Il pericolo più grande è quello di colui che può vantare l’utilizzo di una lingua d’argento: per coloro che lo ascoltano, per il consorzio delle moltitudini e soprattutto per se stesso. Poiché la convinzione nei confronti di una qualsivoglia prospettiva, coadiuvata dal potere dialettico di un oratore, può modificare i termini della plausibilità inerente. Rendendo l’impossibile, del tutto praticabile… A parole. Finché divenga totalmente impraticabile, nel proseguir dei giorni, poter tornare alla salvezza di una condizione neutrale. Questo il dramma e tale la risoluzione in quel drammatico 1897, della storica vicenda messa in moto da Salomon August Andrée, fisico, ingegnere, impiegato dell’ufficio brevetti svedese a Stoccolma. Nonché praticante di un’attività particolarmente impegnativa, capace di farne un cavaliere dei distretti ventosi. Come aeronauta solitario a bordo del suo fido pallone aerostatico Svea, in una serie di nove pericolose avventure tra le isole ed il Baltico durante cui sperimentò la sensazione di trovarsi totalmente alla deriva. “Ma fu in quel momento, signori e signore, che ebbi l’illuminazione destinata a rovesciare il paradigma!” Il metodo da lungo tempo prospettato, per poter deviare direzione a bordo di una cesta trascinata in modo autonomo dal vento stesso. Frenandola mediante l’uso di una serie di pesanti corde, il cui attrito permettesse alle vele soprastante, finalmente, di sortire l’effetto tanto a lungo desiderato. Semplice, efficace, affidabile. A suo dire. E nella mente di chiunque fosse pronto ad ascoltarlo, ivi inclusi il re di Svezia Oscar II, i responsabili dell’Accademia Reale delle Scienze e niente meno che Alfred Nobel, l’inventore della dinamite e fondatore del Premio Nobel. Primi fornitori di una serie finanziamenti che in quell’epoca potevano auspicare un singolo ed imprescindibile obiettivo: andare lì a piantare la bandiera dove neanche l’eroico Adolf Erik Nordenskiöld, con il suo piroscafo Vega, era riuscito ad arrivare: l’assoluto Polo Nord Geografico, latitudine zero, longitudine zero. Una corsa che ricorda quella molto successiva verso il territorio della Luna notturna, per la quantità di uomini e di mezzi che i diversi paesi spesero nel tentativo di ottenere il risultante prestigio. “In verità vi dico, nessuno al mondo è in grado di fornire più efficaci garanzie delle mie. Poiché la direzione stessa dei venti, le poche precipitazioni, l’assenza di vegetazione in grado di pregiudicare l’uso delle corde di trascinamento, rendono l’Artico un ambiente ideale per l’eroico volo di un pallone attentamente progettato.” E con più di 100.000 kronor per agevolare il proprio sogno visionario, Andrée scelse d’investirne una parte importante nella più efficiente versione immaginabile di quel tipo di veicolo, prodotta a Parigi dal leggendario Henri Lachambre, con tre strati d’ineccepibile seta cinese Pongee…
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Ucronia e cemento a Bucarest: quattro milioni di tonnellate per il domicilio di una nazione
Nelle torbide stagioni di un passato dove il sangue non scorreva come acqua, bensì lava del vulcano della sofferenza condivisa dalle moltitudini, la creatura fuoriusciva dalla veste rigida della propria strisciante fase larvale. Dissepolta di recente, del colore della primavera, la cicala che gestisce l’esercizio del potere emerse dunque con l’intento dichiarato di cambiare in meglio il mondo, il suo paese, le persone. Ma furono soltanto i giudici della prosperità, ed il popolo col sacrosanto compito di nutrirla e mantenerla in salute, a possedere le ragioni per esprimere un giudizio in materia. Quando questo essere, sinonimo dell’esercizio del potere, concluso il grido riecheggiante della sua mansione, dovette confrontarsi con le conseguenze delle proprie dispendiose decisioni. Eppur parecchi anni dopo il suo decesso, il magnifico splendore di quell’esoscheletro tutt’ora spicca sopra la corteccia del contorto albero della Storia. Non è forse magnifica visione, quell’esuvia, persino per le schiere d’imenotteri che furono costrette a venerarla? Non è una memoria di grandezza, sebbene costruita sulle schiene di coloro che dovettero lasciare indietro ogni diritto, ogni proposito d’umanità residua?
Come molte altre zone d’Europa in tempi sorprendentemente prossimi all’epoca contemporanea, anche il principale paese comunista non-sovietico dell’Est dovette fare i conti con un’approssimazione del Faraone. Già oltre un decennio e mezzo era durata, tra feroci repressioni e un culto della personalità d’inusitata ferocia, il predominio di Nicolae Ceaușescu, erede di una Rivoluzione che non aveva mai direttamente conosciuto. O almeno, non ancora. È tuttavia indubbio come la particolare convergenza di fattori storici e sociali, uniti ad una mano ferrea nell’impugnare e sventolare i magnifici colori del vessillo nazionale, avessero permesso alla sua cricca di offuscare il vero stato delle cose, nascondendo la miseria dietro alla munificenza di un paese che credeva veramente ai meriti del predominio ininterrotto. Fu a questo punto una comune conseguenza dello spirito comune, la reazione indotta da Colui che Aveva il Compito nell’ora più terribile vissuta dalla capitale: quando il 4 marzo del 1977, non troppo lontano dalla città di Bucarest ebbe luogo un grave terremoto della magnitudine di 7,5, destinato ad uccidere 1.578 persone e demolire o danneggiare un gran totale di 32.900 edifici. Ponendo le basi in essere, in via collaterale, per il più grande progetto di ricostruzione edilizia nella storia recente di quel paese. Un’occasione irripetibile, avrebbero detto alcuni, per fare le cose in maniera migliore. “Costruite una piramide più alta”, disse allora il Faraone. E che sia magnifica alla vista e in ogni modo, priva di difetti! Questo il nocciolo della questione per la costruzione del nuovo centro cittadino, dominato dall’alta collina di Dealul Spirii, in passato un luogo di venerazione e il sito dell’arsenale. Che fosse in quel fatidico momento, il punto di partenza per un nuovo simbolo di riconoscimento nonché utile ad ognuno, in quanto utile a colui che aveva dato l’ordine di farlo in quel particolare modo. Il potere assoluto, dopo tutto, non è un cuscino…
Eroi e vittime nel labirinto sotterraneo: la catartica ossessione americana per la Mammoth Cave
Cantami, o Diva, dell’orso peloso. Il fugace inseguimento che le genti dei pionieri addusse, in tempi antecedenti, alla terra dell’Orco. E lì le loro salme abbandonò, in cerca di fortuna. Tra l’alte stalagmiti e l’inquietante oscurità del Mondo. Chi fosse quel plantigrado ferito, la narrazione non ricorda. Ed anche in merito al suo cacciatore, sussiste vagamente il dubbio. Giacché il protagonista popolare del racconto, tale John Decatur “Johnny Dick” Houchin, in quel remoto 1797 non poteva ancora usare con perizia nessun tipo di fucile. Avendo 10 anni appena. E fu in effetti assai probabilmente suo fratello Francis, nel Kentucky dei primi anni dell’Indipendenza, a ritrovarsi d’improvviso presso l’orlo di un pendio, presso l’argine scosceso del Green River, dove in mezzo agli alberi e le tracce insanguinate si profilava un’imponente oscurità. Quella di un’apertura, lo spazio di un portale, null’altro che l’ingresso di un profondo dedalo di gallerie. Se la pelle di quell’animale venne dunque prelevata e poi venduta, non ne abbiamo resoconti. Così come del comportamento che l’originale scopritore tenne in quel frangente, destinato a dare origine ad anelli duraturi nelle alterne situazioni della storia statunitense. Laddove le cose iniziano a farsi più chiare, con l’arrivo del 1797 e l’avvenuta concessione da parte delle autorità di un atto di proprietà e sfruttamento del terreno circostante, a vantaggio dell’imprenditore Valentine Simon. Che se ne liberò a sua volta, con notevole profitto, tramite una vendita a nome di Charles Wilkins e un investitore di Philadelphia di nome Hyman Gratz. Ciò che questi avevano notato in quell’ambiente sotterraneo, con prescienza quasi sovrannaturale, fu l’opportunità destinata a palesarsi di lì a una decade. Quando con lo scoppio della guerra del 1812, ed il conseguente embargo del presidente Jefferson in merito ai commerci internazionali, la macchina bellica statunitense si sarebbe ritrovata priva del nitrato di potassio o salnitro, sostanza necessaria per la creazione dell’allora fondamentale polvere nera. Lo stesso elemento presente in quantità notevole, sulle pareti umide del dedalo formato dall’azione carsica presso l’incontro tra un sostrato di arenaria e pietra calcarea, che di lì a poco avrebbe cominciato ad essere chiamato popolarmente come la Mammoth Cave. Con riferimento non tanto all’estinto pachiderma, quanto all’estendersi apparentemente senza fine di tali vaste gallerie, che in effetti sulla base della mappatura odierna superano abbondantemente i 680 Km di estensione totale. Un mondo straordinario di contorti tunnel, magnifiche sculture organiche e vasti ambienti simili a dimenticate cattedrali… Elementi parimenti responsabili di ciò che avrebbe posto le basi per la successiva fase di questa vicenda. Quando col concludersi delle ostilità, ed il crollo conseguente del prezzo del salnitro, i fratelli Gratz misero nuovamente in vendita l’atto di proprietà, per acquisirlo si fece avanti il facoltoso Franklin Gorin, appassionato di speleologia con un progetto in molti sensi rivoluzionario: trasformare il sottosuolo in un’attrazione turistica. Il valico stupefacente, per chiunque avesse voglia di varcarlo, verso un’esperienza memorabile e del tutto spropositata…
Gli eroi romantizzati sul Kyffhäuser, immenso monumento creato dalle ossa del castello sulla montagna
Cos’è la percezione umana della Storia, se non un susseguirsi di fatti acclarati e inconfutabili leggende, puramente iscritte nei ricordi e la memoria della collettività capace di formare la più pura anima di una nazione? Nel 1188, durante una riunione dei suoi cortigiani e cavalieri a Magonza, il grande Re d’Italia e Imperatore dei Romani Federico Barbarossa proclamò la sua intenzione di partecipare alla Terza Crociata, partendo per un viaggio finalizzato alla riconquista di Gerusalemme. Raggiunta la Cilicia col suo esercito, rimase però vittima di un incidente durante il guado del fiume Calicadno, nei pressi della Seleucia. Annegato in terra straniera, non avrebbe fatto più ritorno. O almeno questo è ciò che narrano le cronache ufficiali: diffusa è infatti l’idea, tra i cultori del potente leggendario interconnesso all’esistenza del primo Reich, che il suo spirito immortale avesse galoppato sopra mari e monti raggiungendo nuovamente la Germania. Per poi recarsi a riposare, quietamente, sotto le molte tonnellate della roccia di una montagna in Turingia. Dando inizio a quella lunga attesa, al termine di cui avrebbe avuto finalmente la ragione e il modo di svegliarsi. Per dare al proprio popolo l’opportunità di ritornare ai fasti di un tempo. Un’idea cruciale nel nazionalismo prussiano della seconda metà del XIX secolo, che accompagnò e fu forza positiva per le plurime campagne militari del sovrano Guglielmo I, il quale assieme al suo famoso cancelliere Otto von Bismarck, fu la figura cardine per la dissoluzione tra i confini dei paesi, ricaduti sotto l’egida individuale dei singoli elettori, al termine in un’epoca corrispondente all’inizio del Rinascimento europeo. Per poi condurre le compatte truppe di quella Germania rediviva fino alle importanti vittorie contro l’acerrimo nemico francese, assediando la stessa Parigi mentre celebrava il suo trionfo con un’incoronazione imperiale nelle auguste sale di Versailles. Invero, dovette sembrare ai suoi soldati che il supremo spirito di Barbarossa fosse in qualche modo intervenuto, per guidare la sua mano e illuminare il sentiero di un così augusto destino. Allorché negli anni successivi del suo regno, venne percepita la necessità di rendere quel parallelo esplicito, attraverso la celebrazione della fondamentale figura di quel grande sovrano. L’idea di farlo in modo contestuale ad una delle località geografiche più strettamente interconnesse al mito del suo insigne predecessore nacque dunque e prese piede attorno al 1890, soltanto un paio di estati dopo la morte di Guglielmo I per ragioni di salute all’età di 91 anni. Su iniziativa e con una raccolta fondi messa in moto dalla Kriegervereine, l’associazione dei veterani che avevano partecipato ai severi conflitti della guerra franco-prussiana, fortemente intenzionati a celebrare la continuità e il futuro prospettato per quell’occasione straordinaria di unità e collaborazione nazionale. Caso vuole infatti che sopra il monte eponimo della catena Kyffhäuser, in prossimità della cittadina di Bad Frankenhausen, sorgessero i vetusti resti di una rocca difensiva costruita all’epoca degli Hohenstaufen. Il perfetto punto di partenza per costruirvi attorno qualcosa di strutturalmente solido, immenso ed oggettivamente magnetico per lo sguardo di chiunque percorresse quelle valli fertili nel cuore stesso della Teutonia…



