In un celebre racconto moralizzatore del sud della Cina, citato in testi enciclopedici e rassegne letterarie, la moglie di un facoltoso mercante di Longtian nella regione di Fuqing, all’inizio del XVII secolo subì un destino sfortunato che purtroppo non costituiva una casistica rara: mentre faceva ritorno dal mercato cittadino alla tenuta di famiglia, un giorno, sparì. Pochi giorno dopo, la famiglia ricevette la richiesta di un riscatto da un pericoloso gruppo di banditi locali. Al che il figlio della coppia, animato da profonda pietà confuciana, decise immediatamente di vendere le proprietà di famiglia, acquisendo un capitale che avrebbe presto conferito nella sua interezza ai fuorilegge, lasciando le proprie future generazioni in uno stato d’indigenza pressoché totale. Se non che il giorno prima del punto di non ritorno, un’altra prigioniera che era miracolosamente riuscita a fuggire dal covo dei briganti giunse alla sua porta, consegnando una lettera dell’amata madre. “Non cedere alle loro irragionevoli richieste” Ella implorava: “Bensì spendi le risorse di cui ora disponi per costruire un baluardo che nessun malintenzionato possa più prendere di mira. In questo modo, terrai al sicuro tuo padre.” Appena finito di leggere la lettera, quindi, il figlio ricevette dalla fuggiasca il resto della narrazione: poche sere prima, cogliendo l’occasione di un cambio delle guardie, la madre si era già gettata da una rupe, togliendosi la vita. Non potendo far altro che seguire le sue ultime volontà, il giovane mercante di Fuqing fece costruire dunque un’alta torre fortificata, il cui nome divenne presto celebre come Fengfulou – 奉父楼 “Torre per onorare il padre” o più semplicemente diaolou (碉楼 “torre-fortezza”). Molti dei suoi concittadini, che vivevano da tempo nel terrore, ben presto scelsero di fare lo stesso. Dando i natali ad una sostanziale anticipazione in scala ridotta di un quartiere newyorchese dei grattacieli.
Approcciarsi da lontano alla vicenda complessiva della nazione e i molti popoli costituenti l’identità cinese può essere un’esperienza straniante, soprattutto rispetto ai plurimi conflitti tra bandiere contrapposte delle nazioni europee. Ecco un regno antico di millenni, sostanzialmente stabile nei suoi sistemi burocratici di fondo, i cui nemici provenienti dall’esterno non riuscirono mai a sottomettere o integrare entro i confini di un più vasto impero. E con il quale addirittura i Mongoli coesi dai successi del Gran Khan poterono al massimo integrarsi, trasformandosi essi stessi nei sovrani al vertice del sistema di governo creato dall’etnia degli Han. Il che non significa, d’altronde, che le genti situate nel contesto di Mezzo abbiano spesso potuto godere di lunghi periodi di pace o indiscutibile prosperità. Dai talvolta sanguinosi e devastanti cambi di dinastia, alle ricorrenti ribellioni motivate da ragioni religiose, economiche o una serie di visioni inconciliabili tra le diverse membra del corpus di stato. Ogni qual volta sotto incitazione del profeta di turno, centinaia o migliaia di persone indossavano un turbante colorato imperversando tra città e campagne, per dare alle fiamme chiunque si opponesse ai sacri precetti del proprio modo di vedere la società divisa. Come nel caso dell’assedio della meridionale città costiera di Guangzhou del 1854, intrapreso dai Rossi contemporanei alla setta della Grande Pace o Taiping (太平) ancorché animati dalla missione contrastante di spodestare la dinastia manciù dei Qing per ritornare al predominio auto-gestito dei Ming. In un territorio già profondamente devastato dai conflitti regionali dell’oppio contro le potenze occidentali, e con profonde instabilità sociali dovute agli attriti tra le minoranze dei Punti e degli Hakka. Non c’è molto da meravigliarsi dunque se l’intero sud della Cina tornò ad essere di nuovo afflitto in quel periodo dalla piaga del banditismo. Né del modo in cui le genti locali avessero scelto di andare a rievocare, dall’archivio dei lunghi e sanguinosi secoli pregressi, un particolare approccio architettonico per salvaguardare la propria tormentata esistenza…
fortezze
Il Buddha di tre piani intento a meditare nell’alto castello dei dinasti del Ladakh
Due aspetti comprimari di un vortice che insegue se stesso, potere temporale e senso del sacro difficilmente tendono a trarre vantaggio da alcun tentativo di separarli. Laddove con simbiotica occorrenza, il primo riesce a trarre legittimità dall’altro, mentre il secondo, viene vicendevolmente posto sopra un intoccabile piedistallo. Così attraverso le generazioni e fin dai tempi antichi, schiere di sovrani hanno tentato d’incarnare il ruolo alternativo di supremi sacerdoti, piuttosto che reincarnazioni del tutto tangibili della divinità. E quando ciò non fu più praticabile, per l’adozione di un più complesso e stratificato sistema di venerazione, fecero il possibile per mantenersi il più possibile vicino alle spiritualità superne, costruendo chiese, monasteri e monumenti assieme agli altri maestosi simboli della propria essenza. Ma è senza dubbio singolare, e al tempo stesso raro, l’approccio scelto in modo particolare dai due più celebri sovrani della dinastia al potere dei Namgyal, nell’odierna regione amministrativa indiana e precedente regno pluri-secolare di Ladakh: chiamare Buddha a vivere nella loro stessa dimora, facendo delle auguste sale anche un luogo di venerazione, con tutto ciò che questo comporta. Trasformandosi a tutti gli effetti in attendenti di un gompa o monastero, affinché il proprio contributo alla sfera della fede potesse sopravvivergli, come in effetti avvenne al disgregarsi dell’unità politica per l’invasione dei propri nemici. Approccio adattato e migliorato dalle scelte dei propri predecessori del potente stato di Maryul, che furono capaci estendere i propri domini fino alle pendici dell’antistante Himalaya. E che trova la sua massima realizzazione presso il villaggio montano di Shey, situato in posizione strategica tra la moderna capitale, Leh e l’antecedente gompa di Thikse, che ne condivide alcuni aspetti architettonici e funzionali. Nel sito esatto dove lo stesso committente di quest’ultimo, il Re Lhachen Palgyigon (r. 930-960 d.C.) aveva fatto costruire la sua fortezza e centro amministrativo del dominio, sebbene la maggiore parte dei fondi investiti fossero stati concessi ai discepoli della scuola Gelug del recentemente adottato Buddhismo tibetano, così come avrebbero fatto molti dei suoi insigni successori. Forse il punto di partenza del ragionamento che avrebbe portato Deldan Namgyal, seicento anni dopo, a costruirsi un luogo abitativo che fosse al tempo stesso un luogo di culto. Destinato a fare la storia presso questi luoghi, in più di un senso…
Assedio mancato ed esplosione sui confini di un Impero: quando caddero i bastioni di Bomarsund
In una delle narrazioni più famosamente collegate al ciclo dei miti arturiani, Avalon era l’isola eccezionalmente fertile perennemente nascosta dalla nebbia, per volere della sorella del Re di Camelot, la strega Morgan le Fay. La sua alta torre, visibile talvolta dalle coste della terraferma, sarebbe stata dunque un giorno allontanata dal mondo materiale per volere di quest’ultima, elevandosi come un miraggio tra la foschia del regno cui era sempre appartenuta. Il che rende, oggettivamente, assai difficile comprendere se tale terra fosse in verità Glanstonbury o una delle isole Fortunate sul confine dell’Atlantico, associate dal filosofo greco Esiodo al concetto dei Campi Elisi. O persino la Sicilia, come ipotizzato da alcuni. Gli alti castelli o simili strutture, dopo tutto, non scomparivano davvero da un giorno all’altro. Almeno fino all’invenzione dei più potenti esplosivi dell’Ottocento, come la nitroglicerina liquida di Ascanio Sobrero o il fulmicotone creato dal chimico tedesco Christian Friedrich, imbevendo di una miscela orribilmente instabile il bianco cotone. Qualsiasi cosa l’uomo o il popolo fatato abbia deciso di costruire vive l’effettiva necessità di rispondere alle leggi fisiche che regolano il rapporto tra ogni causa ed effetto del nostro prevedibile pianeta. E ad una deflagrazione sufficientemente potente, corrisponde sempre l’assoluto e imprescindibile principio dell’annientamento senza alcuna possibilità di scampo.
Questa l’idea di partenza, assai probabilmente, della spedizione messa in campo agli inizi dell’estate del 1854, da forze britanniche del Regno Unito e della Francia, onde rispondere alle voci preoccupanti sulla prossima realizzazione di un vecchio sogno. Quello nato successivamente alla conquista delle isole di Aland, situate tra la Svezia e la Finlandia, da parte dello Zar Alessandro I al tempo della guerra del 1812, e quindi alacremente coltivato dal suo fratello e successore Nicola I, per la costruzione di una roccaforte che costituisse il più utile e imprendibile avamposto del paese nei mari d’Occidente: una struttura da costruire in base ai crismi inaugurati nel XVII secolo dal maresciallo di Luigi XIV, Sébastien Le Prestre de Vauban, ma che avrebbe fatto a meno dell’ormai canonica forma stellare, al fine di sfruttare al meglio le particolari caratteristiche del paesaggio circostante. Edificata in corrispondenza dello stretto (sund) di Bomar dante il nome all’attuale municipio dove si trovava il rilevante cantiere, la sua collocazione era pensata al fine di dividere i due possibili passaggi navigabili a disposizione, bersagliandoli se necessario tramite l’impiego di una serie di feritoie disposte a ventaglio. Sfruttando inoltre un’atipica diposizione basata su torri indipendenti, piuttosto che un singolo alto bastione centrale, la fortezza avrebbe potuto difendere ogni possibile tratto di costa raggiungibile da una squadriglia di battelli militari. Questa era l’idea, fondata sulle osservazioni dei conflitti conosciuti fino a quel fatidico momento, in bilico tra due diversi stadi dell’evoluzione tecnologica condotta innanzi, come tanto spesso capita, dal bisogno percepito di risolvere i conflitti tramite l’impiego di strumenti sempre più avanzati. Tempo che le ostilità ebbero di nuovo modo di concretizzarsi, con lo scoppio l’anno prima di quella che sarebbe passata alla storia come guerra di Crimea, il rinomato ammiraglio britannico Charles Napier assieme al collega francese e futuro senatore Alexandre Deschenes poterono disporre in quel frangente di un qualcosa che giammai Alessandro I avrebbe potuto immaginare: caldaie a vapore, capaci di spingere i natanti negli stretti canali che circondavano l’isola di Aland. Così da poter aggirare l’arco di tiro della maggior parte dei pezzi d’artiglieria russi, andando a raggiungere direttamente il nucleo di quel problema…
Eltz, la rocca grigia sopra il colle appartenuto ad una singola famiglia per 35 generazioni
Per secoli le tre casate dei Büffelhörnern (Corna di Bufalo) dei goldenen Löwen (Leoni d’oro) e silbernen Löwen (Leoni d’argento) si sfidarono nella costruzione del più forte, nobile e splendente castello. Ampliando progressivamente le ali della propria avita dimora, costruendo alte torri, perfette merlature, geometrie concepite per creare la perplessità tra le schiere in armi dei nemici maggiormente agguerriti. I loro cortili profondi come valli nel paesaggio, racchiusi tra edifici dall’intelaiatura rossa in grado di compenetrarsi e lasciar penetrare strali confluenti nella forma sostanziale di traslucidi ed inconoscibili fantasmi. Ciascuno dei costrutti caratterizzato da un particolare modo di cercare soluzioni, avvicendare i pratici risvolti, Romanico o Gotico, fino all’eclettismo del Rinascimento, così da mettere in rilievo un differente tipo di decorazioni in grado di massimizzare la visibilità dei propri stemmi sopra barbacani, masti e beccatelli. Ciò che forse non sarà scontato, in quanto certamente raro fuori da quel particolare ambito geografico e contesto culturale pregresso, è la maniera in cui essi convivessero cionondimeno all’interno di un singolo, tentacolare castello. Ganerbenburg: la condivisione tra i diversi rami di una discendenza. Capace di proteggere in maniera collaborativa gli stessi interessi territoriali, competenze feudali e sudditanza dei vassalli sottoposti ad un’autorità destinata a durare più di otto secoli. Quella che fu situata al culmine, almeno a partire dall’anno mille, del passaggio del fiume Moselle tra Koblenz e Trier, nella Renania-Palatinato della Germania occidentale. Un luogo di foreste e corsi d’acqua, impraticabili montagne e luoghi fuori dai sentieri più battuti, comunque utili a costituire l’invincibile scudo di un territorio strettamente interconnesso, fin dai tempi più remoti, all’esercizio del potere umano. Fin da quando successivamente alla conquista da parte dei Franchi, questa particolare zona sullo zoccolo sopraelevato venne data in amministrazione a Luigi il Pio, signore sotto l’egida di Carlo Magno, che ivi edificò un’ampia magione patronale dalle palizzate collocate strategicamente. Sarebbe occorsa tuttavia una significativa progressione degli eventi, affinché tale struttura potesse fregiarsi a pieno titolo del nome di un vero e proprio castello. Quando l’intera regione dell’Eifel, ormai da tempo controllata dal Sacro Romano Impero, rientrò formalmente in un censo dei possedimenti di Federico Barbarossa, stilato nel 1157. Ed è assolutamente incredibile pensare come, dopo tutti questi anni, l’edificio principale si sarebbe unicamente arricchito di ulteriori ali e protrusioni addizionali, senza mai vedere demolita o abbandonata alcuna delle proprie plurime, labirintiche ed immense sale…



