Precursori dimenticati: la storia di un popolo che inventò l’acciaio sulle sponde del lago Vittoria

È opportuno scegliere di non sottovalutare l’importanza di una fase storica conflittuale nella progressione tecnologica di una nazione, soprattutto quando contrapposta a plurime, altrettanto avanzate forme di governo territorialmente adiacenti. Nel modo tanto chiaramente esemplificato dalla storia pregressa d’Europa, crogiolo d’idee che nell’attraversamento delle fasi Medievale e Moderna vide confrontarsi menti e soluzioni tecnologiche costantemente all’opera nel tentativo di poter contare su quel tipo di primato, per quanto effimero, capace di proteggere la propria bandiera e provincia d’appartenenza. Meno usato come termine da paragone dalla storiografia collettivamente condivisa, al giorno d’oggi, risulta essere d’altronde l’epoca dei circa 130 clan degli Haya, etnia d’origine Bantu, sudivisi in regni governati da un mukama ed il suo seguito di ministri (batongole) e consiglieri (lukiiko) che si fecero la guerra e condivisero preziose risorse per parecchi secoli nella regione di Kagera, parte nord-occidentale della Tanzania, non troppo lontano dal secondo lago d’acqua dolce più grande al mondo. Verso preziosi punti di approvvigionamento come i depositi superficiali di goethite ed ematite, estratti sistematicamente al fine di creare il tipo di manufatti che più di ogni altro fu capace di determinare l’ostinato predominio dell’uomo sui suoi simili e le imprescindibili correnti della natura. Origine del ferro in quanto tale, previa purificazione ed uso dei processi noti a queste latitudini da molte generazioni. Ma se questa fosse l’intera portata della narrazione, niente di particolare sarebbe utile a distinguere le gesta di costoro da quelle di altri popoli dell’Africa orientale, la cui incapacità di produrre il bronzo non precluse il passaggio diretto dagli strumenti di pietra a quelli costruiti tramite la forgiatura di alternative fatte con la ghisa primitiva dei propri trascorsi giorni. Assunto dato per buono, quanto meno, fino all’arrivo in quest’area negli anni ’70 dell’archeologo e antropologo Peter Schmidt, il quale facendo seguito alla sua visita di siti databili fino a 2.000 anni prima di oggi sentì parlare gli ultimi depositari di una lunga tradizione orale, del sistema utilizzato lungamente per ottimizzare la resa del più resistente ed utile dei metalli nel frattempo ritrovati nel sostrato sotterraneo dagli agenti minerari dei grandi Imperi. Il ferro che poteva essere adeguatamente liquefatto, tramite l’impiego di temperature sufficientemente elevate, in modo tale da poter venire trasformato in qualche cosa di ancor più funzionale. L’acciaio al carbonio di qualità medio-alta, destinato a venire riscoperto per la produzione industriale in epoca moderna non prima dell’invenzione del processo Besser, risalente all’Inghilterra del 1856. Il che non toglie il fatto che in diversi ambiti geografici allo stesso tempo, intraprendenti precursori dell’approccio siderurgico poterono sfruttare metodi creati ad hoc, riuscendo a controllare la quantità di carbonio introdotto nell’ammasso semi-denso del blumo/loppa. Vedi il caso dell’acciaio Norico prodotto ai tempi dell’Impero Romano, quello Wootz proveniente dall’India e la sua versione presa in prestito, del celebrato prodotto della città di Damasco in epoca Medievale. O ancora quello Partico dell’Asia Centrale, nonché il metallo proveniente dalle tecniche avanzate di riscaldamento dei lunghi secoli della dinastia cinese degli Han. Stabilendo una progressione tipicamente eurasiatica, per un tipo di tecnologia in genere tenuta ben lontana dalla cognizione di quanto fosse stato realizzato in tempi storici dal pur vasto consorzio dei popoli dell’Africa subsahariana. Un preconcetto che in funzione dei fatti, stava effettivamente andando a un cambio radicale di applicabilità su larga scala…

Leggi tutto

Fiamme, fuoco e strati di carbone senza tempo. Così arde il nucleo inestinguibile della montagna

Ci sono molti pennacchi di fumo che avvolgono rilievi paesaggistici nel mondo, ma nella maggior parte dei casi si tratta di un fenomeno collegato a un qualche tipo di attività vulcanica, estremamente rara nel punto mediano di una placca continentale, come quella eponima dove si trova collocato il continente della grande Australia. Ci sono molti incendi stagionali che minacciano gli equilibri naturali, soprattutto a queste latitudini dal clima caldo e secco, ma nessuno di essi vede la propria durata misurabile in svariate migliaia di anni. O quasi. Considerata l’eccezione visitabile nell’area situata 224 Km a nord di Sydney e 17 dal piccolo centro abitato di Scone, nota col toponimo in lingua Wanaruah di Wingen, direttamente traducibile con la parola riferito al più volatile, incandescente e incontrollabile dei quattro elementi. Fuoco leggendario e non direttamente visibile, sopra o attorno alla semplice collina ricoperta di sterpaglie, se non fosse per il fumo che si addensa attorno a oscure quanto inesplicabili e profonde fenditure, facili da individuare per il melange olfattivo dal retrogusto acido e solforoso. Non propriamente riconducibile a un tipo di fonte termale, quanto l’olezzo di una stufa che è rimasta accesa per troppi giorni di fila. O in questo caso, incalcolabili generazioni. Così come narra la leggenda dei sopracitati nativi, che collegano il fenomeno ad un episodio della propria narrazione collocata in senso cronologico all’interno dell’Età del Sogno, epoca venuta prima del momento proto-storico della Creazione, quando un qualche tipo di conflitto vide questo popolo tentare di difendere le proprie donne dalle scorribande dei guerrieri Gummaroi. Ottenendo una vittoria relativamente facile, con una sola vittima, la cui moglie restò a piangere scrutando l’orizzonte dalla cima di quell’unico rilievo. Allorché le proprie lacrime, per intercessione del dio Biami, furono mutate in ardente fluido per l’eternità. Origine del tutto folkloristica, che attribuisce all’operato umano l’effettiva sussistenza di uno stato persistente, la cui particolarità ampiamente riconosciuta è proprio quella di precorrere di molti anni l’invenzione di tecnologie come la lavorazione del bronzo, la scrittura e la ruota. Non che gli aborigeni di questa terra, per definizione, avrebbero mai utilizzato quest’ultima prima dell’arrivo degli europei, né organizzato le proprie comunità in ambiziosi e vasti imperi, inclini a spendersi in attività mineraria o ricerca sotterranea di altri tesori. Il che lascia, come origine per l’ardente situazione a Wingen, l’unica possibile ragione di una convergenza di fattori impliciti. Dalla scintilla di un potente fulmine all’espandersi del fronte comburente fino ad un affioramento assai particolare. La miccia scura ed oleosa di un deposito sepolto di carbone, facente parte del sostrato geologico dell’intera Hunter Valley, capace di estendersi per centinaia di chilometri con la sua tradizione vinicola risalente al XIX secolo e le placide città di Newcastle e Lake Macquarie. Piene di gente ostinata e inconsapevole, del cuore fiammeggiante che anticipa di tanto tempo l’epocale sbarco nel continente meridionale dei propri esiliati predecessori…

Leggi tutto

Abitando tra le spire del maxi serpente: se Quetzalcóatl possiede un nido, di sicuro è situato a Naucalpan

L’idea di costruire un quartiere di abitazioni di pregio sulle alture a nord-ovest di Città del Messico, un po’ come avvenuto sulle colline di Santa Monica della statunitense Los Angeles, si scontrò all’inizio degli anni Duemila con una severa verità del territorio: la mancanza non soltanto di terrazzamenti facilmente utilizzabili, tra pendii scoscesi e ricoperti di vegetazione, ma anche un’importante quantità di crepacci e burroni, tali da costituire ostacoli difficilmente superabili per installazioni costituite in base ai crismi dell’architettura convenzionale. Forse anche per questo, il fraccionador (sviluppatore immobiliare) di competenza scelse di coinvolgere lo studio locale Arquitectura Orgánica, fondato come veicolo per la particolare visione e metodologia progettuale rese celebri dal modernista Javier Senosiain, per certi versi considerato un continuatore diretto della scuola di Frank Lloyd Wright. Ma che alcuni preferiscono paragonare ad Antoni Gaudì, per il suo espressionismo anticonformista, l’uso di materiali atipici e la natura fantasiosa delle soluzioni impiegate. In questo caso destinate a palesarsi, come fatto parzialmente in precedenza, tramite l’antidoto situazionale al predominante concetto di “casa scatola” che comunque non avrebbe mai potuto funzionare, per ragioni logistiche e mancanza di spazio, entro gli specifici confini del quartiere Naucalpan. Ecco dunque palesarsi gradualmente, negli anni tra il 2007 e 2009, una serie di edifici curvilinei e parzialmente sotterranei, interconnessi da giardini non meno sinuosi ed un ponte ad arco con finestre panoramiche su entrambi i lati, oltre il ripido pendio adiacente. Al termine di un iter culminante con l’osservazione olistica di quanto costruito da un punto di vantaggio soprastante, che portò lo stesso Senosiain ad esclamare, parafrasando: “Ah, però. Sembra proprio… Un serpente!” Da cui ebbe inizio il passo di una somiglianza ancor più intenzionale e concepita entro i ben più minimi dettagli.
C’è un sottile spazio divisorio che si trova tra il surrealismo e l’architettura biomimetica, dove ha lungamente dato il proprio contributo l’influente autore, classe 1948, già recante la sua firma su creazioni nello stesso ferrocemento di Lambot, Monier e Pier Luigi Nervi, come la Casa Organica con la forma di un arachide, quella della Ballena distesa su di un fianco, el Tiburón (lo Squalo) dove egli stesso ha vissuto per lungo tempo, nonché il celebrato Nautilus, conchiglia dalle dimensioni di una generosa bifamiliare a due piani. Progetti variopinti, fantasiosi, fanciulleschi ma mai infantili, per le forbite citazioni e ispirazioni incorporate a partire dall’arte tradizionale del suo paese. Così come nacque, in quel fatidico momento, l’associazione pratica tra il già serpentiforme Nido de Quetzalcóatl e l’effettiva forma pratica dell’eponima divinità azteca. Tramite l’inclusione, nei punti prominenti del complesso da 5.000 mq di stilizzate e appariscenti teste di rettile, mentre la livrea degli edifici si arricchiva di tonalità mimetiche capaci di richiamare l’idea di una pelle scagliosa. Trasformando, con questa singolare serie d’accorgimenti, l’interezza del paesaggio nello scorcio di una vera e propria opera d’arte…

Leggi tutto

Sei capezzoli sul pomo delle Amazzoni, veleno per i pesci e suggestivo catalizzatore contro le afflizioni umane

Lungo la briosa tavolata che presenta ai convitati uno scenario apotropaico, tramite l’impiego di eleganti confluenze di kumquat, l’oblungo mandarino giapponese, non è difficile scorgere la forma suggestiva di un intruso, replicato mille volte in simmetrie svettanti che corroborano lo sforzo della buona sorte sul concludersi del calendario di quest’anno: piccoli alberi ideali fatti con il Wǔ dài tóng táng (五代同堂) “Cinque generazioni sotto lo stesso tetto” come sono soliti chiamarlo in modo poetico entro i confini dell’antica terra d’Asia. Approccio assai meno figurativo, senza dubbio, del nome scientifico Solanum mammosum, per non parlare dei vari appellativi occidentali come teta de vaca, tittyfruit o l’altisonante “mela di Sodoma” che sembra più un ammonimento contro le metafore eccessivamente dettagliate. Finalità non pienamente assolta, se è vero che in funzione dell’analogia implicata, questo parente di patate e melanzane è innocentemente confluito dalle nostre parti sotto il termine ad ombrello “pianta dei capezzoli” benché risulti essere, causa il ventaglio limitato della propria utilità, eccezionalmente raro. Non così nel vasto Oriente, d’alto canto, dove coltivazioni esistono con scopo ornamentale o addirittura gastronomico e medicinale, casistica capace di sorprendere le popolazioni endemiche della sua originale terra sudamericana, dov’è considerato un frutto tossico, persino letale. Laggiù nella foresta, sugli arbusti di un paio di metri appena, cionondimeno in grado di produrre appariscenti florilegi e il dono arancio che immediatamente ne consegue, caratterizzato dall’aspetto piriforme con atipiche protuberanze contrapposte: una singola maggiore, quattro piccole nella sua parte contrapposta (benché possano talvolta essere di meno) rispettivamente inclini ad essere associate al seno delle donne ed il suo analogo del regno animale, il pendente ubero bovino. Difficile a quel punto rimanere indifferenti. Difficile, non farne un simbolo capace di evocare immagini divine o mitologiche, per la mimesi platonica di un certo tipo di corrispondenza universale.
Classificato per la prima volta sul piano accademico nel 1753 dallo stesso Linneo, che coniò il termine latino sopracitato, questo Solanum diffuso in buona parte del continente sudamericano fu di suo conto annoverato lungamente negli elenchi delle piante tossiche, vista la valenza comprovata nell’uccidere gli scarafaggi e stordire i pesci, facilitandone la cattura. Nonché una certa attitudine alla saponificazione. Finché non fu notata, in circostanze poco chiare, l’implicita bellezza di un simile tesoro vegetale. Per la perfetta simmetria evidente. Per l’immaginazione che costituisce un ingranaggio imprescindibile degli scienziati all’opera nella tassonomia situazionale…

Leggi tutto

1 2 3 71