Colombia dell’alchemica dimora, per il maggior pezzo di ceramica residenziale al mondo

La principale problematica delle case costruite all’interno di una caverna, per quanto attentamente progettate, è l’assenza di luce naturale. Ricche di fascino ma opprimenti in molte maniere non immediatamente palesi, proprio perché gli esseri umani sono per propria implicita natura delle creature di superficie, che amano le verdi praterie ed il flusso del vento carico di un senso di geografica collocazione contestuale. Laddove con il giusto assemblaggio di fattori, o un punto di partenza eccentrico, risulta possibile ottenere il meglio di entrambi i mondi. Ovvero in altri termini, la forza della terra imbevuta del sentor generativo delle acque, assieme al tiepido lucore delle fiamme avvolto dall’intangibile sostanza atmosferica del mondo in cui viviamo. Elementi contrapposti che collaborano, grazie al volere del demiurgo, nell’evocazione di un’immagine immediata e piena di sostanza. Un tetto, le sue mura, multiple finestre sul perimetro del velo edificato tra elementi artificiali e natura. Una casa con funzioni simili a quelle di ogni altra. Ma un aspetto che tende a distinguersi da quello di qualsiasi altra, grazie a metodi procedurali ed un contegno della personalità creativa inerente. Stiamo qui parlando di Octavio Mendoza Morales, architetto colombiano di Boyacá, e la sua creazione senza dubbio più famosa, essendo l’unica commemorata a più livelli sul piano turistico e internazionale: la Casa de Terracota in Villa de Leyva, il cui nome programmatico permette di comprendere in maniera preventiva la portata del precipuo discorso. E la domanda implicita che ne consegue: fino a che punto una creazione di tipo residenziale può riprendere in sostanza i crismi operativi di un vasaio? Che operando fuori dalle costrizioni tecniche del tornio ereditario, decide per stavolta di plasmare in modo autonomo l’estetica espressione del suo pensiero… Sovradimensionato, nel caso effettivo, fino a 500 metri quadri d’estensione ovvero quello di una villa su due piani, con tetto calpestabile ed un vasto parco che si estende attorno. Edificio le cui forme organiche ed interconnesse gli sono valse il soprannome tra i locali di “Casa dei Flintstones” per la sua somiglianza, molto probabilmente accidentale, col villino preistorico abitato dalla celebre famiglia dei cartoni animati americani. Sebbene il metodo qui utilizzato per edificarla non potrebbe essere, sostanzialmente, più diverso di così. Essendo la diretta risultanza di un quantità d’argilla estratta localmente, quindi accumulata nella forma giudicata necessaria, affinché il sole fosse in grado di plasmarla e infine cotta, una stanza alla volta, mediante l’uso interno di copiose quantità di carbon coke. Senza una struttura di metallo o alcun pilastro di cemento, distinguendosi in tal modo dai molti usi pregressi della ceramica in architettura. Non più rivestimento, di pareti o pavimenti, bensì il corpo centrale, solido e indiviso, dell’edificio stesso in quanto tale…

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L’ingegnoso paradigma delle case costruite per assecondare i mutamenti della terra dei fiumi

Ritornare con la mente agli anni del lockdown, che tanto profondamente compromisero gli abituali meccanismi nell’incedere dei nostri giorni, può evocare il ricordo di taluni atipici traguardi, collaborazioni virtuali o singoli momenti che soltanto in quel periodo avrebbero trovato la ragione, nonché il metodo di palesarsi. Progetti singoli ed irripetibili, realizzazioni artistiche o creative. E per figure di spessore nel preciso ambito del proprio ambiente, l’opportunità di mitigare, per quanto possibile, una parte degli ostacoli frapposti innanzi ai propri simili da multiple ed interminabili generazioni. Così l’architetto Marina Tabassum con sede operativa a Dacca, capitale del Bangladesh, forse motivata dai plurimi discorsi ricorrenti al volgere di questa decade sui concetti di “congiunti” e “dimora” si trovò a tornare con la mente al periodo della propria infanzia, che la vide crescere all’interno di un paese sottoposto agli sconvolgimenti civili da una parte, per la recentemente guadagnata indipendenza dallo stato indiano del Bengala, e quelli climatici, dovuti al periodo di frequenti straripamenti e conseguenti inondazioni causate dai monsoni nell’intera e vasta zona del delta del Gange. Esperienza formativa almeno in parte interconnessa, dopo l’acquisizione della fama internazionale per la sua firma della moschea di Bait Ur Rouf, alla costituzione della Fondazione per l’Equità Comunitaria ed Architettonica (F.A.C.E.) mirata ad aiutare i suoi connazionali con la significativa quantità di mancanze normative o soluzioni pratiche al problema nazionale dell’ottenimento di una soddisfacente dimora. Fu sfruttando quel periodo nella riduzione delle collaborazioni ed appalti, che Tabassum concepì quello che oggi viene considerato uno dei suoi massimi capolavori: la Khudi Bari, o in lingua locale, “Piccola Casa”. Più capanna che opera monumentale, più Ikea che Frank Gehry, più un canovaccio operativo che un preciso e replicabile progetto. Nonostante il suo destino di essere prodotto in serie e replicato, per quanto possibile, ovunque ce ne fosse bisogno. Grazie all’attenta calibrazione dei fattori in essere, concepiti come valide contromisure allo speciale e distintivo contesto dei bassopiani bengalesi. Là dove oltre 700 fiumi s’intrecciano all’interno di una rete tutt’altro che stabile, vedendo i propri corsi sovrapporsi e modificarsi annualmente, a seguito delle intense piogge tra i mesi di giugno ed ottobre. Andando a generare il fenomeno delle pianure alluvionali note come chars, forse il più fertile, nonché instabile, tra tutti gli ambienti dell’Asia Meridionale. Là dove la presenza crea il diritto, grazie a un retaggio normativo dell’epoca coloniale, e affollati villaggi tornano a venire costruiti annualmente, pur conoscendo il probabile destino di annichilimento al palesarsi della prossima, inevitabile inondazione. Il che avrebbe dato ispirazione al quesito fondamentale ai margini della proposta rivoluzionaria: e se tali genti disagiate dal preciso corso degli eventi, piuttosto che soccombere, avessero iniziato a prendere e spostare l’intero assemblaggio delle proprie abitazioni comunitarie?

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La dedalea casa interdimensionale situata nella città simbolo dell’elettronica cinese

In base all’ancestrale disciplina del Feng Shui (“Vento ed Acqua”) l’equilibrio geomantico tra gli elementi può costituire un fattore da tenere in alta considerazione quando si costruisce un edificio, per poter allontanare l’accumulo di energia negativa, attirare la buona sorta e tenere lontani gli spiriti avversi del regno sovrannaturale. Ancora oggi utilizzata nella costruzione di palazzi di ogni foggia e dimensione, essa è una delle ragioni per cui l’architettura asiatica tende ad essere precisa e rigorosa, straordinariamente razionale nell’applicazione delle proporzioni predominanti. Perciò colpisce come una cultura che tanto profondamente comprende la matematica applicata all’utilizzo degli spazi umani, possa scegliere di superare i suoi modelli in modo pressoché totale, fino ad un sovvertimento dei vigenti presupposti in grado di raggiungere l’estremità finale. Ne persiste, in tal senso, uno svettante esempio all’interno del principale nucleo urbano che collega l’isola di Hong Kong alla terraferma: il futuribile, policromo scenario di Shenzen. Città nella città, o per meglio dire una sfaccettatura particolarmente rinomata della principale megalopoli della Cina meridionale e del mondo, dove ogni metro cubico è precisa risultanza di un progetto assai specifico di pianificazione attenta o misurata. Osserva dunque, viaggiatore virtuale, la sagoma del tutto inconfondibile della Longgang Guailou (龙岗怪楼) o “Casa Strana di Longgang” massiccio edificio alto l’equivalente di 9 piani più 2 interrati e terrazza per un totale di 600 metri quadrati, dall’aspetto vagamente brutalista per la propria facciata cementizia ed una forma irregolare con multiple sovrastrutture a sbalzo. Almeno, nella misura in cui possa essere evocata l’aderenza ad una qualsivoglia scuola architettonica esistente, per ciò che appare stranamente privo di finestre per la maggior parte del proprio involucro esterno, non fosse per la presenza di una serie di sottili fessure del tutto simili a feritoie di epoca medievale. Laddove l’intera creazione, nei fatti, possiede un vago aspetto impenetrabile, giungendo a ricordare vagamente i famosi bunker verticali delle otto Flaktürme (Torri Antiaree) costruite in Germania durante la seconda guerra mondiale. Se non che nulla, in questa insolita presenza, rientri nello sforzo sanzionato di un progetto tecnico e precisamente definito. Esattamente come avviene, qui ed altrove nel vasto Regno di Mezzo, all’interno dei problematici chéngzhōngcūn (城中村) o “villaggi urbani”, spazi abitativi auto-gestiti fuori da ogni norma o piano regolatore, dove le strade diventano talmente strette che la luce riesce a illuminarle soltanto per un’ora o due ogni giorno. Eppure, nonostante questo, riecheggianti del vociò diffuso di multiple generazioni della brulicante e collettivamente inseparabile umanità. Non il sibilo del vento o quella voce indefinibile, di spettri rari nati dalle circostanze eternamente prive di un nome…

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Toppler Haus, la svettante casa sul pilastro che si specchia nella storia della Baviera

Il possesso di un castello all’apice del Basso Medioevo era molto più che un mero investimento immobiliare. Simbolo di status, privilegio di un signore ereditario, metodo effettivo per l’ottenimento del dominio su un preciso territorio, molto spesso come conseguenza di un accesso all’eminente condizione della nobiltà coéva. Nonostante questo sussistevano speciali condizioni, al verificarsi delle quali l’importanza di un singolo individuo poteva raggiungere la massa critica verso l’ottenimento di diritti superiori ai trascorsi dei suoi immediati predecessori. Casi come quello di Heinrich Toppler verso la metà del XIV secolo, borgomastro eletto dal concilio della liberà città imperiale (Reichsstädte) di Rothenburg ob der Tauber, oggi celebre nella cultura popolare per il proprio impiego come sfondo in una delle primissime scene dell’iconico videogioco Secret of Monkey Island. Luogo che in quel particolare periodo storico, stava attraversando uno dei suoi trascorsi di maggior prestigio, con i circa 5.500 abitanti, ed altri 14.000 negli immediati dintorni, sufficienti a renderla una delle 20 città più vaste del Sacro Romano Impero. Ciò anche grazie all’oculata amministrazione di costui, che per il tramite di nobili alleati ormai decaduti fece riacquistare mulini, borghi e villaggi per gestirli come infrastrutture centralizzate, invitando inoltre i facoltosi mercanti ebrei a tornare a vivere al sicuro tra le mura della città. Una storia di successo destinata a riecheggiare nell’intero land, tanto da indurre il duca di Baviera, possibilmente Herzog Stephan III, a nominarlo feldmaresciallo della Lega Sveva col diritto di farsi disegnare ed esporre un wappen o vessillo di famiglia. Per il quale lo stimato sindaco optò di far riferimento a un gioco di parole sul suo cognome Toppler, simile alla parola in medio-alto-tedesco significante “giocare a dadi”. Allorché un paio di topel recanti le cifre più alte di cinque e sei campeggiano al centro, sormontati da un elmo coronato da cui sporgono due braccia, recanti anch’esse un’ulteriore coppia di dadi. Il che gli permise di finalmente di portare e termine ed inaugurare un suo progetto risalente al 1388, consistente nella costruzione di una Festes Haus o dimora fortificata poco fuori il borgo, con l’intento dichiarato di proteggere la valle antistante della Tauber e le preziose risorse agricole contenute al suo interno. Il che, sfruttando la presenza di un laghetto artificiale non più esistente, avrebbe dato luogo ad una delle strutture più interessanti e successivamente imitate delle campagne medievali della Germania. L’elevato, oblungo e stranamente fiabesco Topplerschlösschen (“Piccolo Castello di Toppler”) il cui aspetto generale sembra richiamarsi a quello di una pratica dimora di campagna, doverosamente intonacata, in equilibrio sopra la torretta in bruchstein o pietra grezza di arenaria rossa franconiana, tanto drammaticamente simile all’aspetto di una possente fortezza dell’epoca delle Crociate…

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