E affitteremo stalle per veder le stelle, negli ampi spazi dell’oscurità texana

Cala la notte. Sulle pianeggianti lande desolate, la vegetazione rada della contea di Rockwell, giù nel meridione degli Stati Uniti. Cala mentre il bubolìo del gufo in lontananza echeggia tra le valli vivide di roditori. Quando il vento cessa sulla placide distese, il passo dei coyote lieve, sussurrano i serpenti del deserto coi loro sonagli immoti. Mentre molti dormono, si sveglia la natura e il cielo innalza il proprio manto millenario. Niente. Luna. Capisci tu, oh abitante degli ambienti urbani, che cos’è l’assenza di totale abilità Visiva? Oscurità profonda e senza nome… Zero termini di paragone. Notte che si estende all’infinto, sopra il tetto dei capanni costruiti ai lati della strada silenziosa. Tranne un suono lieve, come il senso elettrico di un movimento predeterminato! Il sibilo insistente di quel meccanismo, che in maniera stolida rimuove il bianco del vasto coperchio. Rivelando agli occhi dei rapaci l’inclemente moltitudine all’interno. Seicento esseri robotizzati che si spostano all’unisono ma in direzioni differenti. Ciascuno in alto sopra il tripode, con la sua forma tubolare che sostiene l’efficace curvatura della lente, senza nessun tipo d’intenzione oppure il peso addizionale di una “mente”. Di sicuro: qui è il Wi-Fi che prende certe decisioni. E all’altro lato della connessione, il proprietario di ogni capo della mandria, qui locata nel preciso punto che gli garantisce la più valida realizzazione dell’intento iniziale.
La metafora implicata è di un tipo strano e al tempo stesso pregno di significato: trattasi di “ranch dei telescopi” come usano chiamarlo, per diverse valide ragioni convergenti. Incluso il beneplacito di Bray Falls, il ventisettenne fondatore diventato milionario grazie alla creazione della Starfront Observatories, un’azienda che ha nel sito della propria sede il suo maggior punto di forza. Qui nel centro esatto dello stato più imponente del meridione nordamericano, non lontano dalla cittadina di Brady, Texas, che non sembra aver passioni particolarmente rilevanti per le insegne al neon o la vita notturna, scongiurando tutta l’illuminazione che ne consegue. Il che ha permesso di classificare tale territorio al punto 1 della scala del cielo buio di Bortle, condizione ideale per l’osservazione del cielo profondo. Là dove qualsiasi amante dell’astrofotografia, studioso delle stelle, fisico o scienziato dello spazio desidererebbe vivere, fatta eccezione per la distanza dalle amenità della vita contemporanea, l’accessibilità ai servizi o la prossimità dei luoghi di lavoro facenti parte d’istituzioni accademiche importanti. Ammesso e non concesso che questo costituisca un significativo ostacolo, nell’epoca delle connessioni digitali e la telepresenza. In cui non serve più che l’utilizzatore di un sistema tecnologico sia situato nello stesso spazio regionale. O continente…

Leggi tutto

Si avvicina l’ora dell’aereo senza equilibratori ed alettoni, ma getti d’aria incorporati per indirizzare la traiettoria

Per la straordinaria varietà di forme che sono state messe alla prova in campo aerodinamico, alla ricerca di un sistema idoneo per massimizzare l’efficienza e utilità del volo, è singolare ed utile il riscontro di continuità in un aspetto in particolare: la strategia impiegata al fine di dirigere la freccia in volo, una volta scagliata dal vasto arco della superficie planetaria. Per la semplice coincidenza dei fattori della fisica fondamentale, giacché l’ala è l’espressione di una superficie che modifica e divide un fluido, l’aria, riducendo la pressione soprastante e generando in questo modo la tendenza a sollevarsi. Ragion per cui ogni cambiamento alla sua forma, tramite l’impiego di elementi semoventi sottoposti al rapido controllo del pilota, non può fare altro che cambiare l’indirizzo del sapiente bolide dei cieli. Così funzionava il primo Flyer dei fratelli Wright, sulle Kill Devil Hills, come i più avanzati mezzi militari dei nostri giorni. Ma è davvero questa l’unica possibile maniera? Questo il punto è la domanda più importante del progetto CRANE (Control of Revolutionary Aircraft with Novel Effectors) dell’agenzia statunitense dei sistemi d’arma, la DARPA, che ha dato inizio a una ricerca straordinariamente logica, quanto a suo modo innovativa e priva di precedenti. Dopo tutto, le astronavi cambiano la propria rotta tramite lo stesso terzo principio della termodinamica, impiegato come metodo di spinta dagli aerei a reazione. E non c’è davvero una ragione per cui qualcosa di simile non possa essere fatto all’interno dell’atmosfera, dove l’abbondanza di molecole, offrendo una continua resistenza, connota senza compromettere la progressione lineare del velivolo centrato nell’inquadratura di una tale proposta. Identificata, in campo ingegneristico, con l’espressione di Active Flow Control (AFC) ovvero “Controllo Attivo del Flusso”. Dopo una prima scrematura, dunque, subito seguìta dall’inizio della fase 1 ed il conseguimento da parte dei due finalisti Lockheed Martin ed Aurora Flight Sciences di 12 milioni di dollari cadauno, si è passati alla realizzazione dei prototipi entro la primavera del 2022. Ma sarebbero bastati pochi mesi affinché, senza possibilità di appello, la prima fosse congedata dal progetto, conferendo alla seconda l’unico mandato ed ulteriori 89 milioni per dare concretezza alle proprie idee. Il che ci porta al 2024 ed il completamento della fusoliera di quello che sarebbe stato denominato in base ad una vecchia tradizione l’X-65, il primo esempio di un velivolo a controllo remoto in grado di prevedere quattordici effettori pneumatici alias ugelli per far fuoriuscire l’aria, disposti in varie posizioni strategiche come approcci rivoluzionari al suo controllo e capacità inerente di manovra. Una buona parte dei quali, situati proprio sulle ali consegnate in questi giorni dell’estate 2026, presso la base aziendale del Manassas Airport in Virginia dando forma al prototipo del drone in questione, compiendo un passo significativo verso il decollo previsto nel primo quarto dell’anno 2027. Donandogli un aspetto invero assai particolare, così soddisfacente dal punto di vista di coloro che amano gli approcci futuribili alla progettazione degli odierni dispositivi…

Leggi tutto

Per Panthalassa, il futuro dell’A.I. è una sfera galleggiante. Ma il grosso del suo iceberg resta sotto il mare

Difficile non esserne profondamente consapevoli. Di come alla stessa maniera in cui, nell’epoca del nucleare, il potere risiedeva nel controllo di quelle installazioni o gruppi di ricerca in grado di spaccare l’atomo, ora che siamo a pieno titolo in un mondo devoto all’informazione e l’elaborazione dei dati, lo stesso possa avvenire con i grandi cluster di computer, letterale mente logica destinata a controllare le politiche e i conflitti del nostro domani. Con una singola, importante differenza: la possibilità per singoli individui o compagnie private, questa volta, di competere ad armi pari con interi gruppi di nazioni o superpotenze. Ormai nei fatti dimostratesi ostinate, nel reagire lentamente alla vigente direzione del Maestrale. Alcuni l’avevano da tempo immaginato.
In almeno due dei punti culminanti della saga multi-generazionale e pluri-continuum di Terminator, il gruppo formidabile di guerriglieri guidati da John Connor e assistito dal fedele robokiller, riprogrammato a fin di bene, riesce a fare il proprio ingresso nell’installazione VLA, il “nodo” che protegge il cervello supremo del sistema Skynet, intelligenza suprema che da secoli tentata di portare all’estinzione sistematica della razza umana. Con una battaglia combattuta fino all’ultimo respiro, e molte vite spese per la causa, il conflitto si risolve con una vittoria più o meno decisiva, a seconda della prospettiva filosofica che si può avere in merito alle implicazioni del viaggio nel tempo. Una cosa, d’altro canto, resta significativa: il fatto stesso che sia stato possibile raggiungere il gigantesco computer e annientarne le sinapsi positroniche è un’opportunità piuttosto fortunata. Laddove nel mondo che tangibilmente costituisce il nostro luogo di appartenenza, appare ormai possibile che nessun tipo di opportunità paragonabile potrebbe presentarsi come ultima risorsa dei nostri discendenti futuri. Almeno a giudicare dal discorso perseguito a più riprese, nei discorsi dei cosiddetti tecnoligarchi dei nostri giorni, in merito a quale dovrà costituire il posizionamento dei futuri centri di controllo del loro spropositato potere. Ed è impossibile, per chi percepisce nel profondo le distopiche visioni di un certo tipo di fantascienza popolare soprattutto nell’ultimo ventennio del Novecento, non provare un certo senso d’inquietudine e contrarietà latente, ogni qual volta una figura dell’influenza e il calibro di E. Musk auspica “il futuro dei data center” come auspicato al compiersi di un’epocale lancio di missioni missilistiche, finalizzato a costruire irraggiungibili installazioni orbitali. Laddove ad oggi il suo periodico rivale o controparte nel gotha degli ultra-miliardari visionari, P. Thiel, ha deciso negli ultimi giorni di farsi il portavoce di una soluzione simile, ma speculare: porre simili strutture sotto le onde stesse dell’oceano del pianeta Terra. E farlo tramite il finanziamento di 140 milioni di dollari, subito seguìto da oltre un miliardo concesso per il tramite di un gruppo d’investitori alleati a Panthalassa, una startup con sede, tra tutte le alternative possibili, nella progressista ed ecologista città di Portland, nel Northwest americano. Fautrice di un progetto in fieri dall’ormai remoto 2016, in tempi non sospetti quando l’obiettivo dichiarato era, occorre ammetterlo, di un tipo certamente meno problematico nelle sue vigenti implicazioni…

Leggi tutto

Hermeus al decollo: prosegue il perfezionamento dell’argenteo bolide destinato a superare il Blackbird

La freccia argentea sulla pista si prepara chiaramente al decollo. Bombato e rivettato, grande come un F-16 ma privo di verniciatura come i velivoli dell’era eroica dell’aviazione, vira in senso parallelo all’orientamento della pista, premettendo ai pochi spettatori di notare l’evidente anomalia delle sue forme. In primo luogo, per il grande foro aperto in corrispondenza del muso, lì dove ci si aspetterebbe la punta aerodinamica necessaria a “perforare” i gas dell’atmosfera. E secondariamente, qualcosa di bizzarro quanto stranamente prevedibile nei tempi odierni: la totale assenza di una cabina di pilotaggio. Questo Quarterhorse 2.1 (nei fatti, una seconda versione) è in effetti uno dei droni automatici più grandi mai costruiti. E molto probabilmente, quello in grado di percorrere un migliaio di chilometri nel tempo più breve.
Muoversi rapidamente è il singolo criterio dominante dell’industria tecnologica in ogni sua plurima declinazione, ora più che mai, particolarmente nella fase terminale di quella che continua ancora oggi ad essere chiamata Epoca Contemporanea. Se c’è un ambito nel quale tuttavia saltare i singoli passaggi, tagliare gli angoli e cercare di ottenere soddisfazione anticipata tende ad avere un costo difficilmente misurabile, questa è l’applicazione dei principi aerodinamici, meccanici e costruttivi all’ottenimento di un mezzo volante. L’aviazione è quella branca dei trasporti, ormai essa stessa vecchia di oltre un secolo, in cui il Boeing 737 risalente agli anni ’70 viene ancora utilizzato per la sua capacità di atterrare sulle piste in ghiaia. In cui alcuni dei mezzi militari incaricati di combattere le guerre odierne impiegano sistemi e avionica risalenti ai tempi della guerra fredda. E il record di velocità assoluto costituisce l’appannaggio di un velivolo talmente avveniristico, così distintivo e irripetibile, da essere rimasto imbattuto per un periodo di 50 anni. Questo perché progettare, calibrare, mettere alla prova nuovi concetti o approcci funzionali tende a richiedere non soltanto lunghi anni, ma investimenti misurabili in centinaia o più di milioni di dollari, tanto da risultare proibitivi persino per immense multinazionali o l’erario senza fondo d’intere nazioni. E cose come i 3.529 Km/h raggiunti dall’SR-71 Blackbird della Lockheed sopra la Beale Air Force Base in California, così come l’allunaggio del progetto Apollo, risultano conseguenze dirette di quel particolare clima geo-politico, momento storico e percepita rivalità politica tra superpotenze. Con l’arrivo del nuovo millennio e la corrente proliferazione delle startup, aziende agili concepite attorno a figure chiave e concetti molto spesso rivoluzionari, appare strategicamente percorribile un tragitto alternativo. A patto che una quantità di energia economica successivamente significativa finisca per essere investita nelle suddette idee. Così come sembra essere avvenuto a partire dai primi 60 milioni raccolti a partire dal 2021, e i circa 200 allo stato attuale, da vari investitori inclusa l’Aviazione Militare statunitense dalla Hermeus di Atlanta, fondata da quattro ingegneri aerospaziali provenienti da alte cariche di rinomate aziende: A.J. Piplica e Skyler Shuford dalla Generation Orbit, Glenn Case dalla NASA, Mike Smayda dalla Space X. Una squadra d’eccezione chiaramente pronta a superare i crismi di quel mondo ormai da tempo resistente ai cambiamenti di paradigmi…

Leggi tutto

1 2 3 19