Per secoli le tre casate dei Büffelhörnern (Corna di Bufalo) dei goldenen Löwen (Leoni d’oro) e silbernen Löwen (Leoni d’argento) si sfidarono nella costruzione del più forte, nobile e splendente castello. Ampliando progressivamente le ali della propria avita dimora, costruendo alte torri, perfette merlature, geometrie concepite per creare la perplessità tra le schiere in armi dei nemici maggiormente agguerriti. I loro cortili profondi come valli nel paesaggio, racchiusi tra edifici dall’intelaiatura rossa in grado di compenetrarsi e lasciar penetrare strali confluenti nella forma sostanziale di traslucidi ed inconoscibili fantasmi. Ciascuno dei costrutti caratterizzato da un particolare modo di cercare soluzioni, avvicendare i pratici risvolti, Romanico o Gotico, fino all’eclettismo del Rinascimento, così da mettere in rilievo un differente tipo di decorazioni in grado di massimizzare la visibilità dei propri stemmi sopra barbacani, masti e beccatelli. Ciò che forse non sarà scontato, in quanto certamente raro fuori da quel particolare ambito geografico e contesto culturale pregresso, è la maniera in cui essi convivessero cionondimeno all’interno di un singolo, tentacolare castello. Ganerbenburg: la condivisione tra i diversi rami di una discendenza. Capace di proteggere in maniera collaborativa gli stessi interessi territoriali, competenze feudali e sudditanza dei vassalli sottoposti ad un’autorità destinata a durare più di otto secoli. Quella che fu situata al culmine, almeno a partire dall’anno mille, del passaggio del fiume Moselle tra Koblenz e Trier, nella Renania-Palatinato della Germania occidentale. Un luogo di foreste e corsi d’acqua, impraticabili montagne e luoghi fuori dai sentieri più battuti, comunque utili a costituire l’invincibile scudo di un territorio strettamente interconnesso, fin dai tempi più remoti, all’esercizio del potere umano. Fin da quando successivamente alla conquista da parte dei Franchi, questa particolare zona sullo zoccolo sopraelevato venne data in amministrazione a Luigi il Pio, signore sotto l’egida di Carlo Magno, che ivi edificò un’ampia magione patronale dalle palizzate collocate strategicamente. Sarebbe occorsa tuttavia una significativa progressione degli eventi, affinché tale struttura potesse fregiarsi a pieno titolo del nome di un vero e proprio castello. Quando l’intera regione dell’Eifel, ormai da tempo controllata dal Sacro Romano Impero, rientrò formalmente in un censo dei possedimenti di Federico Barbarossa, stilato nel 1157. Ed è assolutamente incredibile pensare come, dopo tutti questi anni, l’edificio principale si sarebbe unicamente arricchito di ulteriori ali e protrusioni addizionali, senza mai vedere demolita o abbandonata alcuna delle proprie plurime, labirintiche ed immense sale…
medioevo
L’abbazia più volte riforgiata per lo spirito indomabile dei santi bassopiani d’Inghilterra
La pesantezza del silenzio, il senso della solitudine e l’effetto complessivo di tali spazi architettonici, bianche mura rese ruvide ed assottigliate dal tempo. Una rovina, fondamentalmente, questo è: il ricordo visitabile di quanto aveva caratterizzato il dolce spirito di un tempo, per essere dimenticato dall’avvicendarsi inarrestabile di dipartite e nascite guidate innanzi dal senso della più totale indifferenza. Non c’è vita in questo luogo, se si eccettua quella dei rampicanti e corvi. Niente può rinascere dove la pioggia ha consumato il tetto e gli operosi vermi, ormai, corrodo le fondamenta dall’interno. Eppure può sussistere un momento, in determinate circostanze o attimi di storia, in cui la sopravvivenza resta possibile. La fiamma può essere tenuta viva e dal suo tenue e impercettibile baluginìo, un’alba nuova sorgere potente, per permettere alle antiche usanze di venire trasformate in tradizioni. Visioni imprescindibili di come un luogo possa e debba ancora assolvere alla sua funzione. Nonostante l’essenziale differenza sopraggiunta nel suo modo di riflettere la luce dell’Esistenza.
Così un condottiero della Mercia, da lungo tempo in guerra coi Danesi, stanco di combattere raggiunse la terra di Croyland nell’Anglia Orientale tra il 699 ed il 714. E deposte le sue armi, vestito il saio di eremita, costruì un rifugio per condurre il resto della propria vita in preghiera. Guthlac era il nome, di cui si narra della lunga battaglia che avrebbe condotto, in questa terra paludosa, contro i demoni che in più frangenti vennero a perseguitarlo, nel furioso tentativo di portarlo sotto i flutti ed annegarne i sentiti auspici di redenzione. Trionfale ed indefesso, egli riuscì dunque a coltivare un seguito, che dopo la sua morte avrebbe costruito sopra la sua tomba un sito di venerazione. Anni dopo, quivi sorse l’abbazia destinata a ricevere la guida della regola Benedettina, dedicata alla Santa Vergine, all’apostolo Bartolomeo e lo stesso Guthlac. Sebbene la Divina Provvidenza fosse incline, inaspettatamente, a volgere il suo sguardo protettivo verso distanti lidi e alternative comunità religiose. Se è vero che nel corso dell’ottavo o nono secolo, durante le copiose razzie vichinghe della zona dei Fens, pirati normanni sbarcarono a ridosso dell’alto edificio, saccheggiandolo ed ardendone la costruzione lignea senza il benché minimo riguardo nei confronti del senso del sacro e prendendo per se i tesori degli Anglo-Sassoni del ricco meridione. Dalle ceneri di questa prima iterazione, tuttavia, qualcosa di più solido sarebbe stato ricostruito, per volere dello stesso Re dell’ormai compatta Inghilterra, Edoardo il Vecchio, incline ad inviare il suo fedele servitore Thurcytel, parente dell’arcivescovo di York. Sotto la cui supervisione alte mura di pietra, possenti e almeno in parte ignifughe, avrebbero donato all’edificio parte dell’aspetto che mantiene ancora. Sebbene molto pochi, a guardarlo, penserebbero che quello fosse stato l’ultimo imprevisto nel corso della sua complessa e articolata parte, da interpretare nella lunga storia di questo paese…
Le molte cupole nel Karnataka e l’energia dei pachidermi trasformati nel potere di una nazione
Giunto in India meridionale dalla distante Persia nella prima metà del XV secolo, lo storico itinerante Abdur Razzak avrebbe scritto: “L’orecchio dell’intelligenza non ha mai sentito l’eguale della città di Vijayanagara, né la pupilla dell’occhio ha visto alcunché di equivalente.” Il centro urbano ed amministrativo di una sfera d’influenza tale da concedere ai suoi mercati e bazaar copiose quantità di spezie, ambra, pietre preziose, porcellana, pigmenti, mercurio, oro ed argento. Portando una spropositata quantità di navi ad approdare nel suo porto, provenendo in modo imprevedibile dai quattro angoli del globo. Tanto che in base alle stime attuali, durante il regno del potente Imperatore Deva Raya II, questo era probabilmente la seconda città più popolosa al mondo, dopo la metropoli cinese di Pechino. Una prosperità e ricchezza destinate a riflettersi nell’architettura di un livello senza precedenti, considerato il modo in cui l’esercizio del potere diventava il centro del prestigio di costui, che nel prosieguo del racconto viene descritto dal diarista come accompagnato ovunque andasse da una folta processione di soldati, funzionari e la cifra straordinaria di ben 4.000 regine. Ciò senza considerare l’essenziale apporto di quel tipo di animale il quale, in base alle tradizioni e associazioni folkloristiche dell’India medievale, più di ogni altro era considerato necessario a sottolineare il ruolo di assoluta preminenza del Raja. Il maggiore tra i mammiferi di terra, con il quale questo membro della dinastia regnante dei Sangama sembrava possedere un qualche tipo di affinità superiore ai suoi predecessori, visto il soprannome storico ad egli associato di Gajabeteegara o “Cacciatore di Elefanti”. Qui usati in forma di metafora, molto probabilmente, per i circostanti sultanati ostili al vasto regno di Karnata, inclini a batterne i confini e che poco più di un secolo dopo, sarebbero giunti a costituirne la condanna. Ma “Non qui e non ora” sembrava voler dire la stessa imponenza del palazzo imperiale, il suo quartiere femminile e l’adiacente spazio straordinariamente vasto, destinato ad ospitare la stessa espressione viva, plurima e imponente dell’ampia superiorità militare di quel popolo orgoglioso, lungamente indefesso.
Difficile immaginare, a tal proposito, una struttura archeologicamente integra più impressionante e distintiva di questo, con 110 metri di lunghezza suddivisi in 11 compartimenti, ciascuno dei quali sormontato da una cupola in alternanza liscia e ornata da scanalature geometricamente sovrapposte, tranne quello centrale, in cui l’elemento architettonico assume l’aspetto simile al frontone decorativo di un tempio. Sebbene un tipo di venerazione assai diversa fosse destinata a compiersi tra queste mura, del tipo esemplificato dai solidi anelli incorporati nelle camere per l’impiego di catene e le discrete porte a misura d’uomo previste sul retro dell’edificio. Da dove avrebbero potuto guadagnare accesso i praticanti del mestiere di mahut, anche detto addestratore, o esperto conduttore degli elefanti…
Delitto e castigo degli animali: una pagina oscura nei vetusti tomi giuridici del Medioevo
Alla luce di dozzine di candele, il flusso di persone inizia collettivamente ad essere percorso da un moto di agitazione. Dal tono e l’inflessione della voce, si capisce che l’arringa iniziale è prossimo al completamento, e l’imputato sta per essere portato all’interno della sala del Consiglio di Basilea. Ora si apre la grande porta in fondo alla sala, ed una gabbia fa la sua inquietante apparizione. Al suo interno, la cresta eretta in segno di rimprovero e superbia, il più invidiato gallo del distretto innanzi alle porte del castello di Gundeldingen. “Che il magistrato osservi, a questo punto, l’occhio ingannatore della bestia. Soddisfatta di aver commesso adulterio con la serpe servitrice del Demonio, mai incontrata o percepita da occhio umano. Eppur nessuno può realmente dubitare del risultato.” Qui il parroco della vecchia Bischofshof, come ad un segnale concordato, si alzò in piedi tra il pubblico gridando “Anathema, anathema!” Molti iniziarono a fargli eco. Mentre l’assistente del giurista, scoprendo un panno sopra uno sgabello già presente a pochi metri dal banco, scoprì l’oggetto tondeggiante dal guscio lucido e a un primo sguardo privo di particolarità evidenti. Richiamato all’ordine direttamente dalla controparte della difesa, ora il pubblico precipitò verso un silenzio inquieto. Possibile che in questa sede fosse stato trasportato, davvero, l’uovo demoniaco della coccatrice? Un alone mistico sembrò pervadere la scena. “Ma qui dobbiamo porci l’essenziale domanda,” Disse allora il responsabile di tutelare i diritti dell’uccello, con la lunga tunica e il berretto di stoffa: “Di chi l’abbia effettivamente deposto, e perché. Entrino i testimoni.” Fu allora che tutti capirono che il procedimento avrebbe richiesto ore, non minuti. E il fuoco del supremo fuoco purificatore avrebbe arso, anche per questo, ancor più intensamente del necessario.
L’anno era il 1474 è il frangente totalmente privo di alcun tipo d’ironia. Giacché punire un essere che avesse sovvertito l’ordine divino tramite gli schemi prevedibili della Natura era percepito come ben più di un mero esercizio di stile, bensì l’opportuno metodo per contrastare uno scivolamento graduale quanto inesorabile della società verso il disfacimento pressoché totale. In quel mondo dove gli animali della fattoria e domestici erano qualcosa di diverso da “membri della famiglia” come si usa dire ai giorni nostri, bensì un ingranaggio persistente e al tempo stesso necessario per riuscire a tutelare l’esistenza del concetto stesso di aggregazione umana. Eppur sostanzialmente misteriosi, in quanto mossi da comportamenti e un senso differente degli aneliti e le circostanze vigenti. Secondario era il fatto che simili creature fossero dotate d’intelletto superiore. O quanto meno posto in subordine, alla loro capacità di porsi come pratiche barriere alla comune progressione del rapporto di cause ed effetto. Abbiamo perciò multipli e inquietanti resoconti, di cui quello descritto in Svizzera non è altro che uno dei maggiormente eclatanti, di animali portati alla sbarra soprattutto nel contesto del Medioevo europeo. Con particolare rilevanza della Francia, dove tra il XIV e XV secolo si è giunti a definire quasi ordinaria l’eventualità di processare, con palese riguardo sistematico, i maiali e le scrofe responsabili di essersi macchiati di un crimine particolarmente efferato: aver inflitto lesioni anche gravi ai loro proprietari o coloro che essi ritenevano più preziosi al mondo. Gli incolpevoli rappresentanti, lasciati momentaneamente incustoditi, della loro prole…



