Non più mimetizzato in una galassia di puntini, il nuovo squalo che cammina tra le secche della Nuova Guinea

Raggruppamento vasto quasi quanto il mare che abita, il superordine dei Selachimorpha cartilaginei cui comunemente viene attribuita la nomea di squali, è forse il più soggetto a una costellazione di stereotipi che non sembrerebbe avere una fine. Perennemente voraci, rapidi, instancabili, dotati di capacità straordinarie nel fiutare o individuare la propria preda. Ma soprattutto, con una metafora eccezionalmente utile nel campo narrativo, impossibilitati a sostare per più di qualche attimo in un solo posto, pena il soffocamento per l’assenza di un flusso d’acqua sufficiente all’interno delle branchie che permettono loro di respirare. Un processo noto come ventilazione forza che nei fatti condiziona l’esistenza di alcune specie più grandi, come lo squalo bianco ed il mako. Caratteristica centrale nella loro evoluzione quanto abbandonata lungo il corso delle generazioni, in modo strategicamente conveniente, dai loro cugini più piccoli, con nomi come nutrice, angelo, tappeto e pigiama. Il che non toglie che l’immagine del celebrato predatore marino, preveda quanto meno che esso resti… In mare. Non così Hemiscyllium, il genere identificato con l’apposizione epaulette, riferimento all’ornamento sulle spalle delle uniformi militari, qui rappresentato dalla grande coppia di macchie nere circolari, giusto nel punto dove il muso incontra la parte più ampia di quel corpo siluriforme. Non ci ha messo molto dunque la scienziata Christine Dudgeon, ecologa dell’università australiana della Sunshine Coast, ad identificare un esemplare del citato genere durante la sua spedizione di ricerca nelle acque basse della baia di Milne, nella punta occidentale della Papua Nuova Guinea. Sebbene ad un’analisi più approfondita, il suo senso di sorpresa non sarebbe affatto diminuito, bensì l’opposto: il pesce che teneva saldamente sotto braccio infatti, attorno alla decorazione principale, mostrava una combinazione di puntini ben diversi dall’attesa specie endemica dello Hemiscyllium michaeli o squalo del bambù leopardo. Più piccoli ed ordinatamente disposti, tra trattini regolari, come si trattasse di un messaggio scritto in codice Morse. Dal che l’idea di proseguire nelle settimane successive in una raccolta e prelievo di campioni sistematici di altri esemplari a lui conformi. E la scoperta conseguente di differenze genetiche sufficientemente rilevanti, alla classificazione di una nuova specie per la scienza, destinata a prendere il suo nome, come Hemiscyllium dudgeonae. Gioia e giubilo, nel mondo accademico! Il che non toglie che le genti indigene, da tempo, ne avessero un’approfondita conoscenza. Difficile non notare un pesce che tranquillamente può lasciarsi indietro il bagnasciuga. Aggirandosi col naso a terra alla ricerca potenziale di una traccia, dando un senso letterale al caro vecchio termine di “pesce cane”…

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Abnorme nel crepuscolo, la mosca della quercia sa di essere il più vorace distruttore della foresta?

Dicono che il sonno della ragione possa dare vita alle creature più temibili, ma che dire, allora, del risveglio? Quando in una calda notte centroamericana, le finestre aperte per lasciar entrare l’aria nella camera del tutto priva d’aria condizionata, s’ode all’improvviso un sibilo potente, simile alla suoneria di un segnatempo digitale. Ma che varia e fluttua nell’ampiezza e intensità, esigendo di essere riconosciuto ed accettato dalla coscienza. Missione più difficile di quanto sembri, dal momento in cui si cerchi di attribuire forma fisica al problema, razionalizzando l’imponente forma nera che si muove in modo erratico tra le rigidi pareti del tranquillo pomeriggio inoltrato. Perfettamente in linea con il profilo sistematico di un animale; fluttuante nera delle circostanze in essere, presenza familiare sui confini metropolitani di San José ed altri simili agglomerati umani. Eppur volendo dargli proporzioni logiche, impossibile da collocare nel suo contesto! Giacché lunga dieci volte tanto e circa duecento volte più pesante. Capace di guardarti coi suoi grandi occhi sfaccettati e chiederti, in maniera implicita se veramente, adesso, pensi di poterti coricare nuovamente sul tuo cuscino.
Magnifica è la Pantophthalmidae, a suo modo, volatrice membra di una piccola e rara famiglia (per nostra fortuna) di ditteri dallo stile di vita e caratteristiche del tutto straordinarie. La cui affinità con rifiuti e marcescenza riesce ad essere meno stretta dei loro plurimi cugini sotto-dimensionati, in forza della propria propensione gastronomica per il più nobile dei materiali: il tronco stesso delle piante in cui trascorrono quasi l’interezza della propria esistenza. Da cui il termine generico impiegato in lingua inglese, di timber flies ovvero “mosche del legname”, sebbene l’effettiva attribuzione di una simile connotazione avrebbe maggior senso con riferimento alle sue larve, bruchi cilindrici con testa corazzata e le mandibole più forti, in proporzione, dell’intero regno animale. Fin da quando, quasi due anni prima, l’uovo schiuso sotto la corteccia ha liberato il suo strisciante contenuto, lontano dalla vista e dall’udito dei suoi potenziali nemici. Pronto a fare ciò che gli riesce meglio: scavare lunghe gallerie di fino a 20 cm di lunghezza, con ramificazioni plurime ed interconnesse, attraverso libro, cambio ed alburno. Gli arbusti attaccati? Querce, il croton dai colori dell’arcobaleno, il sempreverde Hieronyma alchorneoides. Ma soprattutto e con diabolico trasporto, gli alberi da frutto nelle vulnerabili piantagioni possedute dagli umani. Il che tende a costituire, inutile specificarlo, il chiaro esempio di un legittimo problema…

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Il bruco che s’insinua dentro il formicaio impiegando il proprio indistruttibile carro armato

Piccolo residuo cadaverico a forma di 8, grumo inutile di resti abbandonati ai margini della fortezza sotterranea. Qui, nella foresta dell’Asia Orientale, dove gruppi appartenenti alle sotto-famiglie Formicinae o Myrmicinae condividono le stesse millenarie aspirazioni: vivere, moltiplicarsi, espandere i confini delle proprie brulicanti nazioni. Una singola preda alla volta. Saturando una discarica alla volta. Finché non venne il giorno in cui, per l’occorrenza di un allineamento sventurato, quegli stessi rifiuti possano improvvisamente prendere vita. E deambulando lentamente, facciano ritorno al nesso interno di quel mondo impenetrabile e guardingo. Oltre i margini del suo perimetro, dove i soldati formano picchetti mai dormienti. In mezzo allo strato di operaie, stranamente indifferenti al palesarsi di una tale anomalia strisciante. Così la larva della specie Ippa conspersa riesce ad aggirare la programmazione dei suoi antichi avversari. Per ghermirli e intrappolarli, uno alla volta, dove manchino speranze di trovare vie di fuga o qualsivoglia scampolo di luce, né salvezza. Il che rappresenta, di per se, già una questione insolita nel suo complesso. Giacché un bruco in mezzo alle formiche è giunto normalmente all’ultimo capitolo della propria esistenza. Creatura giovane, incapace di fuggire, ricca di sostanze nutrienti accumulate nell’attesa di raggiungere la propria metamorfosi confidenziale. Perché non trasformare, a questo punto, la sua debolezza in forza? Perché non portare l’ancestrale guerra dietro l’uscio degli esapodi torturatori? E farne il pasto di un terribile plenilunio di sangue… In base all’oggettivo senso del bisogno indissolubile e inavvicinabile dell’arachide mannara. Sinonimo d’impenetrabile corazza, non priva di un certo fascino inerente, derivante dalla propria implicita funzione. Infiltrarsi ed essere del tutto priva di sostanza. Da ogni punto di vista, trasparente all’occhio scrutatore della preda multiforme, il cui nome prototipico è Legione. Così alle prese con colui o colei che in modo molto feromonico, ignora i segni che comunemente instradano la relazione tra gli insetti eusociali e le loro prede. Allorché l’unione collettiva degli sforzi può costituire una forza, ma irrigidisce anche i parametri istintivi di reazione ai rischi di un fatale giorno. Permettendo a chi può averne la capacità, di trarne incomparabile soddisfazione, verso l’ora della sazietà agognata…

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Impronte inesplicabili a Sumatra e l’intrigante possibilità dell’orango umano

La natura stessa del repertorio folkloristico dei popoli della foresta è tale da implicare la continua sussistenza di particolari circostanze inumane. Alberi talmente densi da rappresentare uno stato mentale: qui, dove la civiltà cessa di avere altri significati rispetto a quello di un ultimo rifugio. La costante vicinanza di chi è simile, piuttosto che diverso, con cui confrontarsi e dare un senso logico alle proprie aspirazioni. Dimenticare le tangenti fisime. Allontanare ogni passibile speculazione. Era il verso di una tigre, quello? O di un demone notturno? Quando è giusto caratterizzare la visione partecipativa di un qualcosa di completamente nuovo? Se d’altronde l’esperienza personale non è guida ragionevole per il contesto… Laddove quest’ultimo risulti assai mutevole. E la sapienza condivisa, tenda necessariamente a sfumare nel mito. Eppure c’è un qualcosa, nella descrizione reiterata del cosiddetto Orang Pendek, che lo eleva dal concetto ricorrente di un semplice criptide, creatura spesso immaginifica dotata di tratti plausibili, al punto di aver suscitato l’interesse periferico degli scienziati. In altri termini, il suo essere del tutto privo di connotazioni sovrannaturali: esso non danza nel pallido plenilunio, non infesta i sogni dei bambini, non compare all’improvviso innanzi all’uscio delle case di colui che non rispetta la natura. Bensì deambula senza una chiara meta là dove le bestie meramente esistono. Spingendosi talvolta in mezzo ai campi, per rubare la canna da zucchero che non riesce a rintracciare nell’entroterra isolano. Tutti lo conoscono a Sumatra, o conoscono qualcuno che l’ha visto, il che renderebbe in altri luoghi assai sospetto il fatto che ci manchino dei resoconti digitalizzati. Ma la fotografia, si sa, non è l’hobby di molti tra coloro che abitano in luoghi tanto indaffarati. Dove il fatto stesso di spingersi oltre i margini della matrice, comporta un rischio superiore a zero di contrarre morsi, punture o invadere accidentalmente il territorio di un piccolo ma agguerrito orso malese. E allora si, che la speculazione biologica finirà per essere l’ultimo dei problemi di giornata. Eppure “l’Uomo Corto”, questa la traduzione letterale del binomio sdoganato sul piano internazionale, ivi persiste stolido e indefesso, da un tempo sufficientemente lungo da essere stato lungamente dato per acquisito. Menzionato per la prima volta in modo esplicito all’interno dei diari del colono olandese Van Heerwarden, che nei primi del Novecento aveva incontrato una presenza ominide dai capelli scuri sopra un albero, accovacciata, con i lunghi peli che gli ricadevano lungo le spalle e fino alle caviglie. Non un semplice primato o scimmia, a suo dire, giacché il volto appariva “dai lineamenti stranamente delicati e l’espressione in alcun modo animalesca”. A posteriori, in altri luoghi coévi, pochi avrebbero esitato a ricondurlo in qualche modo trasversale al mito americano di Bigfoot.

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