Lenta e inesorabile, la marcia delle epoche attraverso le indivise percezioni collettive della forma trascendente in bilico tra l’universo e l’anima profondamente intrinseca del singolo pensiero razionale. Disegnando come l’arco di una logica circonferenza, entro cui s’iscrive la presciente cognizione, mentre le incessanti moltitudini ambiscono a un ritorno presso il centro esatto di una simile figura. Come raggi di una ruota trascinati, nelle logiche di un tempo ripetuto, attorno alle ripetizioni di un eterno spazio vagamente consapevole. Per quanto tempo, ancora? Se l’energia centrifuga del mondo può produrre un’effettivo specchio della nostra anima. Tramite l’oggetto sincretistico di un’espressione obliqua e trascendente. Lì oltre i punti della società così delineata, dove giacciono i residui delle cose ormai trascorse. Un luogo tipico ed inusitato al tempo stesso. La discarica sapiente del platonico discorso sull’esistenza. Untilled era il titolo, “Non coltivato” dell’opera/giardino creata nel 2011 per il parco Karlsaue di Kassel in Germania, dall’artista francese residente in Cile, Pierre Huyghe. Un luogo senza tempo e senza senso, costruito attorno alla riproduzione di una statua femminile di Max Weber (1864-1920) la cui testa era stata ricoperta da un pulsante e brulicante alveare. Cui si offriva come controparte il tronco di una quercia abbattuta con riferimento a un’opera di Joseph Beuys (1921-1986) circondata dall’attiva e vivida comunità di un formicaio. Due punti focali offerti al pubblico tramite la mediazione del cane ed accompagnatore di nome Human, elegante membro della razza Podenco ibicenco delle Isole Baleari la cui zampa anteriore destra era stata preventivamente tinta di un colore rosa acceso. Così aggirandosi tra significative coltivazioni di vegetazione psicotropica, e pezzi di marciapiede accatastati ai margini del tortuoso sentiero, i visitatori venivano chiamati a vivere una condizione imperscrutabile di stasi tra filosofia e natura. Autonoma e perciò del tutto indipendente dalle mani e gli occhi del suo creatore. Demiurgo, in questo caso, intento a evidenziare la natura per lo più ontologica dell’intervento umano sullo stato della sussistenza inusitata. Non esattamente una trasformazione delle tematiche di questo esperto manipolatore del potere comunicativo di immagini o concetti fuori dal contesto. Quanto l’evoluzione del messaggio meditativo alla base di tutto, forse il più importante immaginabile, per coloro che hanno voglia e tempo d’interrogarsi.
Celebre per l’uso fatto di una narrazione spesso ermetica, riconducibile alle visioni ultramondane di speculazioni fantascientifiche o invenzioni quasi cinematografiche, nella loro drammaticità e potenza, Huyghe è il raro esempio di un’artista post-moderno che lavora fuori dagli schemi di un preciso materiale o tipologia d’installazioni, facilmente immaginabili all’interno di un contesto museale, un’esposizione o collezione privata. Avendo spaziato attraverso la sua lunga carriera, iniziata col completamento degli studi presso l’Arts Decos’ di Parigi nel 1985, tra scultura e videografia, costruzioni meccaniche, apparati digitali ed ogni sorta di altra diavoleria tecnologica, sempre all’interno di uno schema attentamente definito in cui nulla succede senza una ragione allineata in modo assai preciso di uno schema più grande. Benché non sempre o necessariamente tale meccanismo appaia trasparente per i suoi fruitori…
fantascienza
Giù nel cyberspazio con Lu Yang, poeta del caleidoscopico transumanismo dell’ultima Era
Attraverso il trascorrere dei giorni e delle ore, seduti saldamente innanzi ad uno schermo, mouse e tastiera, può talvolta capitare. Che la coscienza venga risucchiata dentro il flusso delle informazioni, assieme al senso dell’identità latente che costituirebbe in base alle precipue discipline l’anima transiente delle persone. Nel ciclo senza fine di vita e non-esistenza, Samsara dell’oceano di pixel e infinitesimali piegature della materia efficaci nel superamento degli antichi limiti della memoria. Oltre i metodi biologici e persino ciò rientra nella semplice speculazione, là dove la mente può essere soltanto eterea ed in conseguenza di ciò, assoluta… Ed in conseguenza di ciò, condivisa. Questo è il flusso e tale la più estrema iterazione, di un tipo di cultura post-moderna in grado di trascendere le chiare geometrie create da coloro che hanno tratteggiato l’effettiva traiettoria psichica dell’esistenza. Psicologi, neurologi, studiosi del sistema d’interconnessione tra le cellule che aleggiano nell’interstizio tra Universi, non possiedono il segreto necessario per capirlo. Poiché poche sono le persone in grado di sperimentarlo! E ancora meno, quelle che possiedono allo stesso tempo la capacità dialettica opportuna per tradurlo in termini evidenti, il che va oltre la semiotica e sconfina nello spazio iperboreo ed ineffabile del meta-linguaggio. Arte, in altri termini, fornita dell’aspetto implicito di quanto scaturisce dalla non-officina totalmente virtuale di creativi come Lu Yang/Doku, entità umana nata a Pechino nel 1984, formatasi ad Hangzhou per poi trasferirsi nella Tokyo tentacolare, immensa, incomprensibile fontana variopinta che incamera e traduce le molteplici correnti odierne. Così come il veicolo creato da egli, senza un sesso ed una nazionalità precise, priva/o di una biografia ufficiale, in assenza di dettagli espliciti in merito ai propri trascorsi oltre le limitate informazioni già delineate. Poiché: “Nel mondo di Internet è possibile spostarsi oltre i limiti, lasciando dietro di se i stringenti limiti della materia” afferma tramite l’impiego pressoché esclusivo di algoritmi per la traduzione, onde rispondere alle domande d’intervistatori internazionali. Il che non è altro che un preliminare accenno, quasi riduttivo, alla portata olistica del suo metodo espressivo d’artista.
Che potremmo situare nella surreale confluenza, come di affluenti di un singolo corso ponderoso, sopra tre pilastri spesso visti come unici ed al tempo stesso in contrapposizione: la scienza medica per quanto concerne l’anatomia, la cosmologia buddhista ed il metodo espressivo della cultura manga ed anime, in cui ogni cosa viene analizzata soprattutto in funzione di ciò che sembra e quello che può effettivamente rappresentare. Punto di partenza, quest’ultimo, soltanto in apparenza privo di un sostrato di complessità latente. Poiché permette di osservare e commentare il mondo da ogni faccia del diamante traslucido, posizionato al centro indiscutibile dell’Universo stesso…
Che fine ha fatto l’autobus a propulsione nucleare, strano sogno cinematografico degli anni ’70
Cruciale nel comprendere l’assioma tipicamente anglofono secondo cui less is more (“meno è meglio”) è ritornare con la mente al tipo d’intrattenimento proiettato sugli schermi cinematografici di due o tre generazioni prima di quella corrente. Prima della grafica creata al computer, dei personaggi totalmente fittizi, delle scene immaginifiche e delle comparse duplicate digitalmente. Quando un Buon Effetto Speciale era frutto dell’ingegno, il senso pratico, la capacità di rendere possibile il volere del regista sul suo trono trasportabile di alluminio e tela. E costruire automobili rappresentava, tanto spesso, il volto tecnologico di produzioni con un budget sufficientemente ampio, poiché il mondo dei motori continuava ad essere, nella mente e nell’immaginario collettivo, il simbolo rombante del progresso e dell’avvenire. Questo seppe dimostrarci Batman già verso la metà degli anni ’60 e per trasferire tale locuzione ad un diverso genere, la memorabile Monkeemobile del telefilm sui stravaganti musicisti ed aspiranti star del rock Dolenz, Nesmith, Tork e Jones, in realtà nient’altro che una Pontiac GTO modificata, con fari e pinne aerodinamiche notevolmente ingrandite. Dietro il successo andato avanti fino al ’68 dei Monkees figurava d’altro canto un giovane regista, la cui voce risuonava come quella del magico manichino nell’appartamento dei protagonisti, capace di elargire perle di saggezza ogni qualvolta ne tiravano lo spago di attivazione. Il suo nome era James Joseph Frawley ed otto anni dopo avrebbe finito per costituire la mente tecnica di uno dei più bizzarri, insoliti e per certi versi meglio riusciti disaster comedies nella storia di Hollywood. Prima di Airplane! (L’aereo più pazzo del mondo, 1980) e Critical Condition (Prognosi Riservata, 1987) e certamente prima di Sharknado (2013) fu per iniziativa dei cervelloni della Paramount che venne messo in produzione il concept per qualcosa di piuttosto raro dai tempi di Agatha Christie: una pellicola girata quasi totalmente, per lo meno nella finzione scenica, all’interno di un veicolo in movimento, la cui stessa esistenza era del tutto e puramente fantastica, essendo la risultanza di una fortunata comunione di menti creative. Andando nel contempo a rivisitare, in chiave ironica, le celebrate narrazioni drammatiche e terrificanti del regista cult e Master of Disastre, Irwin Allen (1916-1991). Così raccontano le poche cronistorie degli eventi tra cui quella dell’appropriatamente intitolata rivista Bus World, di come al direttore artistico dell’innovativa proposta, Joel Schiller fosse stato fornito un ampio budget di 250.000 dollari (pari ad un milione al cambio attuale) per creare un veicolo che fosse memorabile ed al tempo stesso iconico, degno di figurare come il vero e proprio protagonista dello show. Operazione destinata a compiersi senza disegni preparatori, un piano preciso e progetti ingegneristici, poiché quella era l’usanza dell’epoca, ma con l’assistenza di tecnici veterani quali Gaile Brown e Lee Vasque, addetti al dipartimento effetti speciali della compagnia. Fiduciosi che l’oggetto scarsamente identificato risultante da un simile summit di talenti, lungo più di 30 metri ed alto come un double-decker londinese, con 32 ruote di cui 8 sterzanti e costruito attorno ad un vistoso “reattore atomico” dalla potenza fuori scala, avrebbe finito per lasciare basiti persino loro stessi…
L’ombra sopra Tokyo del palazzo in grado di raggiungere i confini della stratosfera
In base al testo di un vecchio proverbio, si è talvolta soliti affermare: “Le strade dell’Inferno sono lastricate di ottime intenzioni”. Lo stesso, d’altro canto, vale per il Paradiso. Strade o trombe verticali di ascensori a dire il vero, di un qualcosa che potremmo definire come l’ago di collegamento, il nesso imprescindibile tra sopra e sotto, presente e futuro, sopravvivenza e inevitabile auto-annientamento della collettività urbana. Fino alla creazione di 30 milioni di effettivi co-inquilini, intesi come gli abitanti di un singolo spazio architettonico, per quanto ciò possa sembrare improbabile, persino dal punto di vista di colui che giunse a dargli forma nella propria fervida immaginazione di scienziato urbano. Il soggetto dell’intero balzo quantico verso il possibile reame delle cose ha dunque il nome di Toshio Ojima, noto educatore, ricercatore, studioso ed ingegnere che insegnò all’università tokyoita di Waseda. Quella stessa città che avrebbe visto un giorno disgregarsi, scomparire al fine di creare un qualche cosa di assolutamente nuovo: la più impressionante, inimmaginabile realizzazione mai teorizzata del concetto di arcologia. Avete presente? Il tipo di costrutto abitativo sufficientemente grande da essere dotato di residenze, luoghi di lavoro, fattorie, fabbriche robotizzate, tanto popolare nella fantascienza letteraria ed altre opere d’ingegno di generi confinanti. Benché sia raro, addirittura in quel contesto, che un autore immagini qualcosa di costruito dalla mera umanità, che possa nel contempo superare l’altezza del monte Everest, considerato fin da tempo immemore il tetto del mondo. Troppo improbabile? Ma un’evoluzione che giammai nessuno avrebbe avuto modo, né ragione di allontanare. Per lo meno nell’idea creata in prima persona dal professore ed illustrata dal disegnatore di concept art Masaki Yabuno, che sarebbe stata oggetto di alcune ragionevoli disquisizioni durante l’evento storico del summit della Terra del 3-14 giugno 1992 a Rio de Janeiro. Il primo grande incontro di nazioni organizzato in merito al tema dell’ecologia e il momento esatto, nell’itera della progressione generazionale contemporanea, in cui sarebbe stato elaborato e promulgato il protocollo di Tokyo. Sebbene molti meno ricordino, o abbiano mai preso in seria considerazione, l’idea parimenti dedicata alla risoluzione dell’impronta carbonica della popolazione globale, il soggetto per riunire l’attuale popolazione di una megalopoli in uno spazio paesaggistico comparativamente insignificante. Ciò grazie all’edificazione della Tokyo Babel Tower (東京バベルタワー) iper-grattacielo dalla forma tondeggiante vagamente riconducibile a una lettera “A” , con riferimento alle soluzioni strutturali utilizzati dall’attuale Tokyo Tower e la sua dichiarata ispiratrice, la torre Eiffel di Parigi. Ma un’altezza superiore ai 10.000 metri e base di 110 chilometri quadrati, essenzialmente sufficiente a ricoprire del tutto i confini urbani all’interno dell’anello urbano della ferrovia di Yamanote. Poiché non sarebbe forse meglio riunire tutte le proprie uova all’interno dello stesso paniere, quando quest’ultimo può essere reso impervio a terremoti, inondazioni, persino l’impietoso passaggio dei secoli nell’inconoscibile avvenire?



