Silenziosamente concentrata tra la foschia, l’antilope dalle ritorte corna nota come Bushbuck (T. sylvaticus) posiziona attentamente i propri zoccoli fessi tra le preminenze ineguali del massiccio affioramento di granito. Un balzo dopo l’altro, uno scatto di seguito a una scivolata, s’inerpica in maniera laboriosa tra le fronde verdeggianti, che ricadono liberamente come doppie punte di una lunga chioma. Un vento lieve sembra incoraggiarne sforzi ed ambizione: il sogno di un quadrupede inseguito fino ai margini del proprio ambiente naturale. Dall’espansione dei campi di legname, le piantagioni e gli altri tipici interessi degli onnipresenti umani. Fino al ciglio di quel baratro invertito, incline ad attirarla verso il cielo soprastante. Presso un’isola che lungamente domina l’ampia distesa ininterrotta del miombo, maggior foresta decidua secca dell’emisfero meridionale. Creandone lo specchio di per se ideale; intonso proprio perché avulso dalle moltitudini. Un imprescindibile ed irraggiungibile Mondo Perduto, come nel romanzo del 1912 di Sir Arthur Conan Doyle.
Nessun dinosauro d’altra parte attendeva in quel distretto chi ebbe l’occasione di raggiungerlo, nel primo gruppo di persone fin dal tempo immemore nel corso della storia, quando nel 2018 lo scienziato Julian Bayliss dell’Oxford Brookes University seguì la stessa strada dell’antilope per un tratto verticale di 125 metri, assieme a un gruppo di 28 esimi colleghi, tra botanici, erpetologi, entomologi e almeno un paio di esperti scalatori per accompagnare gli altri a destinazione. Con l’intento precedentemente collaudato già nell’anno 2005, quando egli aveva portato a coronamento un progetto simile a 70 Km di distanza, presso un altro monte noto con l’appellativo di Mabu. La stessa conformazione topografica, la stessa origine geologica di un inselberg (o monadnock) rilievo fatto di una massa resistente all’erosione, in questo nuovo caso un affioramento granitico, rimasta integra nonostante la tendenza ad abbassarsi del paesaggio circostante. Una seconda isola dei cieli battezzata questa volta Lico, svettante sopra la foresta fino ai 700 metri del suo versante più elevato, per cui l’inaccessibilità e posizionamento remoto costituiscono due dei fattori principali alla sostanziale mancanza di approfondimento nei tempi odierni. Almeno fino al palesarsi di una fortunata, quanto funzionale contingenza: quella dello stesso Bayliss che avendo lungamente studiato le immagini di Google Maps del Mozambico, stila un approfondito catalogo di tutto quello che pare disallineato dalla norma precedentemente acquisita. Ivi inclusa, per l’appunto, l’emergenza di simili piattaforme senza termini di paragone apparenti, strumenti di elevato valore nello studio degli effetti del mutamento climatico. Proprio perché gli unici effettivamente privi dell’impatto antropogenico diretto, da molti secoli o millenni a questa parte, in funzione della propria particolarità evidente. Letterali fortezze irraggiungibili, presso cui ogni scoperta sembrava possibile. Sul piano stesso delle nostre cognizioni lungamente date per acquisite…
classificazione
Non più mimetizzato in una galassia di puntini, il nuovo squalo che cammina tra le secche della Nuova Guinea
Raggruppamento vasto quasi quanto il mare che abita, il superordine dei Selachimorpha cartilaginei cui comunemente viene attribuita la nomea di squali, è forse il più soggetto a una costellazione di stereotipi che non sembrerebbe avere una fine. Perennemente voraci, rapidi, instancabili, dotati di capacità straordinarie nel fiutare o individuare la propria preda. Ma soprattutto, con una metafora eccezionalmente utile nel campo narrativo, impossibilitati a sostare per più di qualche attimo in un solo posto, pena il soffocamento per l’assenza di un flusso d’acqua sufficiente all’interno delle branchie che permettono loro di respirare. Un processo noto come ventilazione forza che nei fatti condiziona l’esistenza di alcune specie più grandi, come lo squalo bianco ed il mako. Caratteristica centrale nella loro evoluzione quanto abbandonata lungo il corso delle generazioni, in modo strategicamente conveniente, dai loro cugini più piccoli, con nomi come nutrice, angelo, tappeto e pigiama. Il che non toglie che l’immagine del celebrato predatore marino, preveda quanto meno che esso resti… In mare. Non così Hemiscyllium, il genere identificato con l’apposizione epaulette, riferimento all’ornamento sulle spalle delle uniformi militari, qui rappresentato dalla grande coppia di macchie nere circolari, giusto nel punto dove il muso incontra la parte più ampia di quel corpo siluriforme. Non ci ha messo molto dunque la scienziata Christine Dudgeon, ecologa dell’università australiana della Sunshine Coast, ad identificare un esemplare del citato genere durante la sua spedizione di ricerca nelle acque basse della baia di Milne, nella punta occidentale della Papua Nuova Guinea. Sebbene ad un’analisi più approfondita, il suo senso di sorpresa non sarebbe affatto diminuito, bensì l’opposto: il pesce che teneva saldamente sotto braccio infatti, attorno alla decorazione principale, mostrava una combinazione di puntini ben diversi dall’attesa specie endemica dello Hemiscyllium michaeli o squalo del bambù leopardo. Più piccoli ed ordinatamente disposti, tra trattini regolari, come si trattasse di un messaggio scritto in codice Morse. Dal che l’idea di proseguire nelle settimane successive in una raccolta e prelievo di campioni sistematici di altri esemplari a lui conformi. E la scoperta conseguente di differenze genetiche sufficientemente rilevanti, alla classificazione di una nuova specie per la scienza, destinata a prendere il suo nome, come Hemiscyllium dudgeonae. Gioia e giubilo, nel mondo accademico! Il che non toglie che le genti indigene, da tempo, ne avessero un’approfondita conoscenza. Difficile non notare un pesce che tranquillamente può lasciarsi indietro il bagnasciuga. Aggirandosi col naso a terra alla ricerca potenziale di una traccia, dando un senso letterale al caro vecchio termine di “pesce cane”…
Anoa, il bufalo furtivo che riemerge dai primordi dell’Indo-Pacifico centrale
Dopo la formula di rito pronunciata sull’imboccatura della caverna, l’artista di Leang Tedongnge si lasciò alle spalle i membri della sua comunità impugnando saldamente il ramo e il cesto con la polvere impiegati per il suo importante lavoro. Così procedendo lungo la fila di torce, posizionate preventivamente prima di quel rito evocativo, raggiunse la camera interna dove schiere dei suoi insigni predecessori avevano tracciato i propri contributi degni di essere commemorati: soprattutto la figura familiare del babi hutan, suino di foresta, il muso appuntito e il corpo sovradimensionato simbolo di pregio ed abbondanza, ripetuto molte volte in varie forme e atteggiamenti. Ragion per cui in quel giorno fatidico, egli aveva già deciso di non essere da meno. Simili sarebbero sembrate le pregiate proporzioni del suo dipinto, mirato a celebrare un altro tipo di creatura catturata e consumata tanto spesso dal gruppo umano di Maros-Pangkep. Immersa la sua mano destra nel pigmento d’ocra, fabbricato dalle pietre d’ematite della valle, cominciò quindi con l’apposizione della propria firma elettiva, consistente nella serie plurima d’impronte a cinque dita. Prima d’iniziare, nella luce tenue, l’impressione delle corna sottili da cui avrebbe avuto il suo disegno del sapiutan, demone bovino della foresta. Scaltra ed agile creatura, nonostante l’altezza al garrese .pari al massimo ad un’ottantina di centimetri, capace di sparire tra i cespugli del fitto sottobosco del Sulawesi. Allorché l’artista, se non altro, di una cosa era sicuro: nel clima controllato e con l’assenza delle precipitazioni nella grotta, il suo tributo avrebbe attraversato intatto gli anni e le generazioni. Forse addirittura il ripetersi per 45.000 volte, di quello che i sapienti erano soliti chiamare il ciclo delle stagioni.
Così diffuso in ogni luogo di quell’isola facente parte dell’arcipelago indonesiano, gli zoccoli fessi a un alto e l’altro della linea ideale dell’Equatore, il bufalo nano appartenente al sotto-genere Anoa trova l’effettiva ed innegabile conferma di un’ininterrotta discendenza, fin da quando i primi uomini iniziarono a cacciarlo come fonte di sostentamento comunitario. Non che tal proposito fosse generalmente o particolarmente semplice, nonostante l’assenza sostanziale di predatori. Essendo le due specie rilevanti degli A. quarlesi e depressicornis, sorprendentemente abili nel mimetismo e nello spostamento rapido tra i rami bassi, grazie alla forma compatta e le corna rivolte all’indietro, onde minimizzare il rischio d’impigliarsi negli ostacoli presenti sul proprio cammino elettivo. Erbivori diurni tutt’altro che schizzinosi, capaci di nutrirsi di germogli, felci, palme, radici e frutti caduti, questo animale normalmente schivo mostra un’efficace propensione alla flessibilità stagionale, spostandosi frequentemente da una zona all’altra dell’isola in base all’effettiva disponibilità di cibo. Il che non toglie l’esistenza di una propria indole territoriale latente, che lo porta ad essere aggressivamente protettivo di quello che percepisce come spazio vitale inalienabile, particolarmente quando il soggetto è una femmina accompagnata dal suo piccolo, potenzialmente vulnerabile in natura all’attacco di coccodrilli o grossi serpenti. Non che una carica a testa bassa di quel paio di corna sottili e robuste possa costituire un rischio facile da sopravvalutare, per quanto concerne l’esperienza di un’eventuale ed ipotetica minaccia umana…
Oh, vampirico fringuello che torturi tuo fratello. Volpe astuta tra il pollame; il sangue scorre, quando hai fame
Se si osservano i trascorsi della biologia terrestre, chiaro può essere lo schema in base a cui la quantità di zampe si sviluppa in proporzione inversa all’aggressività di una creatura nel contesto del proprio ecosistema di riferimento. Guarda indietro, a quel Giurassico prima del sorgere dei continenti odierni, per comprendere la tesi del piumato tirannosauro, niente più che una gallina dalle proporzioni palaziali, che cammina dondolandosi ed abbassa per ghermire la sua testa ornata da una pletora di denti, arsenale di pugnali che feriscono i più grandi e resistenti tra gli erbivori vissuti sulla Terra. “Gli uccelli sono dinosauri” è d’altra parte uno di quegli assiomi, formalmente e scientificamente improprio, che cionondimeno può servire a porre basi di una comprensione per lo più parziale ma corretta di quei trascorsi. Laddove ciò che è molto piccolo, come sua valida prerogativa, vanta l’essenziale propensione che naturalmente elude i suoi predecessori più imponenti: l’adattabilità a variabili fattori dell’ambiente. Come l’arida e remota serie d’isole di un luogo desolato, cionondimeno tra i più variegati e biodiversi di questo mondo. Galapagos del viaggio di scoperta, della nave HMS Beagle e il suo passeggero più famoso, Darwin in persona che senza una preparazione specifica nel campo dell’ornitologia, annotò estensivamente il comportamento e la forma del becco delle nove varietà di piccoli fringuelli che si avvicendavano tra questi territori aviti. Lì trovando chiari segni di quella pressione generazionale sui fenotipi, che in un tempo successivo avrebbe costituito un valido supporto alla teoria dell’evoluzione: dal Geospiza Magnirostris, mangiatore dalla grande bocca di semi grandi e spessi. Al G. scadens il cui preciso rostro può infiltrarsi tra le spinte vegetali dell’Opuntia. Per del G. conirostris, la cui forza muscolare appare fatta per sbucciare la coriacea frutta che riesce a reperire sulle spiagge di quel sito dalla fioritura limitata. Concludendo la parziale rassegna con la citazione del G. difficilis con il becco piccolo e aguzzo, chiaro segno di abitudini entomofaghe con perfezionamento della tecnica di cattura degli insetti duranti il volo. Giacché nel 1835 non gli fu possibile arrivare a immaginare, sulla base delle nozioni disponibili per costruire il suo discorso, al baratro vertiginoso della verità. Che vede una particolare varietà di questi uccelli, collettivamente inseriti nella famiglia dei Traupidi, supplire alle carenze alimentari tramite una tecnica ben collaudata ed altrettanto crudele: il salasso sistematico delle più grandi, candide e mansuete sule del Pacifico, particolarmente quella di Nazca (S. granti) e la sua cugina dai piedi azzurri (S. nebouxii) ogni qual volta queste scelgano di sostare o costruire il proprio nido presso le due isole abitate dal torturatore tra i passeriformi, segnate sulle mappe come “Wolf” e “Darwin”. Ripetutamente ed insistentemente ferite, come fossero distributori del sanguigno e incomparabile tesoro della nutrizione tra le condannate penne…



