Il primo grattacielo sul Tamigi, ambizione imperiale di un’epoca oltre i limiti dell’architettura coeva

Ah, Londra! Chi non riconoscerebbe subito le forme perpendicolari dei pinnacoli notoriamente aguzzi dell’ampio Palazzo del Parlamento, con le sue due torri a pianta quadrata, la più alta delle quali dedicata alla Regina Vittoria, l’altra ospitante il riconoscibile quadrante del Big Ben, tanto spesso impreziosito dal roboante suono delle proprie sconquassanti campane. Ed a completare l’ideale trittico, il gigante verticale dalla sovrastante lanterna? La cui ombra copre nel corso della giornata il sito delle discussioni parlamentari… Così come la vicina forma ecclesiastica dell’abbazia che fornisce il nome a tutto il quartiere: Westminster, sotto l’alta meridiana del grattacielo. La torre dei sogni possibili, mai formalmente né praticamente realizzata, a completare il già gremito skyline cittadino. Non per mancanza di motivazioni percepite, s’intende.
Famosa nella cognizione odierna della storica città di Karakorum, capitale dei domini mongoli all’apice dell’influenza di quel popolo, era l’abitudine dei Khan di trasportare i tesori saccheggiati da ogni angolo d’Eurasia tra le yurte ed i palazzi del potere, a incancellabile memoria della quantità di popoli sconfitti dall’inarrestabile avanzata delle orde dei cavalieri. Una tendenza che allo stesso modo, nelle plurime declinazioni possibili, si ripresenta nei trascorsi delle collettività conquistatrici, col pretesto in epoca moderna di “preservare” e “custodire” nelle auguste sale degli allestimenti museali, l’ambiente ideale, sebbene disallineato con la progressione contestuale delle originali culture di provenienza. Così era il British Museum per Londra, durante l’epoca Vittoriana. Coadiuvato nel contempo da un approccio parallelo ma diverso, consistente nel cercare un metodo celebrativo maggiormente orientato all’autocelebrazione dei traguardi raggiunti: statue, tombe e monumenti, in un ordinato susseguirsi che la gente fosse incline a visitare, nel tentativo di comprendere fino a che punto i condottieri fossero riusciti a piantumare l’orgoglioso rettangolo dell’Union Jack. Così era, ancor prima che un luogo di culto, l’iconica e antichissima abbazia di Westminster. Soprattutto se vogliamo credere al rapporto dell’urbanista George Gilbert Scott del 1854 per l’ufficio del vice-decano della chiesa, in cui si fa notare non soltanto l’eccessiva concentrazione di simili implementi celebrativi tra le mura della sua basilica, ma pure l’impossibilità imminente di riuscire a seppellirvi i grandi uomini della vigente generazione, causa l’accertata ed innegabile mancanza di spazio. Una questione certamente problematica, vista la continua crescita della popolazione britanniche e delle Grandi Gesta dai suoi più celebri esponenti in campo scientifico, letterario, culturale… Ci vollero dunque un certo numero di decadi (nulla avviene rapidamente a quel livello) perché la problematica approdasse alla disquisizione di una commissione governativa, istituita da parte del nuovo decano abbaziali tra gli anni 1890 e ’91. Istituzione la quale iniziò il vaglio di vari possibili progetti, molti consistenti nella costruzione di nuovi complessi o aree monumentali. Ma i più ambiziosi tra i quali, giungevano a proporre l’ampliamento dell’abbazia stessa, nell’unica direzione possibile all’interno dell’angusto centro cittadino: verso l’alto, là dove il cielo superava l’orizzonte delle idee convenzionalmente condivise…

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La chiesa d’ebano plasmata dalle fiamme della ribellione a Brașov, vicino al cuore della Transilvania

Pochi edifici possono incarnare il senso ed il significato di un preciso luogo più dei suoi luoghi di culto, espressioni tangibili del senso del sacro, sapiente applicazione delle più elevate competenze tecniche ed ingegneristiche di un popolo devoto. Progetti spesso concepiti in epoche di pace ed abbondanza, poi andati incontro ai tipici risvolti imprevedibili della vicenda storica tangente. Casistica tanto più frequente nel caso delle grandi basiliche o cattedrali dell’Europa cristiana, il cui completamento poteva richiedere oltre un secolo di tribolazioni e progressivi adattamenti. La chiesa che sovrasta il pittoresco centro storico di Brașov, capitale della contea omonima all’interno della regione Rumena di Transilvania, costituisce il caso raro di una creazione sacra diventata, a causa di un evento estremamente preciso nei suoi sei secoli di esistenza, non soltanto simbolo di fede ma nazionalismo ed il coraggio di frapporsi al profilarsi di un ingiusto destino. Quello percepito come prossimo ad imporsi al culmine della Grande Guerra Turca, quando nel 1688 il generale Antonio Caraffa venne nominato governatore di questa regione e marciò in armi fino alle antiche porte della ricca ed orgogliosa cittadina. La che il popolo, asserragliato in armi e chiuso nel vetusto bastione costruito dalla Corporazione dei Tessitori, fece il possibile per resistere alle autorità straniere, di fronte al rischio di obblighi in materia religiosa e la prospettiva di tasse aumentate. L’assedio fu brevissimo, e l’opposizione messa a tacere. Ma l’acredine verso la nuova classe dirigente, per di più reciproca, non poté che aumentare nel corso dell’anno successivo. Fino al tragico episodio, possibilmente interconnesso, dell’incendio scoppiato il 21 aprile del 1689, destinato a coinvolgere un ampio numero di case e costare la vita di circa 300 persone. Disastro le cui fiamme si estesero rapidamente per le vie dell’Ospedale, della Porta e l’intera zona sotto il monte Tampa. Fino al lambire le alte mura ignifughe della Biserica Sfânta Maria, alias Marienkirche causa la sua costruzione ad opera di una comunità tedesca, che per volere del destino o intercessione dell’Altissimo non andò incontro ad un disfacimento pressoché totale. Ma l’alba successiva, di fronte allo sguardo incredulo della gente di Brașov, qualcosa d’incredibile ebbe ragione di palesarsi: le familiari ed alte mura di mattoni ornate con figure in pietra d’arenaria avevano inglobato la fuliggine inclemente di quel vortice di morte e distruzione. Diventando cupe e misteriose come l’oscurità assoluta del momento intermedio, che segue al tramonto della luna e anticipa l’ora dell’alba mattutina.
A partire da quel momento e negli anni a venire, pur andando incontro a formalizzazione soltanto nel XIX secolo, l’edificio fu ribattezzato come Biserica Neagră, la Chiesa Nera, binomio che sembra alludere a sinistri malefici o sconveniente presagi. Impressione in qualche modo supportata non soltanto dai bruciati laterizi, ma anche la forma stolida ed inamovibile del suo progetto architettonico tradizionale. Il che non potrebbe risultare più lontano dalla leggiadria dei suoi interni notevoli, dove si trovano le tre navate più vaste dell’intera Europa sud-orientale. Con giusto un tocco di Barocco, nello stile delle volte, le tribune ed alcuni arredi liturgici di quel vasto e stratificato ambiente…

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Leggiadro è il vortice, mutevole il percorso del museo di Hainan, emblema della scienza immerso nella giungla cinese

In alto sullo sfondo di una skyline costituita in larga parte dagli spigoli del cosiddetto stile internazionale, tanto funzionale quanto anonimo e per sua implicita caratteristica privo di variazioni concepite sulla base del contesto latente, uno degli architetti più celebrati della Cina si è trovato a costruire l’opera che più di ogni altra sembra incorporare i crismi progettuali del suo modo di trasformare gli edifici in una narrazione. Ma Yansong e l’integrazione tra opera dell’uomo e natura: difficile immaginare una più evidente comunione di un artista con la sua poetica, più volte trasformata in una vera e propria dichiarazione d’intenti nei testi teorici, nelle interviste e tramite l’inconfutabile principio della via dei fatti. Così nasce chiaramente l’Hainan Kejìguǎn (海南科技馆 – Museo della Scienza di Hainan) inaugurato lo scorso aprile sulla base di quella che potremmo definire un’imprescindibile domanda: quanto può riuscire ad assomigliare una struttura da 45.528 metri quadri, sviluppata su cinque livelli più uno interrato, ad una nube? O per meglio definirla, l’addensamento di minuscole goccioline e cristalli di ghiaccio al centro di un evento ciclonico, del tipo che talvolta tende ad abbattersi su queste coste, minacciando danneggiamenti all’unico e prezioso spazioporto cinese. Qui sull’isola dal clima tropicale, la cui costa occidentale ospita la città da 1,8 milioni di abitanti di Haikou, evidentemente famosa per l’età media piuttosto bassa dei suoi abitanti. Difficile spiegare altrimenti le “oltre 30 scuole ed asili” che sorgono nel raggio di tre chilometri dalla nuova proposta museale, concepita al fine di educare ancor prima di costituire l’ennesimo punto di riferimento per il turismo. “Nell’epoca dell’I.A. che possiede tutte le risposte, dovremo imparare a porre le giuste domande” ha affermato a tal proposito la figura del creativo posto al centro, di questa ingegnosa ragnatela fatta di soluzioni ingegneristiche, innovazione tecnologica e metafore all’interno delle quali indurre un senso di stupore e meraviglia che anticipi una sorta d’illuminazione finale. Approcci come la soluzione di supporto costituita da tre nuclei di cemento portanti, senza nessun tipo di pilastri ad interrompere il vasto spazio vuoto dell’atrio ed i saloni del museo, giungendo ad accentuare ulteriormente l’impressione di trovarsi in una nave spaziale sospesa sopra l’area di un paesaggio attentamente costruito ad hoc. Con la piazza ribassata a forma di cratere, lo specchio d’acqua riflettente ed una foresta artificiale che già rappresenta parte viva dell’esposizione, essendo costituita dai liù kē shù (六棵树 – sei arbusti): cocco, albero della gomma, noce di betel, legno da agar, camelia da olio, palissandro di Hainan ed una rassegna di circostanze botaniche tipicamente definite i “dieci fenomeni delle piante”. Un modo originale di dare l’inizio all’esposizione ancor prima di aver varcato il portale dello svettante vortice pietrificato…

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Dodici anni per un fungo dal futuro: la strana icona che si staglia sopra la città di Skopje, in Macedonia

Riconoscibile struttura reticolare in acciaio, l’alto fusto fiancheggiato da due braccia orizzontali, la Croce del Millennio alta 66 metri è il moderno monumento che più di ogni altro è stato nello scorso secolo associato alla cima del monte Vodno, massiccio che getta la sua ombra sulla capitale della Macedonia del Nord, Skopje. Ma la popolazione dell’antica città lungo il corso del fiume Vardar, in un periodo ormai superiore a 10 anni, ha avuto tutto il tempo di abituarsi alla vistosa controparte, dall’estetica non necessariamente conforme, capace di sovrastare il precedente simbolo con la sua altezza grosso modo tripla. Gli agevoli 155 metri della Телекомуникациска кула o “Torre delle Telecomunicazioni” trovano del resto un ulteriore giustificazione nella sua funzione pratica, di raggruppare e coordinare l’eminente pletora di segnali radio, televisivi e d’altro tipo indotti a sovrapporsi dalle infrastrutture plurime disseminate lungo queste irte pendici. Sebbene al primo sguardo, ciò non sembrerebbe particolarmente evidente. Finalmente completato per lo meno negli esterni dal gennaio scorso, l’edificio appare infatti definito da una sagoma immediatamente distintiva, che vede svilupparsi una serie di quattro fusti spiraleggianti attorno al massiccio pilastro in calcestruzzo centrale. Ciascuno dei quali, culminante in una piattaforma a sbalzo circolare che sembra uscita a pieno titolo da una struttura dell’Era Spaziale. Eppur restituendo, nel suo complesso, un’impressione organica vegetativa, al tempo stesso stravagante e da un certo punto di vista, adeguata. Interessante notare, a tal proposito, l’assenza di un autore specifico associato alla progettazione del gigante da 1.600 tonnellate di cemento, col solo appellativo di riferimento dello studio Stone Design, uno dei principali marchi architettonici della Macedonia del Nord, famoso per il suo utilizzo di volumi semplici e geometrici, l’attenzione alla praticità e l’integrazione tra finalità creative e tecnologia costruttiva all’avanguardia. Che nel presente caso, tramite la prima applicazione nazionale del sistema di una cassaforma scorrevole idraulica autoportante PERI, sembrerebbe aver cercato l’effettiva comunione tra due mondi nettamente distinti: il Brutalismo del tardo periodo sovietico e una sorta di Modernismo espressionista, il più possibile lontano dai crismi ripetitivi del cosiddetto stile Internazionale. Verso l’edificazione di un’auspicabile calamita per gli sguardi in grado di stagliarsi, lassù tra gli alberi, cercando l’immediatezza iconografica di oggetti come la Tokyo Tower, il Donauturm di Vienna, l’Avala di Belgrado o perché no, la stessa opera reticolare di Monsieur Eiffel. O per lo meno questa era l’idea iniziale, prima che una serie interminabile di contrattempi, mancanza di fondi, cavilli burocratici e persino la pandemia contribuissero a spostare l’inaugurazione dall’ambiziosa e controversa serie di ammodernamenti del 2013 prospettata dall’allora premier Nikola Gruevski, fino alla possibile, persino probabile (non ancora confermata) del prossimo 2 agosto 2026…

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