formazioni create dal carsismo della propria antichità pregressa. Come la sorgente dalle acque blu intenso di Glava Panega, la grotta delle stalattiti di Saeva Dupka o la vasta camera squittente di Devetashka, anche detta cattedrale dei pipistrelli. Tutte creazioni pienamente o parzialmente dovute al corso mutevole di quello che oggi è fiume Iskar, intrappolato nella gola che oggi dà il nome all’interno parco naturale circostante. Sebbene l’attenzione del pubblico sembri sempre ritornare e polarizzarsi, per qualche ragione, unicamente verso quella coppia di aperture orizzontali, apparenti portatrici di un significato simbolico trascendente, spesso ricondotto al concetto della Divina Provvidenza. O in un più raro, ripetibile frangente, quella di un gigante che ci osserva, da cui l’altro nome certe volte ripetuto: Grotta degli Occhi del Demone. L’altro lato, raramente illuminato, di un luogo non del tutto privo d’implicazioni malefiche o sinistre…
Europa
La chiesa spoglia: milioni di mattoni per un organo gigante nel cuore di Copenaghen
Oltre l’applicazione di un semplice canone, o la ricalibrazione dei modelli. Come culmine di un singolare approccio, al tempo stesso pubblico e profondamente personale. La Grundtvigs Kirke nel distretto Bispebjerg della capitale e città più celebre di Danimarca potrà non essere tra le attrazioni generalmente visitate dai molti turisti internazionali, ma costituisce nondimeno un distintivo d’importanza singolare per l’approccio scandinavo a determinate questioni filosofiche ed estetiche, giunge al principio del XX secolo a rappresentare una società ormai prossima alla mescolanza dell’epoca post-moderna. Sebbene ancora in grado, con marcata enfasi espressiva, di ottenere ispirazione dal suo passato. Il che non significa che un edificio simile avrebbe potuto esistere, senza il diretto contributo di un singolo individuo, l’architetto Peder Vilhelm Jensen-Klint, che ne seppe fare l’opera della sua vita e al tempo stesso, il suo indiscusso capolavoro. Avendo ormai raggiunto la sua maturità professionale e massima reputazione come ingegnere edilizio, dopo la laurea conseguita nel 1877, quando 36 anni dopo tale data stava attraversando un periodo di pausa nelle sue commesse lavorative. Decidendo dunque all’ultimo momento di partecipare alla competizione, indetta da un comitato civico-culturale privato con finanziamenti statali, per la costruzione di un nuovo ed imponente monumento cittadino. Era il 1912 quando tra 29 proposte, la maggior parte delle quali di carattere scultoreo, la sua proposta di una chiesa improntata al carattere dell’espressionismo architettonico di matrice tedesca venne accantonata. Per poi perdere di nuovo, salvo un fortuito ripensamento, l’anno successivo in cui venne deciso nonostante tutto, per assenza di alternative giudicate valide, di assegnargli il compito di edificarla in base al suo progetto iniziale. Il che fu una fortuna giungendo nei fatti a costituire, in modo quasi paradossale, uno degli edifici più riconoscibili e influenti della modernità danese. Qualcosa d’iconico, ancor prima che gigantesco, in grado di fare della dialettica espressiva e puramente artistica il suo pilastro centrale. Con una facciata che non manca di evocare nei fruitori ed utilizzatori, ormai da oltre un secolo, l’oggetto immediatamente riconoscibile per ogni luterano degno di questo nome: il grande organo a canne, strumento necessario all’enunciazione degli inni ecclesiastici, impiegati come tramite per lo stato di meditazione necessario a percepire il senso collettivo della trascendenza. Qui rappresentata in modo quasi tangibile, grazie ad un’atmosfera oggettivamente difficile da riprodurre altrove. Certamente non alta quanto le cattedrali di Colonia, Beauvais o Amiens, con i suoi “appena” 22 metri torre campanaria inclusa, la chiesa in questione offre di suo conto ai visitatori l’impressione di trovarsi in uno spazio proiettato in senso verticale aspirando alle iperboree circostanze del Regno dei Cieli. Senza nessun tipo di ornamento o rappresentazione sacra bensì l’esclusiva, inarrivabile, proposta di coinvolgimento offerta sul piano spirituale…
Toppler Haus, la svettante casa sul pilastro che si specchia nella storia della Baviera
Il possesso di un castello all’apice del Basso Medioevo era molto più che un mero investimento immobiliare. Simbolo di status, privilegio di un signore ereditario, metodo effettivo per l’ottenimento del dominio su un preciso territorio, molto spesso come conseguenza di un accesso all’eminente condizione della nobiltà coéva. Nonostante questo sussistevano speciali condizioni, al verificarsi delle quali l’importanza di un singolo individuo poteva raggiungere la massa critica verso l’ottenimento di diritti superiori ai trascorsi dei suoi immediati predecessori. Casi come quello di Heinrich Toppler verso la metà del XIV secolo, borgomastro eletto dal concilio della liberà città imperiale (Reichsstädte) di Rothenburg ob der Tauber, oggi celebre nella cultura popolare per il proprio impiego come sfondo in una delle primissime scene dell’iconico videogioco Secret of Monkey Island. Luogo che in quel particolare periodo storico, stava attraversando uno dei suoi trascorsi di maggior prestigio, con i circa 5.500 abitanti, ed altri 14.000 negli immediati dintorni, sufficienti a renderla una delle 20 città più vaste del Sacro Romano Impero. Ciò anche grazie all’oculata amministrazione di costui, che per il tramite di nobili alleati ormai decaduti fece riacquistare mulini, borghi e villaggi per gestirli come infrastrutture centralizzate, invitando inoltre i facoltosi mercanti ebrei a tornare a vivere al sicuro tra le mura della città. Una storia di successo destinata a riecheggiare nell’intero land, tanto da indurre il duca di Baviera, possibilmente Herzog Stephan III, a nominarlo feldmaresciallo della Lega Sveva col diritto di farsi disegnare ed esporre un wappen o vessillo di famiglia. Per il quale lo stimato sindaco optò di far riferimento a un gioco di parole sul suo cognome Toppler, simile alla parola in medio-alto-tedesco significante “giocare a dadi”. Allorché un paio di topel recanti le cifre più alte di cinque e sei campeggiano al centro, sormontati da un elmo coronato da cui sporgono due braccia, recanti anch’esse un’ulteriore coppia di dadi. Il che gli permise di finalmente di portare e termine ed inaugurare un suo progetto risalente al 1388, consistente nella costruzione di una Festes Haus o dimora fortificata poco fuori il borgo, con l’intento dichiarato di proteggere la valle antistante della Tauber e le preziose risorse agricole contenute al suo interno. Il che, sfruttando la presenza di un laghetto artificiale non più esistente, avrebbe dato luogo ad una delle strutture più interessanti e successivamente imitate delle campagne medievali della Germania. L’elevato, oblungo e stranamente fiabesco Topplerschlösschen (“Piccolo Castello di Toppler”) il cui aspetto generale sembra richiamarsi a quello di una pratica dimora di campagna, doverosamente intonacata, in equilibrio sopra la torretta in bruchstein o pietra grezza di arenaria rossa franconiana, tanto drammaticamente simile all’aspetto di una possente fortezza dell’epoca delle Crociate…
Silenziosa e immobile, la ciambella che minaccia di cambiare il paradigma del volo aerostatico
Il ciclo vitale di molte specie di ragni, durante lo stadio più giovane prevede una modalità di spostamento utile a disperdere il proprio patrimonio genetico a distanze sorprendentemente significative: gli aracnidi attaccati, individualmente, a piccoli pezzi di ragnatela, del tutto simili a piccole mongolfiere, si lasciano trascinare via dal vento, in maniera analoga a quanto avviene per i semi o le spore di creature vegetative. Con una significativa differenza: l’essere dotati del fondamentale dono del movimento. Allorché aggrappati saldamente a quelle fibre appiccicose, agitano le proprie zampe, spostano le masse fluide nel tentativo di dirigere la propria traiettoria, quasi come stessero nuotando. Non è forse immaginabile, a questo punto, una speciale circostanza in cui tre di questi esseri si trovassero ai lati equidistanti della propria pseudo-sfera? Ed agendo con esperto sincronismo, riuscissero a efficientemente ad effettuare delle vere e proprie manovre, incluso il volo librato per guardarsi attorno… E se invece il loro mezzo fosse, guarda caso, una ciambella?
Questa l’effettiva configurazione, con dodici motori elettrici distribuiti su quattro propulsori, ciascuno di essi un effettivo quadrupede del tutto in grado di articolare un piano di volo individuale. E che avrebbe anche potuto farlo, se non fosse per il piccolo dettaglio di essere stato integrato saldamente all’interno di un giunto cardanico, a sua volta parte della struttura esterna di quel misterioso artefatto volante. Oggetto molto facile da identificare, grazie al nome orgogliosamente impresso lungo il fianco della propria parte di maggior preminenza: l’aérOnde, gioco di parole in lingua francese che vede confluire in appena tre sillabe i termini aria, onda e ronde (rondella, cerchio). La sovrastruttura fabbricata in materiale tessile, per entrare nel particolare, che ricorda a tutti gli effetti il pallone di una mongolfiera. Pur avendo un maggior numero di punti in comune, a conti fatti, con le aeronavi del conte Zeppelin e tutto quello che è venuto dopo. Con riferimento alla maniera in cui una simile invenzione, frutto della startup omonima fondata nel 2022 dall’ingegnere e docente universitario Jérôme Delamare, riesce a raggiungere la meta designata dal suo pilota. Proprio come fosse, dal punto di vista meramente utilitaristico, la versione sovradimensionata di un moderno assemblaggio plurimo di droni, sebbene tali quadricotteri non siano di lor conto sufficienti a sollevare il peso complessivo del velivolo. Essendo tale compito in effetti attribuito ai quattrocento metri cubi di gas elio contenuti nella sacca toroidale. La prova pratica che tanto spesso, in tecnologia come in natura, soluzioni ibride possono portare al coronamento del progetto iniziale…



