L’idea di costruire un quartiere di abitazioni di pregio sulle alture a nord-ovest di Città del Messico, un po’ come avvenuto sulle colline di Santa Monica della statunitense Los Angeles, si scontrò all’inizio degli anni Duemila con una severa verità del territorio: la mancanza non soltanto di terrazzamenti facilmente utilizzabili, tra pendii scoscesi e ricoperti di vegetazione, ma anche un’importante quantità di crepacci e burroni, tali da costituire ostacoli difficilmente superabili per installazioni costituite in base ai crismi dell’architettura convenzionale. Forse anche per questo, il fraccionador (sviluppatore immobiliare) di competenza scelse di coinvolgere lo studio locale Arquitectura Orgánica, fondato come veicolo per la particolare visione e metodologia progettuale rese celebri dal modernista Javier Senosiain, per certi versi considerato un continuatore diretto della scuola di Frank Lloyd Wright. Ma che alcuni preferiscono paragonare ad Antoni Gaudì, per il suo espressionismo anticonformista, l’uso di materiali atipici e la natura fantasiosa delle soluzioni impiegate. In questo caso destinate a palesarsi, come fatto parzialmente in precedenza, tramite l’antidoto situazionale al predominante concetto di “casa scatola” che comunque non avrebbe mai potuto funzionare, per ragioni logistiche e mancanza di spazio, entro gli specifici confini del quartiere Naucalpan. Ecco dunque palesarsi gradualmente, negli anni tra il 2007 e 2009, una serie di edifici curvilinei e parzialmente sotterranei, interconnessi da giardini non meno sinuosi ed un ponte ad arco con finestre panoramiche su entrambi i lati, oltre il ripido pendio adiacente. Al termine di un iter culminante con l’osservazione olistica di quanto costruito da un punto di vantaggio soprastante, che portò lo stesso Senosiain ad esclamare, parafrasando: “Ah, però. Sembra proprio… Un serpente!” Da cui ebbe inizio il passo di una somiglianza ancor più intenzionale e concepita entro i ben più minimi dettagli.
C’è un sottile spazio divisorio che si trova tra il surrealismo e l’architettura biomimetica, dove ha lungamente dato il proprio contributo l’influente autore, classe 1948, già recante la sua firma su creazioni nello stesso ferrocemento di Lambot, Monier e Pier Luigi Nervi, come la Casa Organica con la forma di un arachide, quella della Ballena distesa su di un fianco, el Tiburón (lo Squalo) dove egli stesso ha vissuto per lungo tempo, nonché il celebrato Nautilus, conchiglia dalle dimensioni di una generosa bifamiliare a due piani. Progetti variopinti, fantasiosi, fanciulleschi ma mai infantili, per le forbite citazioni e ispirazioni incorporate a partire dall’arte tradizionale del suo paese. Così come nacque, in quel fatidico momento, l’associazione pratica tra il già serpentiforme Nido de Quetzalcóatl e l’effettiva forma pratica dell’eponima divinità azteca. Tramite l’inclusione, nei punti prominenti del complesso da 5.000 mq di stilizzate e appariscenti teste di rettile, mentre la livrea degli edifici si arricchiva di tonalità mimetiche capaci di richiamare l’idea di una pelle scagliosa. Trasformando, con questa singolare serie d’accorgimenti, l’interezza del paesaggio nello scorcio di una vera e propria opera d’arte…
complessi
La rara eredità del pesce iberico che può sovrascrivere le regole del suo stesso genoma
La ruota del destino gira e inesorabile determina la strada da intraprendere per il consorzio biologico delle specie esistenti. Soltanto in linea di principio, d’altra parte, può sussistere mobilità tra le casistiche distinte, metodi impiegati al fine di trovare una prosecuzione della sempiterna progressione generazionale. Genitori che propagano gameti, che incontrano la propria controparte, per dare luogo alla reazione delle cellule capaci di dividersi e replicare se stesse. In base ad un copione, s’intende, iscritto nella pietra stessa del Creato; due genomi occorrono per dare vita a un vertebrato, giacché l’aploidia (lo stato che caratterizza l’ovulo prima di venire fecondato) se mantenuta per tutta la vita è un vicolo cieco evolutivo che conduce a debolezza, vulnerabilità alle malattie, mutazioni controproducenti. Ragion per cui creature ibride create dall’unione di specie distinte, vista la loro incapacità di trasmettere i fenotipi di entrambi i genitori, sono comunemente sterili in natura. Eppur nel campo della vita in quanto tale, manifestazione di una pletora di eccezionali convergenze, esiste pure il caso di una pseudo-specie per cui l’usanza tipica semplicemente non esiste. Ed ogni combinazione immaginabile può riuscire a risultare valida per propagare una linea di sangue. Che sia chiamata scientificamente Squalius alburnoides, come nella nomenclatura binomiale inaugurata da Linneo, è in se stesso un fattore fortemente indicativo. Giacché il calandino iberico della lunghezza media di 15-20 cm, più volgarmente detto squaglio per analogia esteriore con il cavadino italico (Squalius squalus) si presenta agli occhi umani come un’omogeneo tipo di ciprinidi capaci di diffondersi all’interno di un ecosistema, propagarsi e prosperare senza alcun problema nel contesto dei fiumi e laghi spagnoli o portoghesi, mangiando larve d’insetto e piccoli crostacei a profusione. Benché costui incorpori in se stesso i due genomi contrapposti del coabitante Squalius pyrenaicus ed allo stesso tempo, un’altra specie simile ignota ed estinta da tempo. Il che vuol dire che le femmine, quando producono le proprie uova, possono trasmettervi soltanto la metà del proprio patrimonio, dando inizio ad un processo simile alla clonazione di se stessa, ma impossibile da portare a termine senza l’impiego di un piccolo aiuto “esterno”. Intervento spesso fornito dal gamete maschile di un altro ciprinide per sua natura compatibile, come S. pyrenaicus, S. carolitertii, S. aradensis o S. torgalensis. Il che non toglie che i maschi del calandino possano comunque riprodursi a loro volta, nel sussistere di condizioni tutt’altro che rare. Poiché quello che costituisce l’eccezione nell’intero ambito della vita su questo pianeta, nel caso di queste creature rientra nella più semplice normalità del quotidiano: il possesso plurimo di multipli codici genetici allo stesso tempo. Capaci di ricombinarsi, in base a regole non scritte, in una quantità notevole di processi alternativi…
Il dedalo della sghimbescia Moreton, cittadella sotto un solo tetto ai margini della vecchia torbiera
Uno dei più drammatici momenti di transizione sul finire del periodo medievale inglese fu la dissoluzione di monasteri, sistematica serie di processi e conseguenti provvedimenti legali di confisca messa in moto per volere del sovrano Enrico VIII per il tramite del suo primo ministro, il laico Thomas Cromwell. Era l’estate del 1534 quando, con l’approvazione del parlamento, quest’ultimo iniziò a visitare le sacre istituzioni abitate da monaci e suore, con il fine segreto d’inventariare le loro ricchezze terrene. Affinché l’anno successivo, attraverso accuse ad ampio spettro di crimini come stregoneria, corruzione e sodomia, lo stato potesse provvedere a sequestrarli. Ciò senza riuscire ad ottenere la quantità d’introiti originariamente prospettati dal sovrano, il che non tolse, ad ogni modo, la creazione di un vuoto economico e nell’amministrazione delle terre, da cui alcuni riuscirono a fare la propria fortuna. Tra questi, si ritiene, la famiglia Moreton, proprietaria di una vasta tenuta agricola a sud-ovest di Congleton nel Cheshire, già cresciuta in modo esponenziale nei due secoli antecedenti, a seguito della ridistribuzione dei terreni per le conseguenze della peste nera. Operando a partire da una semi-sconosciuta dimora fortificata, circondata da un fossato accessibile soltanto tramite l’impiego di un ponte di pietra, da cui per l’appunto il nome di mor (palude) e ton (cittadella). Il cui aspetto è ad oggi meramente immaginabile, causa l’estensivo progetto di rinnovamento ed ampliamento portato avanti da tre generazioni della famiglia nel corso dell’epoca dei Tudor, a partire dal suo capo William attorno al 1480 aveva già iniziato a costruire l’estensiva magione destinata a rendere, più di ogni altra cosa, il nome della propria discendenza incancellabile dai libri della storia architettonica d’Inghilterra. Sua l’idea dunque, analogamente a quanto fatto da molti altri membri dell’ascendenza della nuova gentry, classe media non composta da nobili o depositari di particolari privilegi, a parte quelli economici, di costruire sul terreno della vecchia casa una great hall, il tipo di ambiente comunitario normalmente utilizzato per eventi formali e ricevimenti nei castelli dei signori feudali. Privo d’altro canto in questo caso di funzioni difensive inerenti, essendo le vigenti mura edificate tramite la tecnica del rinforzo ligneo a graticcio, il che avrebbe donato all’edificio centrale e successiva ala est il caratterizzante cromatismo chiaroscuro, capace di spiccare come un elegante gemma nel paesaggio della brughiera. Struttura con la pianta simile ad una lettera H in questa prima fase, la magione aveva tuttavia il destino di crescere ancora, quando l’erede William Moreton II, succeduto all’amministrazione del patrimonio familiare dopo il decesso del padre nel 1526, decise di aggiungere un secondo piano, estenderne le progressioni adiacenti con cortili, gallerie e magazzini, nonché aggiungere ampie sale panoramiche con vetri piombati all’indirizzo degli antistanti giardini. Famosa l’iscrizione aggiunta sotto i timpani della finestra principale della grande sala, che recita: “Dio è Tutto in Tutte le Cose. Questo splendido lavoro fu portato a termine da William Moreton nell’Anno del Signore 1559”. Fu dunque il figlio di quest’ultimo, il cui nome era John, a continuare dal 1563 l’estensivo progetto multi-generazionale, con l’aggiunta di un’ala sud ed una spettacolare galleria situata al terzo piano, adibita alla pratica di eventi sociali come giochi, attività fisica e la pratica delle arti civili. Idea, quest’ultima, destinata ad avere un effetto non propriamente benefico per la solidità della struttura. Giacché la pianta stretta dell’ambiente, non appoggiato in modo diretto su alcuna parete strutturale, avrebbe indebolito la struttura già posticcia del tentacolare complesso, già situato sopra un suolo non propriamente né eccessivamente compatto. Così che la grande casa, gradualmente, cominciò a piegarsi sopra il proprio stesso, enorme peso…
Cento statue in mezzo ai petali della pagoda, che sovrasta come un ananas il vecchio tempio di Changzhou
Cruciale nell’estetica del gusto trasversale dell’Estremo Oriente, è la commistione sincretistica d’influenze provenienti da passato, presente e futuro. Quasi come se il concetto di una linea temporale fosse secondario nei confronti della percezione olistica dell’Universo, percepito tramite il poliedrico strumento della mente umana. Scalinata che conduce gradualmente lungo l’effettiva comprensione dei modelli trasversali, non soltanto quelli artistici ma il fondamento stesso di una pratica filosofia di vita. Ciò che satura e pervade le venerazioni, concepite al fine sostanziale di raggiungere la pace che deriva dalla trascendenza della mente stessa. Per questo un tempio dedicato a Buddha ed i suoi molti aspetti può riuscire a trasformarsi, ancor prima che un luogo di pace dedicato al Tutto, nel culmine del tutto sensoriale di una vera e propria esperienza. Dalla giustapposizione si raggiunge l’empatia. E da questa, se guidati nella giusta direzione, la saggezza? Giudicate un po’ voi. Mettendovi nei panni di un visitatore che, raggiunta la Cina orientale di uno dei principali centri urbani prossimi alla vecchia “capitale del Sud” Nanchino, ovvero la città portuale di Changzhou, potrebbe scorgere al di sopra dello skyline fatto d’imponenti grattacieli cubici e altri arredi parametrici dei tempi odierni, qualcosa sulla via di Yancheng che può essere paragonato molto facilmente a un ananas di 91,9 metri, o pigna che indica convintamente tra le regioni dell’azzurro cielo soprastante. In cui ogni spazio per i semi è adibita a residenza di una singola statua dorata; l’espressione pacifica e distante, gambe conserte e mani giunte, l’acconciatura che ricorda vagamente il profilo di una montagna. Resta indubbio in tali circostanze come la condivisione di nozioni possa essere la chiave della comprensione del contesto. Per cui un sinologo che abbia esperienza delle propensioni iconografiche locali, non tarderà di certo ad identificare tale oggetto con il fiore che dal fango nasce al fine di raggiungere la perfezione delle forme, il loto (gen. Nelumbo). E colei che tanto fieramente si palesa in plurima sequenza lungo il suo cilindrico schema reticolato, niente meno che la dea Guanyin/Avalokiteśvara, salvatrice dalla sofferenza, accompagnatrice di coloro che la venerano verso l’ulteriore stato della consapevolezza che conduce alla suprema pace interiore. L’entità che abbraccia questo mondo e riesce a farlo grazie ad una compassione senza limiti, così efficientemente declinata in una moltitudine di braccia, volti e manifestazioni. Una valida fonte d’ispirazione, nella persistente verità dei fatti, per ornare gli ampi spazi sacri ad ella dedicata con la moltitudine di statue in grado di rappresentarla. Laddove l’aspetto esterno non è altro che un anticipo, delle impressionanti meraviglie custodite entro le mura del rivisitato Bǎo Lín Sì (宝林寺) o Tempio della Foresta del Tesoro a Changzhou…



