Dal suo plinto di arenaria rossa egli si erge, affranto eppur capace di far echeggiare la sua voce roboante nella valle del Savoureuse, unico tragitto tra il massiccio del Jura al confine con la Svizzera ed i Vosgi, monti che si estendono fino alla regione del Bruche. Sentiero strategico fin dall’epoca del Medioevo, quando le potenze politiche d’Europa cominciarono a condurre un tipo di battaglie indotte dal bisogno di cambiare i termini di mappe condivise dalle oggettive schiere dei geografi del tempo. Sotto alla sua zampa anteriore destra la freccia spezzata di un nemico. La cui punta, volta a oriente, lascia intendere il soggetto di una tale acredine, così potentemente espressa. “Che la Forza (di questo leone) sia con voi, francesi!” esclama la sua audace antonomasia, per il massimo vantaggio di una collettività sconfitta già da tempo sulla carta dell’imprescindibile armistizio. Che tuttavia non riuscì a piegare il soggiacente piglio dei difensori, allora come adesso, nel mondo fisico come lo spazio delle narrazioni popolari contemporanee. Allorché Guerre Stellari rappresenta, come ben sappiamo, il titolo precisamente riferito ad una delle serie immaginifiche più popolari dell’ultimo mezzo secolo, in cui personaggi variegati spendono le proprie forze al ricerca di un valore universale che potremmo facilmente riferire agli ideali professati a gran voce dai capi della Révolution del 1789: libertà, uguaglianza e solidarietà reciproca, coadiuvati dalla forza d’animo che serve a soverchiare in un conflitto i propri oppositori sul sentiero della Storia. Ciò che molto spesso noi tendiamo a tralasciare, d’altro canto, è il mondo in cui la stessa natura degli assedi nell’Europa dell’epoca Moderna avrebbe potuto trovarsi descritta con la stessa tipica espressione. Di una serie di città e fortini la cui dislocazione prevedeva, come singola nozione principale, una pianta dislocata in cinque punte simmetricamente radiali. Altresì detto, in modo maggiormente descrittivo, il pentagono stellato delle fortificazioni coeve. Emblema non così palese nell’epoca prima del volo, entro cui il nemico avvicinatosi si ritrovava intrappolato come fosse un labirinto, mentre l’artiglieria difensiva lo colpiva da quasi ogni lato allo stesso tempo. Ed a poco poteva servire, in quegli anni fatidici di cambiamento, persino la precisa scienza dell’assedio “alla moderna” come in modo tanto fatidico ebbero ancora una volta modo di scoprire i comandanti prussiani August von Werder ed Udo von Tresckow, sul finire dell’anno 1870. Figure incaricate di accerchiare, quindi conquistare per la gloria di un nascente Impero, l’invincibile barriera di Belfort, città murata con le più avanzate soluzioni difensive, a partire dalle controguardie della cittadella medievale e fino agli ultimi interventi del celebre ingegnere al servizio del Re Sole, Sébastien Le Prestre de Vauban. Il quale deviò il corso del fiume, costruì caserme lungo le cortine, regolarizzò il tessuto urbano con una maglia ortogonale di dimensioni uniformi, a suo dire in grado di resistere a qualsiasi assalto immaginabile mediante i mezzi bellici di sua effettiva conoscenza. Auspicio pienamente dimostrabile per gli oltre due secoli a venire, così come chiarito dai 73 atroci giorni di bombardamenti, la fame e le privazioni di quel capitolo finale della guerra franco-prussiana. In cui tante fiere vite di orgogliosi giovani vennero impiegate, per far guadagnare il merito delle armi a una bandiera. Da portare via fuligginosa, lasciando scie di sangue, oltre l’inizio di un sentiero di rinascita ulteriore. Poiché da cose orribili possono venire singole scintille degne di essere commemorate. Ed opere d’arte senza tempo, iscritte a lettere di fuoco nelle antologie del mondo…
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Il patrimonio urbano di Sewell, utopia di scale in bilico sul pendio cileno
Seguendo la tortuosa ferrovia che fuoriesce dai confini dell’Atacama, non c’è uno stacco né particolare divisione per dividere il deserto pianeggiante dall’inizio dei rilievi collinari, dall’asperità crescente, in grado di costituire le radici della cordigliera andina. Ed è proprio qui, con difficoltà tecniche e logistiche progressivamente maggiori, che il visitatore si ritrova indotto a elaborare la complessità inerente del percorso, l’investimento di risorse occorso e conseguentemente, l’elevata determinazione di coloro che, attraverso le decadi del secolo scorso, proseguirono il tragitto fino alla sua più alta, e irraggiungibile destinazione finale. Proprio qui, a quella che costituisce ad oggi un’ora di distanza dalla capitale, e soprattutto quei 2.000 metri d’altitudine nella provincia di Cachapoal, sufficienti a rendere il tragitto un’avventura lunga due o tre generazioni, fino all’introduzione dei sistemi infrastrutturali del mondo corrente. Attraverso l’estendersi di un’epoca iniziata, in modo singolare, con l’accordo a titolo dell’ingegnere minerale statunitense William Braden, capo della Braden Copper, compagnia che proprio in questo sito individuò nel 1905 un giacimento del prezioso rame, metallo in grado di costituire via d’accesso verso la prosperità ancora oggi, fin dall’epoca del Mondo Antico. La dove trasferte quotidiane erano impossibili, e trascorrere l’intero ciclo stagionale assai pericoloso, per il clima, l’approvvigionamento, le valanghe. Fino all’elaborazione, di concerto col governo del presidente Errázuriz, di un accordo molto usato in territorio sudamericano durante quegli anni: la costruzione di un perfetto esempio di quella che viene comunemente definita una company town, il cui nome sarebbe stato Sewell, dal nome del fondatore della compagnia pagante, l’industriale ottocentesco Barton Sewell. Insediamento abitativo strettamente interconnesso alla sua azienda, o in questo caso alla tentacolare miniera di El Teniente, dove i membri della classe dirigente avrebbero potuto convivere a stretto contatto coi loro sottoposti. Controllando strettamente fino all’ultimo dettaglio della filiera. Vivendo in un contesto che avrebbe in qualche modo “elevato” la bistrattata classe dei lavoratori cileni, dotandoli di abitazioni e servizi moderni, tra cui un ospedale, la scuola, negozi con ogni sorta di cibo ed oggetti desiderabili, nonché luoghi d’intrattenimento quali un cinema, la piscina riscaldata e la pista da bowling. Previa accettazione di una serie di semplicissime, benché infrangibili nozioni comportamentali. Prima tra tutte: essere produttivi. È sorprendente quale grado di miseria e sofferenza avrebbe avuto modo di emergere, da questa semplice nozione procedurale…
In bilico tra Europa ed Asia, l’antico centro dei commerci costruito nel cuore di una palude
Sul finire del III secolo a.C, all’apice dell’Ellenismo e il suo sistema ormai perfezionato d’interconnessione culturale e commerciale tra i popoli, le istituzioni di maggior prestigio erano quelle che riuscivano a coniugare la stabilità politica con forza militare e al tempo stesso, un potere economico realmente degno di questo nome. Luoghi simili ad Alessandria d’Egitto con la dinastia dei Tolomei, polo di redistribuzione del grano e gli altri prodotti del Nordafrica, o Atene come culla di una civiltà fondata su filosofia, introspezione intellettuale e osservazione delle fenomenologie del mondo. Nell’antica Persia, con la fondazione della dinastia Arsacide, le tribù nomadi dei Parni già completavano la propria rivolta contro i seleucidi, ponendo in essere la nazione destinata a diventare un grande impero. Mentre i sistemi di collegamento tra le distanti capitali d’India e Cina, ciascuna sotto l’egida d’influenti sovrani, già in parte anticipavano il tragitto destinato a diventare un giorno la Via della Seta. Sembrerà perciò piuttosto sorprendente immaginare che uno degli insediamenti logisticamente più cruciali di una simile costellazione di entità sia non solo fuori dalle strade più battute, bensì per lungo tempo trascurato nelle cronache del Mondo Antico, sebbene furono parecchi i nomi insigni a menzionarlo in epoca coéva ed immediatamente successiva, in qualità di snodo di assoluta rilevanza e città stato in grado di difendere i propri interessi dai propri vicini. Con un primo riferimento, in ordine di tempo, al grammatico e pedagogo di Mileto, Alessandro Poliistore che venendo catturato dai Romani nel corso delle guerre mitridatiche (I sec. a.C.) scrisse in un trattato di geografia: “Allo sbocco del fiume presso il lago di Maeotis, si trova situata la città Ellenica di Tanais, anche nota come Emporion”. Appellativi rispettivamente riferiti, in base alla toponomastica contemporanea, al grande fiume della Russia sud-occidentale Don ed il suo estuario nella baia separata del Mar Nero, tramite lo stretto di Kerč, che prende il nome di Mare d’Azov. In un luogo territorialmente distinto dai centri del potere sino a qui citati, probabilmente fondato dai re del Bosforo Cimmerio come colonia di Panticapaeum, il cui ambito riusciva ad essere caratterizzato da tratti non propriamente desiderabili: circondato da una terra infida di paludi e piane alluvionali, sabbie mobili, sentieri incerti, frequenti inondazioni. Che un luogo simile potesse aver raggiunto, già in quest’epoca, un sistema di organizzazione socio-politico complesso ed una reale prosperità delle istituzioni, potendo anche beneficiare di sistemi difensivi stabili nonché un esercito professionale, lascia intendere un livello di coscienza pubblica e maturità urbana decisamente superiore alla media del periodo rilevante. Così come testimoniato dai limitati frammenti di storiografia e letteratura che permisero, attraverso una lunga e difficile ricerca, di localizzare finalmente il sito ormai praticamente leggendario verso l’inizio del XIX secolo…
Chi batte la corteccia dei sovrani nel paese dove gli alberi giungono ad incorporare il senso della memoria
Fu un momento storico per la piccola nazione insulare di Tonga, situata nel bel mezzo del Pacifico Meridionale sulla linea ideale tra le Hawaii e la Nuova Zelanda, quando il 19 dicembre del 1953 la regina Elisabetta II d’Inghilterra, meno di un’anno dopo la sua incoronazione in pompa magna, giunse per visitare un territorio che dall’ultimo passaggio del capitano ed esploratore James Cook, nel 1777, aveva formalmente fatto parte dei territori d’oltremare del Regno Unito. Occasione per vedere nuovamente la sovrana locale Sālote Tupou III, rimasta celebre nel mondo quando nel corso della sopracitata cerimonia fece aprire il tetto della sua carrozza durante la pioggia, per bagnarsi in modo solidale con la propria omologa dell’emisfero settentrionale. Fu allora che, una volta messo piede a terra dall’idrovolante proveniente dall’arcipelago delle Fiji, le due sovrane s’incontrarono al cospetto della corte, le guardie di palazzo ed un nutrito gruppo di donne locali abbigliate col tradizionale abito ta’ovala. Le quali col contegno e l’economia dei gesti di un vero e proprio picchetto d’onore, tenevano sollevato ai bordi e in posizione un vasto telo simile a una stoffa della larghezza di 4,5 metri e una lunghezza di 30. Ciò affinché allo sventolare dei reciproci vessilli, esse potessero impiegarla a guisa di una formidabile scacchiera. Avviandosi verso gli onori ed il banchetto allestito nel palazzo reale a Nukuʻalofa, ma non prima di essersi di aver messo i piedi tra i riquadri raffiguranti schemi geometrici, soggetti figurativi come uccelli, alberi e animali nonché diversi esempi degli stemmi delle rispettive casate. Questo il compito, d’altronde, dello ‘Ngatu launima, creazione venerabile frutto di un lunga tradizione dei popoli, in genere associato al concetto di una fibra tessile benché abbia tutt’altro tipo di origine. E una storia strettamente interconnessa alle pregresse migrazioni a bordo delle agili canoe della Preistoria.
Tutto ebbe inizio a tal proposito con un particolare arbusto, il Broussonetia papyrifera o gelso da carta, il cui areale endemico è stato lungamente determinato appartenere in via esclusiva all’ecozona della Cina meridionale. Il che ha lungamente supportato l’ipotesi plausibile di un pregresso intervento umano, considerata la sua ampia diffusione tra la Nuova Guinea e il triangolo di terre emerse (Hawaiʻi, Nuova Zelanda, Rapa Nui) pur vigendo condizioni climatiche avverse alla riproduzione naturale, richiedendo un intervento pressoché costante per il prelievo e la piantumazione di talee. In una linea temporale ininterrotta che agisce a supporto non soltanto dell’ipotesi più a lungo paventata di un’origine taiwanese per almeno parte della diaspora polinesiana, ma evidenzia soprattutto l’importanza rivestita da tale coltivazione per l’identità collettiva delle genti protagoniste di quell’antica espansione. Giunta fino ai giorni nostri, diversamente da altre originali usanze condivise, proprio per la sua scalabilità, l’importanza economica ed il primario ruolo avuto in termini spirituali per il senso del sacro geograficamente adiacente. È tra diverse iterazioni non del tutto identiche, dunque, che si colloca la manifattura specificamente tongana dello ‘ngatu, la corteccia battuta che nelle Fiji è detta masi, a Samoa siapo e in territorio inglese prende il nome meramente descrittivo di barkcloth. Realizzata mediante un processo fatto risalire dagli archeologi all’interno dell’area asiatica della regione del Guangxi ed otto millenni a questa parte, tramite il ritrovamento di specifici martelli a doppia spalla non così dissimili da quelli ancora oggi utilizzati nel territorio tongano…



