Qualcosa di notevole, qualcosa di sfuggente, qualcosa che compare ai margini emergendo a pieno titolo nella coscienza. Così un visitatore che percorra verso sud la costa del Mare Interno di Seto, partendo dalla popolosa città che lo sovrasta, incontrerà alla sua sinistra il drammatico paesaggio dell’isola di Miyajima, fronteggiata dall’iconico portale portale torii “a quattro pilastri” (yotsu-ashi) del santuario di Itsukushima, dedicato alle tre figlie di Susano-o, dio delle tempeste. Eppure chiunque si aspettasse proseguendo lungo quella strada un rigido percorso verso le tradizioni di quel popolo, verso i kami e gli altri spiriti di un mondo antico, potrebbe scorgere piuttosto una curiosa sagoma oltre i bassi edifici dell’antistante cittadina di Ōtake. Spigolosa ed indistinta per il modo in cui collega il moto delle onde alla visione non del tutto misurabile dei cieli sgombri. Non fermatevi, dunque, alla prima impressione per quanto concerne il museo Simose. Questo edificio riflettente lungo 190 metri non è che una singola parte di una delle ultime creazioni, e nell’opinione di alcuni tra i maggior capolavori, del globalmente celebre Shigeru Ban, architetto che ha saputo fare dell’effimero non solo affettazione della sua poetica, bensì strumento valido a sostituire i fondamenti stessi dell’architettura contemporanea e post-moderna. Per la scelta dei materiali, come nelle sue chiese e padiglioni di carta; per lo scopo umanitario, vedi i rifugi costruiti a vantaggio dei profughi colpiti da disastri naturali o il dramma della guerra; e infine, tramite la posizione costantemente modificabile d’intere parti delle sue composizioni strutturali. C’è qualcosa di profondamente significativo dunque, negli otto padiglioni gialli, verdi, viola, azzurri ed arancioni che si stagliano all’interno di una pozza innanzi al corpus diafano del parallelepipedo che abbiamo menzionato, creazioni sulla linea di confine tra utilitaristici container e leggiadri soprammobili dei giganti. Un messaggio che palesemente emerge nel momento in cui, prima dell’apertura di una mostra o esposizione di qualsiasi tipo, gli addetti del complesso immergono se stessi dentro una simile ricostruzione filosofica del Mare Interno. E spingendo in modo attentamente calibrato, rielaborano la posizione e la distanza relative, costruendo un altro tipo di fondamentale narrazione. Così è l’architettura di costui, d’altronde, che perfettamente coniuga i distretti un tempo contrapposti della conoscenza, perseguendo il tipo di collegamenti funzionali alla creazione di uno stato mentale proiettato all’introspezione elettiva. E quale miglior modo possiamo immaginare, di preparare lo spettatore all’esperienza di una delle più estensive, variegate e interessanti collezioni d’arte private della prefettura di Hiroshima?
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La folle stravaganza della torre sublimata per esacerbare il disagio di una sola persona
Con il vassoio saldamente in equilibrio sulla mano destra, Alfred percorreva l’elegante corridoio della casa palladiana atto a collegare l’area delle cucine allo studio decentrato dello stimatissimo Sir Henry Edwards, primo deputato tory in Parlamento proveniente dalla città di Halifax, eletto con mandato del collegio borghese del 1847. Una persona dignitosa, riservata, sagace come degno del suo nome e della prestigiosa discendenza. La maggior parte delle volte! Così l’anziano maggiordomo, percorrendo con sguardo i ritratti formali appartenenti ai precedenti proprietari di Pye Nest, pensava tra se e se, avendo udito il campanello dell’ora del tè proprio in corrispondenza di un preciso momento della giornata, l’attimo fuggente in grado di concretizzare il suo maggior timore. Raggiunta l’alta porta, raccogliendo a piene mani la propria considerevole pazienza, spinse quindi avanti con il guanto bianco della mano libera. Lui era lì, voltato a 45° gradi verso la finestra che guardava verso il cimitero. Le braccia conserte, il fiero cipiglio ed una smorfia d’ira trattenuta a fatica: “Guarda my dear old friend, osserva la tremenda meridiana! La sua dannata ombra che percorre come il corpo di un… SERPENTE il verde prato della valle intonsa!” Il gesto di rito da parte di Alfred, perfezionato ormai da molti mesi, prevedeva di appoggiare il vassoio sul tavolo, quindi annuire con espressone compassionevolmente indignata (combinazione niente affatto facile da mantenere, in verità). Non che a Lord Edwards sarebbe interessato granché, mentre come di consueto balzava dalla sedia in una rigida postura inquieta, gesticolando vagamente i propri piani di vendetta più o meno istituzionale: “Sai che l’altro giorno ho parlato nuovamente con l’architetto? Proprio lui, quel passacarte di Dugdale, assistente della nostra precedente conoscenza comune, Isaac Booth. Di me è di Wainhouse, intendo. Ebbene questo sordido individuo, colui che aveva garantito in merito alla vendita dello stabilimento di tintura, adesso afferma che il vicino si è tenuto la TORRE. A quanto pare lui ha deciso di farne… Un osservatorio, ti rendi conto? Adesso è diventato uno scienziato.” Per qualche momento Alfred non seppe cosa rispondere. Scrutando all’orizzonte l’alta costruzione edificata come camino, poi rivestita di pietre e infine ornata con la più bizzarra lanterna gotica mai vista fuori da una cattedrale medievale, si chiese silenziosamente se fosse anche soltanto possibile guardare il panorama, da lassù. Figuriamoci qualcosa d’altro. “Intende per le stelle, signore?” Lord Edwards annuì enfaticamente. Per poi procedere con la consueta, accurata disanima cronologica dei tormentati eventi. La storia già sentita due dozzine di volte dal fedele servitore, sul confinante terreno della famiglia Wainhouse, ereditato da parte di John Edward alla morte del padre ed attrezzato per la colorazione dei prodotti tessili. Con conseguente inquinamento dell’aria, dell’acqua e rumori molesti durante le ore dei turni di lavoro, in grado di alterare significativamente la serenità degli abitanti di Pye Nest. Se non altro, per la reiterata frustrazione del suo proprietario. “Così gli ho detto, il tribunale accetterà stavolta la mia istanza. Altrimenti quanto è vero che il sole sorge a oriente, chiamerò le mie vecchie conoscenze in Marina. La farò minare dalle fondamenta, per Diana!” Ora Alfred assunse un’espressione di circostanza. Conosceva sufficientemente il suo datore di lavoro da assorbirne con pacata resilienza i tragici quanto iperbolici momenti d’iracondia. Il che non avrebbe d’altra parte reso in alcun modo più tranquilli, né brevi, i rimanenti 15 minuti della sua giornata di lavoro.
Due migliaia di motori per l’evoluzione del traliccio che sussiste dietro il vetro dei grattacieli
Capitale di un paese che ha saputo fare dell’architettura avveniristica un marchio di riconoscimento nazionale, la città isolana di Abu Dhabi mette in mostra il culmine, assieme a Dubai, di una ricerca sincretistica mirata a esplicitare iterazioni innovative in ogni campo dell’ingegneria applicata, dal punto di vista ingegneristico e quello architettonico allo stesso tempo. Il che non implica per forza o necessariamente l’abbandono dei modelli persistenti, intesi come punti di riferimento culturali e stilemi trasferibili ai requisiti abitativi dei nostri giorni. Una particolare riflessione, quest’ultima, potentemente desumibile dall’evidente sagoma svettante di una coppia di “piccoli” grattacieli da 145 metri, torri accoppiate poste in essere all’inizio degli anni 2010 ma la cui caratteristica predominante resta ad oggi insuperata, costituendo un record quantitativo per quanto concerne la regolazione termica di un grande edificio. Con riferimento esplicito al sistema della mashrabiya, soluzione islamica impiegata fin dall’epoca del Medioevo, attraverso i lunghi secoli che hanno visto l’utilizzo degli spazi negativi per poter ottimizzare la quantità di luce e vento a cui è permesso penetrare nelle stanze di coloro che abitano nella relativa dimora. Ovvero il susseguirsi di finestre ostruite ad arte da un reticolo di legno, esagonale o cruciforme, piuttosto che semplici sbarre perpendicolari, posizionate strategicamente su una sorta di bovindo, per intrappolare e incanalare il vento negli spazi opportuno. Stabilendo il fuori e dentro una membrana funzionale, la cui scalabilità è commisurata chiaramente all’impiego di strutture permeabili nel quadro architettonico vigente. Ed è proprio per questo che come vincitore per il piano di sviluppo cittadino proiettato verso l’anno 2030, il committente dell’Abu Dhabi Investment Council ha scelto la proposta dello studio multinazionale Aedas, oggi AHR, nella persona del suo vicepresidente britannico Peter Oborn. Promotore in quel frangente di quanto ad oggi rappresenta ancora un unicum dell’automazione su ampia scala, tramite il coinvolgimento prospettato di una quantità notevole di progettisti: alcune fonti parlano di una squadra pari a circa 300 ingegneri. Eppur constatando nel corso della giornata l’effettivo funzionamento delle torri Al Bahr situate nella parte settentrionale dell’isola, al termine del ponte Sheikh Zayed, tale cifra appare non soltanto probabile, bensì addirittura giustificata. Mentre l’iterativa scorza di triangoli che ricoprono la loro forma cilindrica si aprono e chiudono in maniera sequenziale, come la versione futuribile di un campo di meccanici girasoli. Con una precisione che può essere soltanto l’effettiva risultanza di un approccio almeno parzialmente robotizzato…
Le ventiquattro torri di un castello purificatore nella terra delle acque nere
“C’è del marcio in Brandeburgo” avrebbero pensato i suoi abitanti mentre percorrevano la Finsterwalder Straße, nella parte ovest della cittadina pesantemente industrializzata di Lauchhammer. Per l’odore alquanto acre proveniente da un’imponente complesso di edifici, situati sul terreno un tempo appartenuto all’influente CHEMOWERK Bayern. Finché non venne demolito il suo stabilimento come parte delle riparazioni post-belliche degli anni ’40, creando i presupposti per un ulteriore agile rinnovamento del prodotto dell’industria locale. Da quella metallurgica come testimoniata dal toponimo, letteralmente composto dall’espressione dialettale riferita a “bosco” (lauch) ed il termine tedesco per il maglio del fabbro (hammer) alla creazione in essere di quello stesso combustibile effettivamente necessario per plasmare il più impiegato dei metalli in qualche cosa di funzionale. Non petrolio né carbone, bensì un qualcosa che incorpora i pregi di entrambi, trovandosi alla base del successo internazionale della coke. Chiunque avesse d’altra parte in mente un simile processo produttivo, consistente nell’impiego di pirolisi anaerobica per la trasformazione sistematica della lignite in qualche cosa di più puro, e dunque in grado di creare la più calda e utile fiamma futura, di sicuro avrebbe dato il benvenuto a quell’aroma. Considerata la portata distruttiva della principale alternativa! E poi c’è sempre da considerare l’aspetto esteriore; poiché l’origine di tale aria poteva meramente essere inferito dalla sussistenza di un certo assembramento di 24 edifici di mattoni rossi, tutti alti esattamente 22 metri, a loro modo stranamente rilevanti nella storia dell’architettura contemporanea. Definito gergalmente nelle terre oriunde come il “Castel del Monte della Lusazia” nonostante i circa otto secoli che sono a separarlo dalla celebre fortezza dello Stupor mundi, Federico II di Svevia.
L’anno era dunque il 1959, quando per un risvolto dell’imprenditoria di stato della Germania Est venne deciso di dare i natali a questa significativa avventura in campo tecnico, essenzialmente consistente nell’installazione di 96 forni raggruppati in cluster di 24 unità conferiti all’amministrazione della nascente BHT-Koks. Un investimento significativo dal punto di vista economico, oltre a costituire un rischio di portata notevole per l’ambiente, causa la sempre gravosa questione delle acque reflue di risulta, storicamente veicolate in corsi d’acqua condannati a diventare molto presto simili a un cupo torrente infernale. Se non che al palesarsi della pratica questione sussistente, gli ingegneri ed altri addetti del programma di concessioni industriali dello stato socialista vigente fecero in modo di tenere nella degna considerazione il processo di smaltimento. Approvando per la prima volta un tipo di brevetto innovativo, per il cosiddetto progetto Bilkenroth-Rammler. Destinato a cambiare in senso castelliforme, almeno per un secolo a venire, il paesaggio antropogenico della campagna antistante…



