Nel corso degli ultimi anni del XIX secolo, non vigevano particolari dubbi in merito a quale fosse l’automobile più popolare degli Stati Uniti. Prodotte in letterali centinaia di esemplari l’anno, cifra impressionante per quell’epoca, le steamer dei gemelli Stanley sfrecciavano su strade più o meno rudimentali, lasciando dietro una tipica ed evanescente scia del colore candido della neve d’inverno. Questo a causa del principio di funzionamento, basato sull’impiego di un reticolo di tubi riscaldati attorno ad un tamburo pieno d’acqua. Il quale, andando in compressione, trasmetteva direttamente l’energia alle ruote. Niente marce, complicati sistemi di trasmissione o altri aspetti del motore a combustione interna, né il peso addizionale delle batterie necessarie per quello ad energia elettrica. Ma soltanto, per citare la pubblicità aziendale: “Potenza – correttamente generata, correttamente controllata, correttamente applicata al semiasse posteriore.” Un proposito di base che mirava alla semplificazione come fattore di riferimento, in un settore dove non era ancora stato definito quale fosse il sentiero preferibile per quell’industria. Sebbene una cosa, più di ogni altra, sembrava avvantaggiare il puro regno del vapore: l’autonomia. Ed in effetti suscita pensieri singolari, la critica di un legislatore del Vermont di un amministratore civile rimasto senza nome, che in tali circostanze famosamente dichiarò: “Qualcuno dovrebbe bandire per leggi quei vili, maleodoranti, sbuffanti demoni dall’utilizzo degli abbeveratoi creati per il benessere del migliore amico dell’uomo, il cavallo.” Con riferimento alla reiterata attività dei primi automobilisti, che ancor prima di finire il combustibile necessitavano frequentemente di ricaricare l’acqua nella propria caldaia, con l’equivalenza di fermarsi al benzinaio più volte per singolo viaggio, all’interno di un mondo in cui una rete di distribuzione per i carburanti, semplicemente, ancora non esisteva. Un limite ben presto superato quando l’azienda fraterna di Watertown, in Massachusetts, iniziò ad introdurre un sistema di recupero del vapore nello scarico delle proprie compatte ciminiere. Mostrando per la prima volta un mondo in cui l’esaurimento del gasolio, o più frequentemente il kerosene, avrebbe anticipato lo svuotamento del bollitore nel cofano della bestia stradale. Senza drammi, senza vibrazioni o eccessivi disturbi alla quiete pubblica; allorché le steamer, rispetto alle contemporanee vetture con motore a quattro tempi, costitutiva un’esperienza di guida paradossalmente “liscia come l’olio”, e molto più potente dell’elettrico impiegato fuori da contesti assai specifici o per il conseguimento di nuovi record del mondo. Un progetto, quest’ultimo, fin da subito al centro dei pensieri dei loro creatori, quando Freelan O. Stanley fu il primo guidatore di un veicolo a salire fino in cima al monte Washington con la propria moglie come zavorra nel 1899. Un’impresa che gli avrebbe permesso di vendere i propri brevetti alla compagnia Locomobile, utilizzando i fondi raccolti per fondare la propria eponima compagnia. E dare conseguentemente inizio a quella che, per certi versi, riuscì quasi ad essere una rivoluzione…
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Huajiang come Bifrost, un ponte tanto alto da riuscire a fabbricare il suo arcobaleno
Molti sono i pratici vantaggi che derivano dall’utilizzo di una grondaia. Canale impiegato per il drenaggio delle acque meteoriche e non solo, che in un contesto urbano garantisce vengano efficacemente convogliate, in modo tale da non creare situazioni di pericolo o disturbo degli utilizzatori del relativo edificio. Ma non si può applicare tale sistematico principio a un’intera montagna, giusto? La stessa domanda che si sono ritrovati a porsi, sul finire del 2022, gli ingegneri e le squadre specializzate addette a costruire la svettante “Sutura del Guizhou”, soprannome pertinente al viadotto di collegamento più notevole mai costruito in questa provincia cinese, nota come il luogo dove, si usa dire, non esiste un singolo metro quadrato di pianura. Ma picchi elevati e le profonde valli interposte, come quella carsica formata nei millenni, dove scorre il tortuoso fiume Beipanjiang. Tanto alta e così straordinariamente vertiginosa, che in base alla logica delle proporzioni comparative, avrebbe potuto facilmente contenere l’Empire State Building dalle fondamenta e sopra di esso l’intera Mole Antonelliana, fino ai rispettivi pinnacoli, parafulmini inclusi. Un’altra sfida quindi in grado di condurre all’effettiva costruzione di un ennesimo, testualmente il più notevole esemplare per questo museo a cielo aperto dei ponti più alti al mondo. Il terzo a stabilire tale record assoluto per questo singolo corso d’acqua, grazie ai 625 metri da terra dello Huājiāng xiágǔ dàqiáo (花江峡谷大桥). alias il Ponte del Canyon Huajiang. Famoso da principio e per le sue notevoli caratteristiche, ma destinato a diventare ancor più celebre su Internet negli anni successivi allo sviluppo del suo cantiere. Quando fu scoperta l’impressionante quantità di acqua incorporata nella pietra stessa delle montagne tagliate per la costruzione delle rampe e le strutture di sostegno dei cavi alle due rispettive estremità. Letterali secoli di un sostrato di faglia, dovuto all’accumulo di pioggia nella pietra calcarea nel sottosuolo. Molti erano, a questo punto, i modi accessibili onde tentare di risolvere la situazione. Ma poiché siamo in Cina, dove la percezione pubblica è importante, fu deciso di adottare il più spettacolare. Descriverlo a parole non è semplice. Avete presente gli infiniti ettolitri che vengono costantemente proiettati per formare la cortina imprescindibile delle cascate del Niagara? Immaginate adesso un qualche cosa di simile. Ma tradotto in un sottile velo scintillante, messo in opera dalle mani operose dell’uomo…
Dai creatori del modulo Apollo, la retrofuturistica locomotiva concepita per spostarsi senza toccare i binari
Camminando tra le file ordinate di vagoni che circondano il museo ferroviario di Pueblo, nel Colorado, si percepisce il senso delle ondate tecnologiche capaci d’istruire, attraverso un tempo di decadi, le scelte successive di coloro che condussero i vagoni del progresso lungo del diramazioni alternative della Storia. In questo sito, un tempo noto come High Speed Ground Test Center (HSGTC) iterazioni successive di un concetto, sopra ogni altro, furono condotte fino al culmine della propria cognizione progettuale: lo stato di un prototipo perfettamente funzionante. Da svariati punti di vista, persino soddisfacente. Benché destinato ogni singola volta all’abbandono, a causa di un problema ricorrente: il suo essere troppo diverso, rispetto a ciò di cui attualmente disponiamo. Atipico come la coppia di veicoli, entrambi concepiti sul finire degli anni Sessanta, che il visitatore intento a camminare tra i viali disegnati da equipaggiamenti ormai corrosi dalle piogge occasionali e i venti aridi del meridione statunitense, può trovarsi d’improvviso a scorgere dietro una cancellata sormontata da filo spinato; parzialmente sverniciati e macchiati dalla ruggine. Creazioni che pur funzionando all’epoca in base a princìpi operativi simili, non potrebbero sembrare più diversi nella propria fantascientifica apparenza. Da una parte la locomotiva aerodinamica del TACV o Veicolo a Cuscino d’Aria della statunitense Rohr, terza ed ultima iterazione sanzionata all’estero del progetto di monorotaia francese Aérotrain (vedi trattazione) scarno e minimalista, caratterizzato dall’assenza di un parabrezza frontale, avendo affidato le percezioni del pilota ad un sistema di telecamere con schermi all’interno. E dall’altra un qualcosa, se possibile, di persino più impressionante: l’astronave con il muso che ricorda lo Space Shuttle, dotata di tre ugelli a reazione preminenti nella propria parte superiore. E ai fianchi quelli che parrebbero a tutti gli effetti essere dei pattini o pannelli di appoggio, dalla forma di un rettangolo super-ellittico racchiuso in una spessa guarnizione. Ed è soltanto avvicinandosi il più possibile, mentre ci si china per guardare meglio, che sarà possibile individuarne altre due coppie nella parte sottostante. Esattamente là dove dovrebbero trovarsi, in condizioni del tutto convenzionale, le ruote. Trovandoci al cospetto, per usare terminologia specifica, del TLRV o Tracked Levitated Research Vehicle della Grumman, versione statunitense del principio mirante all’eliminazione di tali elementi, proprio perché giudicati lesivi al raggiungimento di una finalità cruciale: la velocità media di un falco pellegrino in picchiata. Quella stessa soglia dei 320-350 Km/h, attorno alla quale l’utilizzo di un sistema di spostamento su strada ferrata convenzionale andava incontro alla pericolosa vibrazione della cosiddetta hunting oscillation, capace di rimbalzare da un fianco all’altro dei cerchioni della sala montata, potendo causare perdite di stabilità e nel caso peggiore, persino il deragliamento. Il che aveva indotto a concepire, già a partire da una decade prima di quel periodo, la più semplice e diretta delle soluzioni: quella destinata a esonerare, per quanto possibile, ogni tipo di contatto del treno con i suoi stessi binari. Mediante l’utilizzo caso per caso, della levitazione magnetica oppure quella basata sul cuscino d’aria, come in una sorta d’hovercraft, rispettivamente esemplificati dai due tipi di mezzi rotabili fin qui citati. Ciò che rende tuttavia notevole l’esempio della Grumman, un’applicazione sotto molti punti di vista della competenza aziendale ed ingegneristica acquisita durante la recente corsa allo spazio, assieme alla NASA che partecipò obliquamente alla fase progettuale, è il modo in cui sia propulsione che sollevamento dal terreno dovessero essere forniti in questo caso da un singolo impianto di motori interconnessi tra loro. Nonché l’assenza di alcun tipo di rotaia metallica su cui aggrapparsi: giacché nei fatti, il TLRV era basato sull’idea che mantenere molte migliaia di chilometri di una vasca lineare in calcestruzzo sarebbe stato, in qualche maniera, più economico per ciascuna delle compagnie coinvolte…
Kruunuvuori, ponte curvo che rifiuta le automobili, portando Helsinki nel nuovo mondo della sostenibilità urbana
Strategicamente posizionata sulla costa settentrionale del lungo e stretto Golfo di Finlandia, la capitale nonché più popolosa città di quel paese ha sempre avuto una complessità territoriale inerente dovuta alla natura stessa delle coste nord-europee, con le loro insenature o preminenze disegnate dalle risultanze d’intercorse glaciazioni, nonché i sommovimenti territoriali che tendenzialmente ne derivano attraverso l’estensione degli eoni trascorsi. Combinare dunque tale presa di coscienza con la tendenza dei recenti secoli all’aggregazione abitativa, intesa come costruzione dei contesti urbani dalla densità elevata dei nostri giorni, ha creato dunque una costante giustapposizione tra esigenze di spazio latenti e l’effettiva disponibilità di questi. Necessitando non soltanto l’estensione periferica verso l’accidentato e non sempre malleabile entroterra; bensì anche, o soprattutto, la piccola costellazione d’isole antistanti, che un tempo avevano costituito unicamente la rimessa per i pescatori del popolo dei Sami, chiamati fin dal Medioevo con l’esoetnonimo di Lapponi. Che usavano liberalmente, fin dai tempi avìti, la terra emersa di 16,5 Km quadrati nota come Laajasalo, trasformata ai tempi dell’egemonia svedese in sito di pregevoli miniere di zinco, argento ed ametista. Ciò almeno finché nel XIX secolo, con il riempimento del canale che la separava dalla terraferma, non divenne parte della soluzione abitativa stessa, cominciando ad ospitare un certo numero di ville e lussuose dimore. Da qui l’inarrestabile tendenza a farne, già verso l’inizio dell’epoca contemporanea, un quartiere da circa 20.000 abitanti. Forse troppi, per la via d’accesso a quattro corsie di Laajasalontie, ampliamento del sentiero risalente all’epoca del conflitto di Crimea. O almeno tale aspetto è desumibile, dal dispendioso e complicato progetto dei cosiddetti Kruunusillat (“Ponti della Corona”) incorporati nel budget delle infrastrutture pubbliche a partire dal 2016: tre viadotti di attraversamento, rispettivamente di 299, 422 e 1.228 metri, pensati al fine di accorciare le distanze tra il centro cittadino ed il nuovo quartiere di Kruunuvuorenranta. Strutture avveniristiche da molti punti di vista, così come ci è stato dato ad intendere prima e durante l’inaugurazione della scorsa settimana, per il notevole Kruunuvuori, ponte più lungo ed alto della nazione. Interessante soluzione strallata con un singolo pilone di 135 metri, da cui si estendono i cavi di sospensione con la caratteristica disposizione romboidale, da cui il soprannome popolare di “diamante”. Occasione di festa e aggregazione pubblica, anche alla presenza del sindaco Daniel Sazonov, benché una domanda fosse destinata a profilarsi in modo significativo: come mai mancavano del tutto sopra quella striscia di cemento e acciaio della larghezza di 19 metri, in qualsiasi forma o quantità apprezzabile, le automobili?



