Rotondo è il pallido coniglio delle Ande, scrutatore dell’immensità indolente

Nel testo letterario della narrazione che tipicamente viene definita il poema epico dell’Argentina, il Martín Fierro di José Hernández, l’eponimo protagonista è il gaucho che rifiuta di essere ingabbiato nella società moderna, scegliendo di fuggire nella pampa e condividere la vita e la saggezza dei nativi. Finché nella seconda parte del romanzo, ritrovandosi al cospetto di suo figlio ormai cresciuto dopo i molti anni di separazione, incontra l’essere che tanto lungamente l’ha cresciuto ed educato, trasmettendogli il suo cupo pragmatismo e spassionato cinismo delle circostanze. “Non lavorare più del necessario” Enuncia il saggio disilluso nel sermone all’indirizzo obliquo dei lettori. “E non esporti mai per gli altri. Non fidarti di chi vuole esserti amico, senza un qualche tipo di secondo fine evidente. Stai sempre dalla parte di chi comanda.” Opportunista ed anche troppo scaltro, descritto come un anziano solitario che da tempo accumula chincaglieria senza valore, el Viejo Vizcacha evoca anche un’immagine immediatamente significativa nella mente di chi abita i distretti sudamericani. Peli morbidi ed orecchie lunghe, occhi semichiusi dall’aspetto eternamente disilluso. E piccole zampette in grado, nonostante tutto, di correre ed arrampicarsi con scioltezza. Di sicuro: questo buffo personaggio rappresenta, a ben vedere, l’animale che la gente chiama viscacha o vizcacha delle rocce, distintivo roditore creato dall’evoluzione al fine di occupare una nicchia evolutiva estremamente definita. Quella dell’erbivoro che non scava buche, non cerca l’acqua, non si associa coi suoi simili, non ha particolari strategie o precisi approcci alla sopravvivenza eccetto la capacità di perdere la coda senza troppe conseguenze in caso d’emergenza, come una lucertola. Ed una propensione a vivere lontano ed in alto, mimetizzandosi per quanto possibile tra le fessure create tra le rocce per l’effetto dei millenni d’orogenesi trascorsa. Da cui sbuca, in valide occasioni, per scrutare gli uomini con il suo portamento carico di sottintesi e impliciti consigli sul tema dell’autosufficienza e l’assenza di fiducia nei confronti dei suoi vicini.
Non che Hernández avesse un’impostazione scientifica di tipo comportamentale a cui ispirarsi, sebbene il genere dei Lagidium, di cui sussistono in effetti tre specie distinte, sembri possedere un certo novero di caratteristiche in vari modi riconducibili a quel ritratto. Assediato da puma, condor e culpeo (la volpe andina) ed impossibilitato a uscire dalle proprie tane soprattutto di notte, causa il clima gelido delle altitudini da cui proviene, esso vive in un costante stato di allerta, potendo reagire al più distante segno di un pericolo incombente. Allorché proprio gli occhi, sensibili e specializzati, rappresentano il più importante ausilio di cui possa disporre al fine di estendere la durata dei propri giorni su questa Terra…

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Il dedalo della sghimbescia Moreton, cittadella sotto un solo tetto ai margini della vecchia torbiera

Uno dei più drammatici momenti di transizione sul finire del periodo medievale inglese fu la dissoluzione di monasteri, sistematica serie di processi e conseguenti provvedimenti legali di confisca messa in moto per volere del sovrano Enrico VIII per il tramite del suo primo ministro, il laico Thomas Cromwell. Era l’estate del 1534 quando, con l’approvazione del parlamento, quest’ultimo iniziò a visitare le sacre istituzioni abitate da monaci e suore, con il fine segreto d’inventariare le loro ricchezze terrene. Affinché l’anno successivo, attraverso accuse ad ampio spettro di crimini come stregoneria, corruzione e sodomia, lo stato potesse provvedere a sequestrarli. Ciò senza riuscire ad ottenere la quantità d’introiti originariamente prospettati dal sovrano, il che non tolse, ad ogni modo, la creazione di un vuoto economico e nell’amministrazione delle terre, da cui alcuni riuscirono a fare la propria fortuna. Tra questi, si ritiene, la famiglia Moreton, proprietaria di una vasta tenuta agricola a sud-ovest di Congleton nel Cheshire, già cresciuta in modo esponenziale nei due secoli antecedenti, a seguito della ridistribuzione dei terreni per le conseguenze della peste nera. Operando a partire da una semi-sconosciuta dimora fortificata, circondata da un fossato accessibile soltanto tramite l’impiego di un ponte di pietra, da cui per l’appunto il nome di mor (palude) e ton (cittadella). Il cui aspetto è ad oggi meramente immaginabile, causa l’estensivo progetto di rinnovamento ed ampliamento portato avanti da tre generazioni della famiglia nel corso dell’epoca dei Tudor, a partire dal suo capo William attorno al 1480 aveva già iniziato a costruire l’estensiva magione destinata a rendere, più di ogni altra cosa, il nome della propria discendenza incancellabile dai libri della storia architettonica d’Inghilterra. Sua l’idea dunque, analogamente a quanto fatto da molti altri membri dell’ascendenza della nuova gentry, classe media non composta da nobili o depositari di particolari privilegi, a parte quelli economici, di costruire sul terreno della vecchia casa una great hall, il tipo di ambiente comunitario normalmente utilizzato per eventi formali e ricevimenti nei castelli dei signori feudali. Privo d’altro canto in questo caso di funzioni difensive inerenti, essendo le vigenti mura edificate tramite la tecnica del rinforzo ligneo a graticcio, il che avrebbe donato all’edificio centrale e successiva ala est il caratterizzante cromatismo chiaroscuro, capace di spiccare come un elegante gemma nel paesaggio della brughiera. Struttura con la pianta simile ad una lettera H in questa prima fase, la magione aveva tuttavia il destino di crescere ancora, quando l’erede William Moreton II, succeduto all’amministrazione del patrimonio familiare dopo il decesso del padre nel 1526, decise di aggiungere un secondo piano, estenderne le progressioni adiacenti con cortili, gallerie e magazzini, nonché aggiungere ampie sale panoramiche con vetri piombati all’indirizzo degli antistanti giardini. Famosa l’iscrizione aggiunta sotto i timpani della finestra principale della grande sala, che recita: “Dio è Tutto in Tutte le Cose. Questo splendido lavoro fu portato a termine da William Moreton nell’Anno del Signore 1559”. Fu dunque il figlio di quest’ultimo, il cui nome era John, a continuare dal 1563 l’estensivo progetto multi-generazionale, con l’aggiunta di un’ala sud ed una spettacolare galleria situata al terzo piano, adibita alla pratica di eventi sociali come giochi, attività fisica e la pratica delle arti civili. Idea, quest’ultima, destinata ad avere un effetto non propriamente benefico per la solidità della struttura. Giacché la pianta stretta dell’ambiente, non appoggiato in modo diretto su alcuna parete strutturale, avrebbe indebolito la struttura già posticcia del tentacolare complesso, già situato sopra un suolo non propriamente né eccessivamente compatto. Così che la grande casa, gradualmente, cominciò a piegarsi sopra il proprio stesso, enorme peso…

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Eltz, la rocca grigia sopra il colle appartenuto ad una singola famiglia per 35 generazioni

Per secoli le tre casate dei Büffelhörnern (Corna di Bufalo) dei goldenen Löwen (Leoni d’oro) e silbernen Löwen (Leoni d’argento) si sfidarono nella costruzione del più forte, nobile e splendente castello. Ampliando progressivamente le ali della propria avita dimora, costruendo alte torri, perfette merlature, geometrie concepite per creare la perplessità tra le schiere in armi dei nemici maggiormente agguerriti. I loro cortili profondi come valli nel paesaggio, racchiusi tra edifici dall’intelaiatura rossa in grado di compenetrarsi e lasciar penetrare strali confluenti nella forma sostanziale di traslucidi ed inconoscibili fantasmi. Ciascuno dei costrutti caratterizzato da un particolare modo di cercare soluzioni, avvicendare i pratici risvolti, Romanico o Gotico, fino all’eclettismo del Rinascimento, così da mettere in rilievo un differente tipo di decorazioni in grado di massimizzare la visibilità dei propri stemmi sopra barbacani, masti e beccatelli. Ciò che forse non sarà scontato, in quanto certamente raro fuori da quel particolare ambito geografico e contesto culturale pregresso, è la maniera in cui essi convivessero cionondimeno all’interno di un singolo, tentacolare castello. Ganerbenburg: la condivisione tra i diversi rami di una discendenza. Capace di proteggere in maniera collaborativa gli stessi interessi territoriali, competenze feudali e sudditanza dei vassalli sottoposti ad un’autorità destinata a durare più di otto secoli. Quella che fu situata al culmine, almeno a partire dall’anno mille, del passaggio del fiume Moselle tra Koblenz e Trier, nella Renania-Palatinato della Germania occidentale. Un luogo di foreste e corsi d’acqua, impraticabili montagne e luoghi fuori dai sentieri più battuti, comunque utili a costituire l’invincibile scudo di un territorio strettamente interconnesso, fin dai tempi più remoti, all’esercizio del potere umano. Fin da quando successivamente alla conquista da parte dei Franchi, questa particolare zona sullo zoccolo sopraelevato venne data in amministrazione a Luigi il Pio, signore sotto l’egida di Carlo Magno, che ivi edificò un’ampia magione patronale dalle palizzate collocate strategicamente. Sarebbe occorsa tuttavia una significativa progressione degli eventi, affinché tale struttura potesse fregiarsi a pieno titolo del nome di un vero e proprio castello. Quando l’intera regione dell’Eifel, ormai da tempo controllata dal Sacro Romano Impero, rientrò formalmente in un censo dei possedimenti di Federico Barbarossa, stilato nel 1157. Ed è assolutamente incredibile pensare come, dopo tutti questi anni, l’edificio principale si sarebbe unicamente arricchito di ulteriori ali e protrusioni addizionali, senza mai vedere demolita o abbandonata alcuna delle proprie plurime, labirintiche ed immense sale…

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L’immutabile atmosfera della Loira concentrata nel capolavoro abbandonato di Ligny-le-Ribault

Quali meriti ci sono nell’arrivare primi, quali nell’essere gli ultimi di una lunga serie? Nell’aver saputo ereditare, intatta ed invariata, la preziosa tradizione di un particolare modo di fare le cose. Uno stile di vita, un modo di relazionarsi con il territorio e l’architettura. In cui la pesante mano dell’uomo, piuttosto che depositare i suoi mattoni fiducioso nella pari opera del suo vicino, edificava i propri sogni all’interno di una vastità equamente sgombra fatta l’eccezione per viali, parchi e giardini. Così come nel Medioevo succedeva a quei castelli, roccaforti solitarie ed incombenti, concepite per rendere impossibile l’avvicinamento senza dare nell’occhio. Ed ancora successivamente all’Era del Rinascimento, mantenendo un certo stile se anche privo delle originarie logiche, in un luogo ameno e al tempo stesso assai distante da quei difficili conflitti delle terre ai confini. In quel dipartimento della Loiret, a soli 100 Km da Parigi, diventato un polo delle abitazioni nobiliari, concentrate tutte in una stessa zona già molti anni prima della costruzione di Versailles. E che dopo gli anni dell’austerità, causata dalla fine dell’Ancien Régime, sarebbe ritornato tra i più ambìti ad essere del tutto privi di un piano regolatore, ovvero funzionale alla creazione di un proprio conglomerato di mura fiabesche e fantomatici torrioni. La fiaba scritta nella lingua non del tutto universale dell’architettura, figlia di un linguaggio endemico che soprattutto in Francia, allora come adesso, diventava molto più che un mero esercizio di stile. Qui giunse dunque, nell’ultimo terzo del XIX secolo, il ricco consigliere politico e poi sindaco del villaggio adiacente di Ligny-le-Ribault. Il suo nome era Georges Dupré de Saint Maur e l’idea, per niente originale, quella di costruirsi una speciale residenza derivante in via diretta dai più grandi e celebrati castelli lungo il corso della Loira, come Chenonceau, Chambord o Azay-le-Rideau. Con le stesse torri appuntite, i tetti in ardesia nera contrastanti con le pallide mura, la facciata in stile storicista dalle plurime finestre sovrapposte, coadiuvate da un maestoso colonato. Ma il tutto tradotto in una dimensione più compatta e personale, perché sostanzialmente questo doveva essere lo Château de Bon Hotel in base al progetto dei rinomati architetti parigini Clément e Louis Parent: non un luogo di rappresentanza nazionale e tanto meno istituito per l’onore di una grande casata. Bensì il punto focale del sublime desiderio di essere, ancor prima che mostrare. Un sogno abitativo conseguente dalle discendenza di ciò che è stato…

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