Lo starnazzante sport venuto dalla pampa, dove il vento ha quattro ferri e un solo destino

All’apice del mondo medievale, dame e cavalieri si riunivano per dare sfogo a un senso di condivisone collettivo, basato sul bisogno di distribuire onori e riconoscimenti sul piano sociale. In un momento che poteva dirsi il culmine della competizione, capace d’interrompere per qualche tempo il senso dell’ostilità reciproca e persino i venti della guerra in avvicinamento, due uomini a cavallo indossavano le protezioni adatte. E con un lungo palo cavalcavano incontrandosi nel mezzo, nella speranza di riuscire a rimanere in sella. Fu allora che nel 1139, il Concilio Lateranense Secondo di papa Innocenzo II promulgò un divieto per il clero, successivamente esteso ad ogni laico membro del suo gregge: chiunque avesse preso parte ad un torneo, avrebbe rischiato la scomunica. E nel caso in cui le sue ferite fossero state mortali, costui sarebbe stato privato di una sepoltura cristiana. Naturalmente, l’impegno dei guerrieri doveva essere speso per cause maggiormente produttive. Come le crociate. Nessun effetto di nota, in quel periodo o successivamente, risulta misurabile nel proseguire delle giostre in Europa o altrove. Eppure poco più di sei secoli dopo, una parte meno significativa della stessa chiesa ci avrebbe riprovato. Quando nel contesto dell’Argentina degli albori dell’era moderna, vietò severamente e senza rèmore la dura pratica del Pato.
Una corsa di cavalli, da ogni punto di vista rilevante, condotta con la partecipazione di dozzine di gauchos, i “vagabondi” che solevano occuparsi del bestiame sudamericano. Che nel diciottesimo secolo si era ormai configurata con alcuni aspetti di assoluto barbarismo, giudicati nettamente imprescindibili a coronamento di tale esperienza. In primo luogo il modo con cui i partecipanti solevano scontrarsi, strattonarsi e spingersi rischiando in modo pressoché costante il ferimento dei propri destrieri. Generando un tipo di ostilità efferata, capace di continuare anche al raggiungimento del traguardo, con risse, accoltellamenti e copiose ferite a discapito di tutti i presenti. E secondariamente, causa la natura certamente insolita del pegno usato per decidere chi fosse il più abile di tutto il convoglio: un’anatra rinchiusa dentro un sacco, qualche volta già morta e certe altre condannata ad esserlo in tempi drammaticamente brevi. Soffrendo una tortura così orribile, da stimolare una coscienza animalista anche in quell’epoca relativamente distante. Per lo meno dal punto di vista di alcuni. Giacché come ai tempi d’Innocenzo II, nessun effetto di nota risulta misurabile nel proseguire delle giostre in Argentina, né altrove. E ci sarebbe voluto fino alla metà del 1937, perché una soluzione più risolutiva fosse presentata al grande pubblico di Buenos Aires. Da un personaggio di nome Castillo Posse che taluni chiamano gobernador della regione, altri “capo della sicurezza” (jefe de seguridad) al soldo di Manuel Fresco, vero detentore della carica in quegli anni. Allorché collaborando ad un progetto ritenuto necessario, si scelse di abrogare gli ormai vecchi e mai davvero rispettati divieti. Facendo un tentativo, mai percorso prima di quel preciso momento, di trasformare il sanguinario gioco in un qualcosa di maggiormente civilizzato…

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Linlithgow, rovine in bilico tra un castello medievale e gli agi di una reggia del rinascimento scozzese

Nascere con un destino eccelso poteva significare, in determinate circostanze, intravedere la grandezza in un momento trionfo, per analogia con gli antenati e l’atmosfera delle loro dimore. Così Carlo Edoardo Stuart, il Giovane Pretendente nato in Italia e cresciuto in Francia, durante l’esilio della propria dinastia, credette veramente di essere vicino al ruo ritorno, quando la violenta carica dei suoi alleati highlanders aveva spodestato l’armata inesperta degli inglesi a Prestonpans. Era il 21 settembre del 1745 dunque quando fu deciso, assieme ai capi dell’esercito ribelle, che la vittoria fosse meritevole di una celebrazione. Da compiersi, grazie alle fortuite circostanze, nel vicino luogo che da sempre aveva simboleggiato il potere degli Stuart in Scozia: il più magnifico palazzo di Giovanni I, II, III, IV e V. Il luogo di nascita di Maria Stuarda. Ed una delle meraviglie architettoniche più eccezionali dei suoi tempi. Che come la monarchia britannica, in quel momento non si trovava certamente al suo meglio. I tetti ormai mancanti, le mura usurate, le sale un tempo auguste sottoposte a lunghe generazioni di saccheggi e la deturpazione ad opera delle armate del dittatore puritano Oliver Cromwell. Eppure quando Carlo giunse in questo luogo, al cospetto dei suoi molti nobili seguaci, l’antica fontana con i simboli della Corona, dell’arte, della musica e dell’eloquenza era stata ripulita ed a quanto si narra, adeguatamente preparata da qualcuno con un gusto prossimo al Barocco del secolo antecedente. Allorché i rubinetti vennero aperti, e sotto la luce del Sole zampillarono archi eleganti di vino suscitarono l’encomio dell’altezzoso, e non sempre così allegro aspirante al trono del Regno Unito. Pochi giorni dopo, in seguito alla sua partenza verso i campi della tragica Culloden, quello che restava del palazzo prese immantinente fuoco, ardendo fin quasi alle fondamenta. Qualcuno dice per una lanterna lasciata distrattamente sulla paglia. Altri, per un atto vandalico e vendicativo delle forze inglesi del Duca di Durham, che era giunto nel frattempo con il proprio contingente nella regione. Quale che fosse la ragione, con il rogo di Linlithgow era sopraggiunta la fine di un’Era. Anche se non propriamente in quell’auspicabile maniera prospettata, inizialmente, dai consiglieri e i molti sicofanti del Bonnie Prince.
Un luogo che costituiva un simbolo, un emblema e per molti versi sia fisici che metaforici, un punto di passaggio tra due luoghi distinti. La rocca di Edinburgo e quella del castello di Stirling, tanto per cominciare, così come al fine di difendere quel sito strategico nell’epoca antecedente alla storia scritta qui trovavano collocazione i cosiddetti crannog, fortini sopra il lago utilizzati dalle genti gaeliche di allora. E già sul finire del XIII secolo, Edoardo I detto il Martello degli Scozzesi aveva fatto costruire una fortezza, nota con il nome di Castello del Peel. Almeno finché grazie ad un acuto stratagemma, il Re Roberto I di Scozia noto come The Bruce non fu capace di conquistarlo. Annoverandolo, a partire da quel fatidico momento e per i numerosi secoli a venire, nel patrimonio tangibile del grande regno di Scozia…

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Non è mai fermo il moto delle sfere astrali. Ma in strani giorni, almeno un pendolo può smettere di oscillare

In un mondo in cui cause ed effetti sono una cascata che discende sempre e in modo inevitabile verso il fondo, la gravità dei repentini cambiamenti di una progressione logica di eventi riesce sempre ad essere ragionevolmente prevedibile, o quanto meno limitata dalla percezione di anticipati elementi. Ma se il microscopico influenzasse il macrocosmo, come implicato in molte forme di stregoneria degli ambiti mitologico, folkloristico o speculativo, diventa molto più probabile che gravi catastrofi o disastri senza precedenti riescano ad insorgere sul nostro cammino, con conseguenze non sempre facili da prevedere. Non sarebbe d’altro canto e con tali premesse privo di fattori di rischio latenti, per la sopravvivenza collettiva ed il futuro condiviso dell’umanità, quanto accaduto la scorsa settimana presso il Museo di Scienze Naturali a Houston, Texas. Dove un cuore pulsante da un tempo pari ormai a cinque o sei decadi ha smesso improvvisamente di oscillare evocando l’idea pratica del compiersi di una profezia finale. Denunciando agli occhi dei visitatori qualcosa d’istintivamente impossibile, nonché catartico oltre ogni possibile premessa di partenza; la fine del mondo così come siamo stati abituati a conoscerlo. Stop al ciclo giorno-notte che regola i fondamentali ritmi circadiani. Ed il potente scatenarsi di una serie di forze inerziali tali da generare terribili tsunami, crolli e terremoti su ogni latitudine capace di supportare la vita. In altri termini l’inizio misurabile di un’epoca esiziale, in cui la Terra ha smesso di girare.
Possibile, impossibile, ci sono poche differenze. Finché nella disanima ordinata dei minuti ed ore, non torniamo fino all’invenzione originaria di Léon Foucault nel 1851, quando il rinomato fisico chiese ed ottenne il permesso di Napoleone III, Imperatore dei Francesi, per poter appendere una sfera metallica di 28 Kg da uno dei tetti più alti di tutta Parigi: l’alta cupola costruita sopra il Meridiano, la linea matematica corrispondente alla suddivisione di quel globo che ospita tutte le nostre aspirazioni, circostanze o presupposti pratici di sostanziale realizzazione individuale. Un corpo astrale, perché di ciò si tratta, già teorizzato dai filosofi dei tempi antecedenti come veicolo dotato di due presupposti inappellabili, comuni a molti dei suoi simili nella galassia sconfinata: rivoluzione e rotazione attorno all’asse della propria forma sferoidale. Già, ma come dimostrarlo in modo molto pratico, se non così? Tramite un esperimento molto semplice ed al tempo stesso carico d’ingegno, utile a dimostrare la lungamente nota evidenza della cosiddetta forza di Coriolis, notata già 184 anni prima del suo battesimo formale nel 1835 dai matematici coinvolti nel preciso campo dell’artiglieria militare. Dove i proiettili tendevano, notoriamente, a deviare in modo prevedibile sulla distanza anche in assenza di vento; questo non per uno scherzo del destino bensì perché l’intero quadro di riferimento, inclusi osservatori, punto di partenza e bersaglio, si erano spostati altrove…

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Prove pratiche di Superwood, tecnologia che ambisce a trasformare la foresta in un grattacielo

Due linee parallele che convergono occasionalmente, generando nuclei d’opportunità finalizzati a migliorare l’efficienza nel risolvere le problematiche latenti: da una parte la creazione, dall’altra, la trasformazione. D’altra parte non è sempre semplice, a seconda delle circostanze, distinguere tra questi aspetti in apparenza contrapposti verso l’obiettivo imprescindibilmente necessario del progresso collettivo umano. Come in una metamorfosi delle comuni aspettative, funzionali alla rivoluzione quotidiana dei progetti realizzabili attraverso pratiche, tangibili risorse del nostro stanco pianeta. Così per lunghi secoli, avendo posto sopra un piedistallo l’ossatura inosservabile della Caverna Plutoniana, attribuendo a quei metalli e minerali un ruolo strettamente collegato all’immanenza delle nostre opere, parrebbe strano ritornare all’utilizzo di un qualcosa che gli antichi preferivano impiegare per la costruzione delle proprie case, imbarcazioni, armi e attrezzi per l’agricoltura. Benché sussista almeno un caso in cui il rivolgersi di nuovo al “mero” legno, sostanza residuale della florida vegetazione dipartita, possa non costituire un passo indietro bensì, quanto meno, avanti o di lato: quando non è più semplice wood, ma superwood. Qualcosa di così migliore per quanto concerne resistenza, affidabilità, logistica, che potrebbe provenire dal pianeta Krypton. Lasciandoci sperare che non possa possedere comparabili accezioni negative nei confronti di un benevolente semidio castoro.
Questa ben più che una semplice remota aspirazione, visto l’imminente lancio commerciale entro la prima metà del 2026 di un prodotto frutto dell’attenta sperimentazione e perfezionamento della startup statunitense Inventwood (etimologicamente qui s’inizia a intravedere un tema) nata come in tanti casi simili da un gruppo di persone coinvolte in un rivoluzionario studio scientifico dalle forti implicazioni imprenditoriali. Intese come la capacità di agevolare una proficua metamorfosi, dalla figura di scienziato a quella d’imprenditore, laddove simili campi d’interesse non necessitano certo di essere mutualmente esclusivi. E d’altra parte non sarebbe utile di certo scollegare l’avanzamento della collettività indivisa dalla distribuzione tecnologica di un materiale totalmente rinnovato che attende di essere standardizzato al di là di poche norme ereditate da campi adiacenti. Con tutti i rischi e le sfide, sia dal punto ingegneristico che legislativo, che potrebbero tenderne ben presto a derivarne. Qui si sta parlando, in fin dei conti, di lasciarsi indietro in molti campi ciò che ha sostenuto tanto a lungo le nostre costruzioni più imponenti e durature: l’acciaio stesso! Che altro…

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