Per la ventottesima volta il commissario di vedetta sopra il faro di Hiratsuka, nella prefettura di Kanagawa, orientò il suo cannocchiale all’indirizzo del ruggito lontano. Lassù in mezzo alle nubi, dove l’affusolata creazione cruciforme della mano umana stava per irrompere in mezzo alle nubi, completando l’ulteriore tappa di un circuito che durava ormai da ben tre giorni. Ecco allora comparire, in posizione perpendicolare, le sue ali color rosso fuoco e il muso simile ad drago senza occhi, capace di riflettere la luce intrappolata nella gemma della propria unicità. Come prova pratica che un altro giro era stato portato a termine! In quanto dimostrazione inconfutabile che il regno iperboreo dei Kami celesti era ormai appannaggio di noialtri. E nessun altro avrebbe mai potuto accantonare il merito del grande regno dei samurai…
C’è un punto critico lungo il percorso dell’evoluzione aeronautica, trascorsi gli anni pioneristici e dopo la formidabile dimostrazione di efficacia sperimentata al culmine della Grande Guerra, in cui la corsa al perfezionamento rende finalmente manifesto il tipo di traguardi raggiungibili mediante il volo più pesante dell’aria, se adeguatamente coadiuvato da un’aerodinamica, un rapporto di peso ed impianti di spinta sufficiente potenti. Siamo dunque nel 1921 quando la nazione recentemente industrializzata del Giappone sceglie anch’essa di mettere da parte ogni residua esitazione, istituendo formalmente il Kōkū kenkyūjo (航空研究所) o Istituto di Ricerca dell’Aviazione all’interno dell’Università di Tokyo, completo di laboratori, sale di simulazione e gallerie del vento. Installazioni successivamente devastate dal grande terremoto del 1923, il che portò a ricostruire la struttura presso il campus di Komaba. Fu dunque in questo sito, sotto il direttorato di Wada Koroku, che un competente team di specialisti studiò approfonditamente i principi dei flussi d’aria, perfezionò i metodi di propulsione disponibili e stabilì un legame indissolubile con la nascente industria dei trasporti giapponesi volanti. Al di là di alcuni prototipi significativi soprattutto sul piano nazionale, è altresì possibile affermare che la prima decade di operazioni mancò di guadagnarsi il tipo di fama imperitura di dipartimenti simili all’interno del contesto russo, europeo ed americano. Una situazione destinata a cambiare radicalmente sul finire degli anni Trenta, quando molti traguardi tecnologici vennero varcati allo stesso tempo, ed il valore numerico di un record particolarmente ambìto riassegnato allo splendente vessillo del Sol Levante. Grazie al successo conseguito dal progetto di un singolo, eccezionale aereo. Non così memorabile il suo nome: Gasuden Kōken (航研機) letteralmente traducibile come “Aereo dell’Istituto di Ricerca per la Gasuden” essendo il secondo termine l’appellativo in breve della Tokyo Gas and Electric, compagnia di distribuzione dell’energia elettrica per i maggiori centri abitati del paese. Una convergenza di elementi alquanto atipica, dunque, quella concretizzatosi per la necessità potentemente percepita di affermarsi sulla concorrenza straniera, ponendo in essere un velivolo capace di spingersi più lontano e volare più a lungo di qualsiasi altro avesse mai solcato i cieli della Terra. Con una genesi piuttosto lenta e graduale, a partire dal remoto 1931 quando lo stesso Wada, coadiuvato dalle altre due figure chiave dei professori Tanaka Keikichi ed Ogawa Taichiro, cominciarono a raccogliere consensi sul piano politico e accademico, funzionali all’ottenimento dei finanziamenti statali per 500.000 yen iniziali, pari a 18 milioni di euro al cambio attuale, necessari per riuscire a dare concretezza ad un pensiero inusitato…
ingegneria
Dal fango, una foresta: la salvezza delle Filippine emersa tra l’ingegneria ed ecologia costiera
Vivere in prossima di un delta fluviale, nello spazio in bilico tra la laguna, corsi d’acqua secondari e piane fangose è una situazione che comporta alcuni utili vantaggi sul piano economico e della filiera alimentare. Così che tra pesca, allevamenti d’ostriche e raccolta di crostacei, nessuno potrebbe dubitare del benessere della comunità di Pamarawan, sobborgo peninsulare a settentrione di Manila nell’isola filippina di Luzon. Una solidità sul piano esistenziale che d’altronde non trova riscontro nella prosperità continuativa di coloro che vi abitano, principalmente in forza di un problema ricorrente tipico di molti ambiti costieri del Sud-Est Asiatico: le ricorrenti inondazioni delle zone urbane a media ed alta densità, dovute a convergenza di fattori tra cui il mutamento climatico, il sovrasfruttamento delle foreste, lo sviluppo eccessivo e l’abusivismo. Eppure chiunque avesse l’opportunità di conversare raccogliendo dati sulla storia recente di questo luogo, molto presto tenderebbe a realizzare un recente cambiamento da questo punto di vista. Giacché notoriamente è ormai trascorsa più di mezza decade, dall’ultima inondazione grave in grado di sommergere le strade e le piazzole della cittadina di circa 5.000 abitanti. Per una ragione che può essere direttamente rintracciata da un rapido sguardo verso meridione. All’indirizzo di una serie di costrutti chiaramente antropogenici, nato dall’unione tra l’ingegno occidentale e il collaudato pragmatismo di questo contesto storico e geografico. Dove ogni materia è una risorsa e la disposizione di specifiche concause, singolarmente prive d’importanza, riesce tanto spesso ad alterare il corso della storia stessa.
Si tratta di un’iniziativa elaborata dalla compagnia olandese di consulenza ingegneristica Haskoning, in un’insolita collaborazione con le autorità locali della zona di Malolos, iniziata ufficialmente nel 2018 come parte del Manila Bay Sustainable Development Masterplan. Per una strategia di controllo delle acque della baia che la stampa internazionale si è affrettata a definire “naturale” non tanto per il suo aspetto attuale, quanto l’ultima auspicata fase, che dovrebbe giungere a risultati misurabili entro due anni dalla fine del corrente anno 2026. In quanto l’impresa rappresenta, come largamente spiegato dai materiali di supporto, l’evoluzione progressiva tramite una serie di fasi, a partire dalla disposizione ordinata di una barriera formata da un reticolo di pali di bambù. Non un muro impenetrabile di ruvido e costoso cemento, è proprio qui è la chiave, destinato a rompere le onde mentre gradualmente queste ultime cominciano ad eroderlo di pari passo. Dimostrando il modo in cui è talvolta produttivo rallentare piuttosto che spingere indietro, soprattutto quando ciò è la prima parte di un piano attentamente elaborato che funziona per gradi ulteriori…
Ultima frontiera delle rinnovabili, un viaggio verso il nucleo incandescente della Terra stessa
Cruciale resta il fatto che ogni manifestazione tecnologica del nostro ingegno abbia il fondamento nel trasferimento tra gli stati della materia. Il triangolo che pone ai vertici le condizioni interconnesse di solido, liquido e gassoso, sottoposte a intenzionali traslazioni tramite l’impiego delle nostre metodologie imperfette, eppure capaci di eccitare i movimenti degli elettroni. Da cui la percezione, lungamente ricercata dalle grandi menti dell’ingegneria applicata, che se un giorno avessimo un sistema per indurre questo tipo di fenomeni in maniera totalmente controllata, senza sprechi e senza genesi collaterali di elementi nocivi, una delle scarsità primarie di quest’epoca contemporanea andrebbe presto accantonata. Tale il fine all’orizzonte, per dirne uno, del campo lungamente perseguito dalla fusione termonucleare perseguita tramite il reattore toroidale, anche detto tokamak, massima espressione di un percorso perseguito da ormai più di mezzo secolo, mediante interminabili progetti internazionali. E se invece fossimo ad un punto della nostra storia in cui l’evoluzione scientifica in tal senso potesse venire accantonata? Di fronte ad una fonte d’energia che presto impareremo ad acquisire, incandescente nella sua potenza, virtualmente inesauribile per predisposizione intrinseca. Proprio perché frutto del calore primordiale ed decadimento radioattivo di elementi astrali, che da sempre hanno costituito il cuore del nostro pianeta. Stiamo parlando, dunque, di una fonte di elettricità geotermica. Ma di tutt’altro tipo rispetto a quella perfezionata a partire dai primi esperimenti compiuti proprio qui in Italia, nel 1905 a Larderello, la cui applicabilità proficua risulta possibile soltanto in pochissimi siti in tutto il mondo e per un arco di tempo in genere piuttosto limitato. Sulla base di una serie di principi semplici quanto perfettamente scalabili: scavare più a fondo, più velocemente, utilizzare materiali refrattari migliori. Oltre la soglia, per essere specifici, delle 12 miglia dalla superficie ove trascorriamo le nostre liete giornate. Dove il calore delle rocce oscilla normalmente tra i 300 e 400 gradi, mentre l’acqua raggiunge una pressione di 22 MPa ed oltre, pari a 14 volte quella di una conduttura urbana di grande portata. Un letterale Inferno, in altri termini, ma anche il Paradiso da un singolo punto di vista. Quello capace d’indurre uno stato supercritico chiamato superhot, entro cui cesano le divisioni tra i diversi stati sopramenzionati, trasformando l’acqua pura in fluido conduttore dallo straordinario grado di efficienza. Tanto da poter incamerare quantità copiose di quel formidabile respiro calorifero, mantenendole al proprio interno lungo l’intero, lungo viaggio di ritorno al punto di partenza. Luogo perfettamente strategico, onde posizionare le turbine di rito…
Due migliaia di motori per l’evoluzione del traliccio che sussiste dietro il vetro dei grattacieli
Capitale di un paese che ha saputo fare dell’architettura avveniristica un marchio di riconoscimento nazionale, la città isolana di Abu Dhabi mette in mostra il culmine, assieme a Dubai, di una ricerca sincretistica mirata a esplicitare iterazioni innovative in ogni campo dell’ingegneria applicata, dal punto di vista ingegneristico e quello architettonico allo stesso tempo. Il che non implica per forza o necessariamente l’abbandono dei modelli persistenti, intesi come punti di riferimento culturali e stilemi trasferibili ai requisiti abitativi dei nostri giorni. Una particolare riflessione, quest’ultima, potentemente desumibile dall’evidente sagoma svettante di una coppia di “piccoli” grattacieli da 145 metri, torri accoppiate poste in essere all’inizio degli anni 2010 ma la cui caratteristica predominante resta ad oggi insuperata, costituendo un record quantitativo per quanto concerne la regolazione termica di un grande edificio. Con riferimento esplicito al sistema della mashrabiya, soluzione islamica impiegata fin dall’epoca del Medioevo, attraverso i lunghi secoli che hanno visto l’utilizzo degli spazi negativi per poter ottimizzare la quantità di luce e vento a cui è permesso penetrare nelle stanze di coloro che abitano nella relativa dimora. Ovvero il susseguirsi di finestre ostruite ad arte da un reticolo di legno, esagonale o cruciforme, piuttosto che semplici sbarre perpendicolari, posizionate strategicamente su una sorta di bovindo, per intrappolare e incanalare il vento negli spazi opportuno. Stabilendo il fuori e dentro una membrana funzionale, la cui scalabilità è commisurata chiaramente all’impiego di strutture permeabili nel quadro architettonico vigente. Ed è proprio per questo che come vincitore per il piano di sviluppo cittadino proiettato verso l’anno 2030, il committente dell’Abu Dhabi Investment Council ha scelto la proposta dello studio multinazionale Aedas, oggi AHR, nella persona del suo vicepresidente britannico Peter Oborn. Promotore in quel frangente di quanto ad oggi rappresenta ancora un unicum dell’automazione su ampia scala, tramite il coinvolgimento prospettato di una quantità notevole di progettisti: alcune fonti parlano di una squadra pari a circa 300 ingegneri. Eppur constatando nel corso della giornata l’effettivo funzionamento delle torri Al Bahr situate nella parte settentrionale dell’isola, al termine del ponte Sheikh Zayed, tale cifra appare non soltanto probabile, bensì addirittura giustificata. Mentre l’iterativa scorza di triangoli che ricoprono la loro forma cilindrica si aprono e chiudono in maniera sequenziale, come la versione futuribile di un campo di meccanici girasoli. Con una precisione che può essere soltanto l’effettiva risultanza di un approccio almeno parzialmente robotizzato…



