Un meccanismo ben oliato concepito per scandire il giro esatto dei secondi, regolare nel costante perpetuarsi della propria forma chiaramente definita: un arco dentro un arco che percorre nuovamente quella traiettoria. Come il gambo di una pianta rampicante alla ricerca di un appiglio verticale. Paragone non del tutto fuori luogo, quando si considera l’intento di questa creatura appartenente al regno dei rettili, per cui radici e rami sono parimenti necessari alla sopravvivenza situazionale. Varano degli alberi è il suo nome è questo certamente non è un caso. Come desumibile quando si vede risalire l’autostrada di corteccia come fosse un campo pianeggiante, verso i lidi pertinenti all’opportuna conduzione di una vita al tempo stesso prosperosa e priva di pericoli evidenti. Ancorché siano sorprendentemente pochi i predatori in grado di sfidare la lucertola lunga poco più di un metro, largamente riservato alla sua coda, che includono nominalmente multiple genìe distinte inclusi roditori, piccoli carnivori, grandi serpenti e finanche altri varani, più grandi. Questo grazie alla sveltezza e l’inerente agilità di una creatura, che l’evoluzione sembra aver dotato dei più significativi adattamenti a un simile stile di vita. Incluso qualcosa che ci aspetteremmo di trovare, sulla base di casistiche pregresse, in scimmie ragno, binturong e diverse varietà di opossum. L’arto per l’appunto singolo e puntato in contrapposizione a quella testa affusolata. Tanto chiaramente messo in mostra dal sopra pubblicato esempio della specie V. macraei, all’interno di quello che sembra essere un terrario appartenente ad un’istituzione o facoltoso possessore dell’antica stirpe dei serpenti nella propria umida e ben riscaldata dimora. Siamo d’altra parte innanzi ad una varietà, dalle scaglie di un caratteristico ed intenso blu elettrico, endemica di un luogo solamente e che per questo rientra a pieno titolo tra i rettili più rari della Terra, nonostante venga ad oggi commerciato su scala internazionale con soltanto minime ma rigorose restrizioni in merito alla dimensione minima degli esemplari venduti. Accorgimento riservatogli, nello specifico, per scoraggiare la cattura sistematica presso quell’isola di soli 450 Km quadrati che ha nome Batanta, in corrispondenza dell’estremità nord-occidentale della Nuova Guinea. Ancorché vigano svariate ed utili latenti considerazioni, in merito al perché l’allevamento di queste creature possa risultare utile per la finalità di preservarle a beneficio delle future generazioni…
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Nuovo studio riesce a confermare la remota discendenza dell’iconica capra d’Irlanda
Quante storie, quante vite, quante gioie e qualche angustia qui campeggiano sotto la terra dell’Isola Verde, in un mucchio ritrovato delle candide, segrete o vecchie ossa seppellite dagli antichi. Possessori di culture o tradizioni che cercavano negli animali una risorsa, e tanto spesso vi trovavano un prezioso alleato. “Con una capra nel cortile, la famiglia non avrà mai fame” recitava un importante detto fin dall’epoca dei quattro regni, quando Ulaidh governava il settentrione, e la grande roccaforte di Navan costituiva, assai probabilmente, il sito di dimenticati ed importanti rituali comunitari. Così come le vicine Haughey e Carrickfengus, sotto quelle mura e terrapieni, dove i facoltosi dignitari erano soliti trovare sepoltura. In certi casi, assieme ai loro più preziosi e beneamati animali. Non ne conosciamo esattamente la ragione. Non sappiamo quanto si trattasse di un caso isolato ed in effetti, tutto questo non è funzionale alla saliente trattazione di giornata. Relativa al modo in cui scienziati delle università di Dublino e Belfast hanno impiegato questi resti al fine di comprendere qualcosa che da sempre fluttua nello spazio nozionistico della vigente percezione dei nostri trascorsi. Sebbene nessuno, fino ai tempi odierni, avesse avuto modo di confermarlo. Ben sappiamo infatti da fattori di contesto e desumibili questioni confinanti, che la capra sia selvatica che asservita all’uomo non era nativa di alcun luogo nelle Isole dall’altro lato della Manica, essendo giunta in questi luoghi soltanto tra il 3.000 e l’anno 1.000 avanti Cristo, grazie all’opera dei colonizzatori del Neolitico venuti dal Medio Oriente e la Persia accompagnati dai propri Dei e stili di vita. In larga parte avvezzi all’utilizzo del più scaltro, adattabile e resistente tra gli ungulati, forse quello più attrezzato per riuscire a sopravvivere anche una volta ritornato allo stato brado. Fattore in grado di contribuire, quest’ultimo, alla sostanziale qualifica dell’Antica Capra Irlandese come specie locale o landrace, piuttosto che una razza frutto della selezione totalmente artificiale, perciò capace di andare incontro a uno sviluppo graduale nel tempo, largamente influenzato dai fattori ambientali ed ecologici, non così diverso dai processi darwiniani dei propri cugini totalmente inselvatichiti. E tutto questo senza mai lasciarsi indietro, nel caso specifico, un patrimonio genetico ancestrale, lungamente sospettato ma che mai, fino alla pubblicazione apparsa in questi giorni sul Journal of Archeological Science, aveva potuto trarre beneficio di una così oggettiva ed utilmente inconfutabile strategia di conferma…
Mai furono trovati cavalieri tra i remoti boschi andini, idonei nelle dimensioni per la sella dei tamarini
Ci sono modi contrapposti e totalmente alternativi per mettere in relazione il sorvegliante col suo territorio; il guardiano con la cosa da proteggere; il custode della propria stessa pertinenza ed il suo stratum rilevante, inteso come àmbito latente cui provengono, per quanto ci è dato comprendere, il carattere e l’aspetto evolutivo di una simile creatura. Protagonista della propria storia si, ma al tempo stesso antagonista di molte altre, per coloro che vorrebbero farne la vittima del tutto accidentale di un rapporto meno che privilegiato con il regno naturale e tutto ciò che esso contiene. Vedi, soprattutto, predatori come gli agili felini, rapidi rapaci o immobili serpi in attesa. Tre forze inarrestabili della natura sudamericana, che necessariamente tendono a scontrarsi, nella maggior parte delle circostanze, con la strategia ben collaudata del fischiante popolo dei piccoli primati della foresta. Callitrichidae è il nome della famiglia, scimmie non più lunghe di qualche decina di centimetri, per cui la formazione di legami solidali e l’appropriata divisione dei compiti risulta essere il fondamentale fluido che incrementa i presupposti di sopravvivenza. Allorché sui rami alti, i più dignitosi e nobili tra i tamarini dotati di baffi magnifici condividono uno spazio privo di rivali. Mentre sotto le loro teste, un gruppo di operosi sudditi dal muso bianco, del tutto indifferenti a ogni percepito presupposto di sudditanza, si avvicendano spostandosi da un territorio all’altro. I loro incontri sono il seme di alleanze, piccoli conflitti e accesi battibecchi al fine i ridisegnare i confini dei territori. Mentre al palesarsi di un vero pericolo, ogni antipatia latente viene subito subordinata. Rispetto alla necessità di far sentire quel segnale, affinché il piccolo popolo possa fare ciò che gli riesce meglio: scomparire nel giro di pochi secondi in mezzo alle province frondose di quel mondo.
Esiste una teoria in tal senso, particolarmente applicabile al genere in oggetto dei Leontocebus, invero tra le scimmie più minute del Nuovo Mondo senza necessariamente spingerci nell’area tassonomica dei marmosetti, secondo cui le loro dimensioni compatte siano la risultanza di una selezione naturale indirizzata verso il nanismo filetico-evolutivo, generalmente risultante dall’appartenenza ad un ambiente piccolo e altrettanto remoto, come ad esempio un’isola. Il che non potrebbe essere maggiormente lontano dalla verità, considerata la vastità delle giungle tra Bolivia, Brasile e Perù dove albergano la maggior parte delle ampie e diversificate comunità di queste distintive creature. Per lo meno, e resta necessario sottolinearlo, allo stato attuale per quanto concerne il volto dell’ecologia terrestre. Giacché all’origine di questa vecchia stirpe, risalente a circa 35-40 milioni di anni fa, l’aspetto delle Americhe al di sotto dell’Equatore poteva presentarsi in modo estremamente diverso. Con piccole ma dense macchie d’alberi, divise da vasti spazi aridi dove in alcun caso, creature come queste avrebbero mai potuto raggiungere la prosperità…
Con quattrocchi come protezione, il primo vertebrato nell’oceano popolato dai voraci predatori della Preistoria
Circa 500 milioni di anni fa: tra i vortici di un mare ribollente reso acido dalla creazione di multipli rift sottomarini, mentre le placche dei continenti proseguivano nella deriva destinata a dare il mondo l’aspetto attuale, il piccolo essere disegnava traiettorie imprevedibili a ridosso di un fondale scarsamente illuminato. Cercando i brucatori di batteri nella polvere dei sedimenti, intento e sollevarsi, sporgersi soltanto un guizzo ogni due, attento ad individuare l’eventuale sagoma di un qualsivoglia tipo di presenza ostile. Allorché dal marchio di un pertugio soltanto semi-visibile, la bocca sifonata di un Ottoia si prefigurò improvvisamente lungo il suo percorso, subito evitata con un rapido scatto a sinistra. Niente cibo, tempo di fuggire! Comprese allora che quel il suo tragico momento non era neanche prossimo a risolversi, visto il palesarsi di un secondo predatore, lungo e segmentato, il corpo ricoperto di mostruosi aculei: il sinuoso Peytoya aprì a raggera le sue fauci pensili nel vano tentativo di afferrarlo. Ancora più velocemente, comprendendo con l’istinto i margini richiesti, colui che aveva forte percezione della sua mortalità salì rapidamente verso l’alto, lasciandosi alle spalle la cortina protettiva delle prospettive oblique del sabbioso paesaggio. Scelta destinata a dimostrarsi poco conduttiva alla risoluzione del malcapitato susseguirsi di eventi, quando a gettare un’ombra sul suo cranio osseo apparvero i lobi simmetrici di ciò che un giorno, in molti, avrebbero paragonato ad una seppia o calamaro. Ma con occhi peduncolati e lunghe zanne in grado di piegarsi per formare una spirale, così da chiudersi sul corpo di coloro troppo disattenti, o stolti, da riuscire ad evitarne l’estendibile portata operativa. Anomalocaris, simbolo possente della fine! “Io ti vedo” sembrò dire il pesciolino, “Con questo secondo paio d’occhi” L’organo pensato per schivare ciò che giunge dagli spazi soprastanti. Colui o coloro che non possedevano neanche l’OMBRA di una spina dorsale. Che proprio per questo, il progredire dell’evoluzione avrebbe gradualmente posto in ruolo di subordine rispetto ai discendenti di colui che praticava con simile abilità la nobile arte della fuga sottomarina. Myllokunmingiide era il nome. Le multiple diottrie oculari, il proprio pane quotidiano e sostanziale meccanismo necessario alla conquista del suo domani.
Così hanno dedotto gli scienziati dell’università dello Yunnan non troppo lontana dal luogo dove sono stati trovati la maggior parte dei resti rilevanti, Xiuangtong Lei, Sihang Zhang e colleghi. Nel sito esemplificato dal nome scientifico dell’animale stesso, derivazione dei due termini dal greco μύλλος, “pesciolino” e Kunming, nome della città limitrofa di provenienza dell’olotipo fossilizzato scoperto nell’ormai remoto 1999. Durante i nuovi studi messi in atto mediante le moderne tecnologie d’ingrandimento ottico, nel tentativo di approfondire la morfologia di tali creature prive di mandibola e non più lunghe di 2 centimetri e mezzo. Generando i presupposti destinati a rivoluzionare ciò che per due decadi e mezzo, a pressoché chiunque, era sembrata una semplice applicazione della logica commisurata alle circostanze…



