Molte sono le visioni architettoniche di cui il visitatore è chiamato a prendere atto nella città di Puri, tradizionale centro religioso del culto di Jagannath, Dio supremo ed antichissimo che nell’Induismo viene in genere associato a Krishna, ottavo avatar di Vishnu il Conservatore. Nessuna tuttavia più impressionante del garbhagriha (santuario) alto 65 metri, con la forma simile a una zucca sormontata da una ruota di metallo, del tempio eponimo in prossimità del mare, capace di stagliarsi come un ornamento fuori dal contesto del suo tempo. Il monumento a ciò che un popolo coeso può riuscire a costruire ricercando un ideale che trascenda il ciclo delle semplici generazioni terrene. Eppure, osserva! Un elemento umano spicca in tutto questo, al volgere del tardo pomeriggio esattamente quando, tra le ore 5 o 6 a seconda della stagione, uno dei monaci asserviti ai compiti devozionali quotidiani può esser visto a lato della torre con un grande drappo giallo e rosso. Mentre si prepara per l’ascesa a corpo libero verso la cima di quel punto di riferimento. Onde cambiare quel catartico vessillo sulla vetta, rinnovando nel contempo uno degli atti di fede più profondi del suo mondo scandito da ore precise. La certezza di poter tornare a terra incolumi, perché asserviti alla mansione di una lunga stirpe ereditaria.
Nella parte settentrionale del Subcontinente come ogni altro luogo dedito a una religione particolarmente antica, le proporzioni di un santuario sono spesso riferite alla portata del fenomeno ultraterreno più intrinsecamente collegato alla sua costruzione. E non c’è miracolo maggiore nella storia della regione costiera dell’Odisha di quello vissuto personalmente dal sovrano senza una collocazione storica precisa Indradyumna, di cui si narra la visione mistica di uno zaffiro sotto un albero di banano, così magnifico da poter condurre pressoché immediatamente all’accantonamento delle impurità terrene. Finché Vishnu stesso non gli apparve in quel frangente, incoraggiandolo a recarsi sulla spiaggia dove il Re avrebbe trovato un tronco trasportato sulle onde dal bagnasciuga. Decidendo allora di seguire le precise indicazioni, affinché il legno di cui era composto fosse prelevato e trasportato presso la sua capitale, affinché da esso potessero venire realizzate sculture delle quattro figure del Caturvyūha: Krishna nella sua guisa di Jagannath, Balabhadra, Yogamaya e Vibhava. Missione tanto importante da indurre lo stesso lo Vishnu a manifestarsi nella forma di un carpentiere, lavorando quindi ininterrottamente per giorni o settimane, finché all’improvviso scomparve, lasciandole incomplete. Ed è per questo che tutt’ora le famose statue del santuario restano prive di mani, o almeno così si narra, viste le stringenti norme in merito all’accesso la tempio che proibiscono severamente ai non devoti di oltrepassare l’imponente Singhadwara, Porta del Leone da cui ha inizio il sentiero che conduce al santo torrione. Non che si tratti materialmente delle stesse sculture, ciò è fondamentale, per lo stesso ruolo del rinnovamento applicato alla ricostruzione artistica ogni 8, 12 o 19 anni, come parte di un misterioso e per certi versi segreto rituale…
tradizioni
L’attesa migrazione dell’argento e un branco di candele di ritorno sui confini del continente
Tra i copiosi repertori videografici di Internet, figura uno scenario certe volte tipico, le cui caratteristiche apparentemente innocue paiono soprassedere all’intera storia culturale di una regione. Una persona, spesso un pescatore, piuttosto che un residente appassionato del buon cibo o semplice fautore dei video virali o sensazionalistici, avvicina un pesce argenteo della lunghezza approssimativa di 30 cm ad una fiamma viva. Così che la coda retrostante, nel momento stesso in cui scintille iniziano a lambirla, inizi all’improvviso a trasformarsi di sua iniziativa in combustibile perfettamente persistente. Situazione destinata a progredire in modo alquanto inesorabile, nel mentre la creatura già da tempo esanime viene avvolta da quei lembi, e il fuoco stesso la trasforma in manifestazione ittica di una candela incandescente. Il che rappresenta, in senso molto pratico, la ragionevole approssimazione del formale oggetto di riferimento, chiamato in lingua inglese per l’appunto candlefish o come preferivano i nativi eulachon/ooligan, letteralmente “trota di fiume” con possibile etimologia dal gergo commerciale dei Chinook. Curiosa coincidenza funzionale alla scherzosa coincidenza, tanto spesso sottolineata da testate americane o canadesi, corrispondente a un altro tipo di ritorno, della tifoseria più caotica tipica del football di derivazione europea. Ah, la differenza che può fare una semplice “H”, lettera priva di suono! Eppur qui portatrice di un incognito significato sottostante. Giacché non porta maglie colorate il nostro amico Thaleichthys pacificus, osmeride delle coste a settentrione del Nuovo Mondo, per certi versi affine al nostro Osmerus mordax, specie che altresì ricorre in prossimità di grandi foci europee come la Senna, il Reno e l’Elba. Notazione chiara a definire la natura anadroma di tali esseri, ciascuno avvezzo ad una crescita in corrispondenza di piattaforme continentali oceaniche ma ritornante ad intervalli tipici, fino ai corsi d’acqua dolce dove l’uovo della propria nascita era stato deposto. Con tempistiche che cambiano in base alla specie, portando il nostro candlefish a ripresentarsi dopo un tempo relativamente lungo ed altresì variabile: 2-5 anni con cadenza regolare tra aprile, maggio e giugno. Lassù lungo la costa del Pacifico, al cospetto dei popoli in attesa dei Nass e Skeena sulla costa settentrionale, i Nuxalk, Wuikinuxv, Heiltsuk e Kitasoo, scendendo verso sud fino ai territori dei Kwakwaka’wakw nell’odierna Columbia Inglese. Che nella misura dell’effettiva sussistenza di un lessico e nozioni condivise, per il modo in cui forniva le risorse preziosissime al finire dell’inverno, erano soliti abbinargli l’espressione alternativa di salvation fish, ovverosia molto semplicemente, “il pesce della salvezza”. Non è difficile capirne la ragione…
Precursori dimenticati: la storia di un popolo che inventò l’acciaio sulle sponde del lago Vittoria
È opportuno scegliere di non sottovalutare l’importanza di una fase storica conflittuale nella progressione tecnologica di una nazione, soprattutto quando contrapposta a plurime, altrettanto avanzate forme di governo territorialmente adiacenti. Nel modo tanto chiaramente esemplificato dalla storia pregressa d’Europa, crogiolo d’idee che nell’attraversamento delle fasi Medievale e Moderna vide confrontarsi menti e soluzioni tecnologiche costantemente all’opera nel tentativo di poter contare su quel tipo di primato, per quanto effimero, capace di proteggere la propria bandiera e provincia d’appartenenza. Meno usato come termine da paragone dalla storiografia collettivamente condivisa, al giorno d’oggi, risulta essere d’altronde l’epoca dei circa 130 clan degli Haya, etnia d’origine Bantu, sudivisi in regni governati da un mukama ed il suo seguito di ministri (batongole) e consiglieri (lukiiko) che si fecero la guerra e condivisero preziose risorse per parecchi secoli nella regione di Kagera, parte nord-occidentale della Tanzania, non troppo lontano dal secondo lago d’acqua dolce più grande al mondo. Verso preziosi punti di approvvigionamento come i depositi superficiali di goethite ed ematite, estratti sistematicamente al fine di creare il tipo di manufatti che più di ogni altro fu capace di determinare l’ostinato predominio dell’uomo sui suoi simili e le imprescindibili correnti della natura. Origine del ferro in quanto tale, previa purificazione ed uso dei processi noti a queste latitudini da molte generazioni. Ma se questa fosse l’intera portata della narrazione, niente di particolare sarebbe utile a distinguere le gesta di costoro da quelle di altri popoli dell’Africa orientale, la cui incapacità di produrre il bronzo non precluse il passaggio diretto dagli strumenti di pietra a quelli costruiti tramite la forgiatura di alternative fatte con la ghisa primitiva dei propri trascorsi giorni. Assunto dato per buono, quanto meno, fino all’arrivo in quest’area negli anni ’70 dell’archeologo e antropologo Peter Schmidt, il quale facendo seguito alla sua visita di siti databili fino a 2.000 anni prima di oggi sentì parlare gli ultimi depositari di una lunga tradizione orale, del sistema utilizzato lungamente per ottimizzare la resa del più resistente ed utile dei metalli nel frattempo ritrovati nel sostrato sotterraneo dagli agenti minerari dei grandi Imperi. Il ferro che poteva essere adeguatamente liquefatto, tramite l’impiego di temperature sufficientemente elevate, in modo tale da poter venire trasformato in qualche cosa di ancor più funzionale. L’acciaio al carbonio di qualità medio-alta, destinato a venire riscoperto per la produzione industriale in epoca moderna non prima dell’invenzione del processo Besser, risalente all’Inghilterra del 1856. Il che non toglie il fatto che in diversi ambiti geografici allo stesso tempo, intraprendenti precursori dell’approccio siderurgico poterono sfruttare metodi creati ad hoc, riuscendo a controllare la quantità di carbonio introdotto nell’ammasso semi-denso del blumo/loppa. Vedi il caso dell’acciaio Norico prodotto ai tempi dell’Impero Romano, quello Wootz proveniente dall’India e la sua versione presa in prestito, del celebrato prodotto della città di Damasco in epoca Medievale. O ancora quello Partico dell’Asia Centrale, nonché il metallo proveniente dalle tecniche avanzate di riscaldamento dei lunghi secoli della dinastia cinese degli Han. Stabilendo una progressione tipicamente eurasiatica, per un tipo di tecnologia in genere tenuta ben lontana dalla cognizione di quanto fosse stato realizzato in tempi storici dal pur vasto consorzio dei popoli dell’Africa subsahariana. Un preconcetto che in funzione dei fatti, stava effettivamente andando a un cambio radicale di applicabilità su larga scala…
Fiamme, fuoco e strati di carbone senza tempo. Così arde il nucleo inestinguibile della montagna
Ci sono molti pennacchi di fumo che avvolgono rilievi paesaggistici nel mondo, ma nella maggior parte dei casi si tratta di un fenomeno collegato a un qualche tipo di attività vulcanica, estremamente rara nel punto mediano di una placca continentale, come quella eponima dove si trova collocato il continente della grande Australia. Ci sono molti incendi stagionali che minacciano gli equilibri naturali, soprattutto a queste latitudini dal clima caldo e secco, ma nessuno di essi vede la propria durata misurabile in svariate migliaia di anni. O quasi. Considerata l’eccezione visitabile nell’area situata 224 Km a nord di Sydney e 17 dal piccolo centro abitato di Scone, nota col toponimo in lingua Wanaruah di Wingen, direttamente traducibile con la parola riferito al più volatile, incandescente e incontrollabile dei quattro elementi. Fuoco leggendario e non direttamente visibile, sopra o attorno alla semplice collina ricoperta di sterpaglie, se non fosse per il fumo che si addensa attorno a oscure quanto inesplicabili e profonde fenditure, facili da individuare per il melange olfattivo dal retrogusto acido e solforoso. Non propriamente riconducibile a un tipo di fonte termale, quanto l’olezzo di una stufa che è rimasta accesa per troppi giorni di fila. O in questo caso, incalcolabili generazioni. Così come narra la leggenda dei sopracitati nativi, che collegano il fenomeno ad un episodio della propria narrazione collocata in senso cronologico all’interno dell’Età del Sogno, epoca venuta prima del momento proto-storico della Creazione, quando un qualche tipo di conflitto vide questo popolo tentare di difendere le proprie donne dalle scorribande dei guerrieri Gummaroi. Ottenendo una vittoria relativamente facile, con una sola vittima, la cui moglie restò a piangere scrutando l’orizzonte dalla cima di quell’unico rilievo. Allorché le proprie lacrime, per intercessione del dio Biami, furono mutate in ardente fluido per l’eternità. Origine del tutto folkloristica, che attribuisce all’operato umano l’effettiva sussistenza di uno stato persistente, la cui particolarità ampiamente riconosciuta è proprio quella di precorrere di molti anni l’invenzione di tecnologie come la lavorazione del bronzo, la scrittura e la ruota. Non che gli aborigeni di questa terra, per definizione, avrebbero mai utilizzato quest’ultima prima dell’arrivo degli europei, né organizzato le proprie comunità in ambiziosi e vasti imperi, inclini a spendersi in attività mineraria o ricerca sotterranea di altri tesori. Il che lascia, come origine per l’ardente situazione a Wingen, l’unica possibile ragione di una convergenza di fattori impliciti. Dalla scintilla di un potente fulmine all’espandersi del fronte comburente fino ad un affioramento assai particolare. La miccia scura ed oleosa di un deposito sepolto di carbone, facente parte del sostrato geologico dell’intera Hunter Valley, capace di estendersi per centinaia di chilometri con la sua tradizione vinicola risalente al XIX secolo e le placide città di Newcastle e Lake Macquarie. Piene di gente ostinata e inconsapevole, del cuore fiammeggiante che anticipa di tanto tempo l’epocale sbarco nel continente meridionale dei propri esiliati predecessori…



