Tra i resti delle 15 capanne circolari neolitiche rinvenute a Fordingbridge nello Hampshire inglese, durante gli scavi di preparazione per un cantiere residenziale l’estate scorsa, il team della Cotswold Archaeology avrebbe estratto e catalogato decine di frammenti di arenaria verde, immediatamente identificati come provenienti da un celebre centro minerario nella ragione del Sussex. Il che suscitò quasi immediatamente il sospetto su quale fosse la natura originaria dell’oggetto da cui esse provenivano, dato l’impulso necessario affinché un simile materiale fosse fatto oggetto di uno scambio commerciale e conseguente importazione locale. Idea immediatamente confermata con lo scavo di una fossa, da cui emerse come nulla fosse un raro, perfetto esemplare di forma circolare. Simile alla ruota stereotipica delle vignette disegnate sul tema della Preistoria, ruvida ed attentamente cesellata, con due fori incorporati nel progetto: quello grande al centro come un mozzo ed il secondo, più piccolo, ai margini della circonferenza in questione. L’antico manico perduto, ormai da tempo disgregato per l’effetto della marcescenza dei millenni trascorsi. Eppure solida restava una certezza. Se i resti di questi antichi uomini fossero stati trovati in un vicino luogo di sepoltura, essi avrebbero mostrato le stesse anomalie scheletriche notate per la prima volta ad Hureyra, in Sira, presso un sito databile al 9.000 a.C. Quelle conseguenti da un lavoro chino e prolungato, consistente nello spingere possentemente con le spalle verso il basso mentre il moto delle braccia si faceva ritmico e ripetitivo. Tutto questo per la produzione di quel versatile, fondamentale ingrediente: la farina.
“Se gli esseri umani fossero stati fatti per volare, avrebbero posseduto le ali” è la più tipica nozione dello scetticismo, tipicamente attribuita ai vecchi pensatori, gli ecclesiastici ed altri tradizionali oppositori del progresso. Che può essere egualmente estesa ad una vasta serie di effettive circostanze. Dopo tutto tra le molte pratiche creazioni dei nostri progenitori, la meno semplice da contestualizzare è il pane. Una pietanza che deriva dalla pratica lavorazione, modellazione e cottura di sementi concepiti dall’evoluzione in via specifica per essere del tutto indigeribili, passando intonse da un estremo all’altro dell’organismo di creature che non hanno un apparato digerente specializzato. Come noi. Almeno fino a quando non venne notato che se il seme dei cereali selvatici, sotto la dura scorza del proprio involucro all’esterno, nascondeva un nucleo nutriente e straordinariamente saporito. Che poteva diventare raggiungibile, previo un gesto di processazione adeguato. Fu la nascita, alle origini della tecnologia manuale, di un processo calibrato sulla base del più utile tra i materiali naturali: la pietra. Così scolpita nella forma dell’oggetto che in lingua proto-germanica, quindi anglosassone avrebbe preso il nome di kwirn/quern: la macina manuale. Destinata ad avere profondissimi, imprescindibili cambiamenti nello stesso concetto di convivenza comunitaria…
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Dal fossile di un uovo, significativi chiarimenti sul rimedio del dicinidonte all’estinzione della sua Era
Tanto stretto ed omnicomprensivo è il legame tra la civiltà umana ed il suo persistente compagno biologico, l’amico cane, che ogni essere quadrupede di dimensioni ragionevolmente simili finisce per venire rapportato a quest’ultimo, ad un qualche livello filosofico, visuale o persino creativo. Una considerazione che riemerge nella tipica rappresentazione artistica del Triassico, all’origine dell’Era Mesozoica, creata per film animati, videogiochi o documentari in computer graphic, ogni qual volta si desidera far comparire sullo schermo un’approssimazione ragionevole del clade di terapsidi collettivamente noti come dicinodonti, o più nello specifico la varietà maggiormente nota in senso paleontologico, il genere Lystrosaurus, Creatura lunga circa un metro il cui nome discende in senso etimologico dall’espressione in lingua greca “Lucertola Pala” sebbene abbia ben poco a che vedere con il rilevante ramo dell’albero della vita, non qualificandosi neppure come un rettile, bensì nel novero degli antenati del concetto stesso di mammiferi. Così diventato una visione relativamente familiare, grazie all’indole speculativa di quel mondo delle immagini contemporanee, viene raffigurato mentre agisce, deambula e scava le sue buche in modo non dissimile da un canide dei nostri giorni, sebbene ciò abbia un fondamento estremamente labile da un punto di vista propriamente divulgativo. Contrapposta angolazione, d’altra parte, destinata a ritrovare spazio nelle prossime occasioni, vista la scoperta approfondita nel recente studio di di J. Benoit, J. Botha, V. Fernandez dell’Università di Witwatersrand, Sud Africa, relativo ad un fossile dell’animale ritrovato nel 2008 nel bacino del Karoo, Sudafrica. Concrezione pietrosa con l’impronta chiaramente definita, per l’appunto, di un’embrione rannicchiato in posizione fetale di un dicinodonte, probabilmente della specie Lystrosaurus murrayi. Lungamente ipotizzato come proveniente dall’interno di un uovo, sebbene fossero mancati, fino ad oggi, gli strumenti necessari a comprendere che fine avesse fatto il guscio di quest’ultimo, comunemente immortalato in condizioni simili per via della sua composizione cristallina dovuta alla calcite che ne costituisce la materia prima. Mistero ad oggi risolto, tramite l’impiego di tecniche d’ingrandimento fondate sulla tomografia computerizzata ed il sincrotone ad alta risoluzione, capaci di raggiungere il nocciolo della questione senza danneggiare conseguentemente la fragile composizione del prezioso reperto. Così da aprirci finalmente gli occhi non tanto in merito alla natura ovipara dei terapsidi, che comunque sopravvive tra i mammiferi contemporanei nell’ornitorinco e nell’echidna, quanto in merito all’effettivo funzionamento di tale metodologia riproduttiva. Innegabilmente basilare, nella preponderante proliferazione di queste creature in seguito all’evento di estinzione del Permiano, che portò alla scomparsa dell’83% di ogni genere, mentre i dicinodonti aumentavano di numero fino a costituire circa il 95% dell’intero patrimonio fossile all’interno di particolari sostrati terrestri. Una delle anomalie ambientali forse più stupefacenti nella storia evolutiva dell’intera Preistoria…
Tra strani tubi extraterrestri, l’irrisolto enigma della Montagna Bianca del Qinghai
Attraverso il vasto mare dei secoli, un fossile costituisce l’indelebile segno lasciato dall’esistenza pregressa di un tipo d’organismo che ha respirato, vissuto e si è riuscito a riprodurre nell’ambiente di un tempo antico, finendo esso stesso, per processi di varia natura, per diventare una parte del suo paesaggio ormai sepolto. Concetto in tale senso non dissimile da quello di un reperto, palese manufatto di pregresse generazioni, capace di aprire una finestra sulla storia più o meno approfondita dei nostri antenati. La distinzione d’altra parte è netta in termini di epoche effettivamente trascorse: giacché i processi necessari a mineralizzare un’entità di tipo biologico, nella maggior parte dei casi, richiedono un tempo che aspira al lungo ciclo degli Eoni. Laddove a seppellire vasi o manufatti di terracotta, per accantonarne dopo l’esistenza, tendono bastare un paio di millenni, o magari una manciata di secoli appena. Il che basterebbe a farci annoverare le formazioni tubolari rinvenute al termine degli anni ’90 nelle tre caverne della montagna piramidale della Baigongshan (letteralmente: Montagna Bianca) come appartenenti al primo gruppo di entità, vista la loro datazione formalmente determinata a 150.000 anni prima della data odierna. Di gran lunga antecedente rispetto a qualsiasi insediamento registrato nell’arido altopiano del Qinghai, che si estende fino alle radici del tetto del mondo, situato entro i confini dell’adiacente nazione tibetana. Una definizione facile da attribuire, finché non si scruta con i propri occhi ed acquisisce l’effettivo aspetto del rilevante contesto geofisico, che vede il massiccio in questione con l’aspetto complessivamente non dissimile da quello di una piramide di tipo antropogenico. E le condutture in questione, che sbucano nel sottosuolo in tre caverne dall’ingresso triangolare e all’altro capo del massiccio, in prossimità di un lago salato ad 80 metri di distanza, del tutto compatibili con un lavoro di natura idraulica portato a compimento dall’uomo. Trattandosi nello specifico, a voler scendere nei particolari, di una pletora di elementi cilindrici vuoti ed oblunghi, dalla composizione prevalentemente metallica, il cui diametro varia da pochi millimetri fino a 40 cm. Il cui utilizzo in tempi ancestrali per il trasferimento dei fluidi appare tutt’altro che impossibile, così come l’alternativa opportunità di far passare segnali o linee elettriche fino alla sommità del massiccio, in questo luogo circondato da terreno pianeggiante ideale per la costruzione di un osservatorio o punto d’osservazione paesaggisticamente privilegiato. In maniera simile a quanto fatto, in effetti, in epoca contemporanea presso la Montagna Viola a 70 Km di distanza, con un radiotelescopio per le onde ultra-veloci di Yematan, prezioso strumento al servizio della comunità accademica cinese. Un tipo di paragone che apre il passo in modo significativo a quella che è da sempre stata, per il caso di Baigong, una delle ipotesi più ripetute e discusse localmente, con un possibile intento di amplificare la portata turistica e culturale del ritrovamento: la difficilmente confutabile possibilità che un qualche tipo di mente intelligente, non necessariamente appartenente ad un’iterazione della nostra stessa specie, possa aver “costruito” la montagna e il suo bizzarro contenuto. Credo sia anche troppo palese, a questo punto, il tipo di creatura di cui stiamo parlando…
Tra tori e suini di granito, letture discordanti in merito alle usanze statuarie dei progenitori spagnoli
Comparativamente ad altre zone oggetto di approfonditi studi archeologici in Europa, poche sono le certezze in merito alle metodologie di allevamento tradizionale e gestione delle altre risorse animali tra gli antichi popoli della penisola iberica. Sebbene almeno una delle identità culturali coinvolte ci abbia lasciato, come supremo tratto distintivo, un’intera classe d’imponenti manufatti collegati a tale aspetto del proprio stile di vita. Scolpiti in modo quasi espressionista nella nuda roccia, i circa 400 esempi di verracos (let. “maschi di maiale”) sparpagliati nell’intera area centro-occidentale della Spagna, oltre ad alcune regioni di confine del Portogallo, sono stati lungo gli anni interpretati come rappresentazioni a seconda dei casi non soltanto dei quadrupedi porcini, ma anche bovidi riconoscibili dai buchi per le corna lungamente scomparse ed in almeno un singolo caso in Estremadura, un orso. Accantonata l’eccezione dunque, quel tipo di animali che nell’epoca interessata tra il VI e I secolo a.C. avrebbero rappresentato l’espressione tangibile della ricchezza di un insediamento e la sua classe dirigente, in base alla quantità di capi di cui potevano disporre come fonte di benessere e nei momenti di maggiore abbondanza, merci di scambio con i popoli vicini. Un punto cardine probabilmente, a quanto ci è dato desumere, per l’organizzazione sistematica dei Vettoni, discendenza di una migrazione di matrice celtica portata a compimento nella tarda Età del Ferro, verso le terre ancora non sfruttate né controllate dai loro storici vicini ed alleati, i Lusitani. Così come le armate della Repubblica Romana li avrebbero trovati, all’apice della seconda guerra punica, chiedendo ed ottenendo di partecipare allo sforzo bellico contro il potere dello storico avversario cartaginese. Del tutto superficiale risulta essere, d’altronde, l’idea secondo cui queste genti prive di scrittura fossero dei meri barbari in attesa di ricevere il dono della civilizzazione; a del tutto autosufficienti ed efficientemente organizzati, possessori di manufatti complessi e tecniche di metallurgia sofisticata, il popolo della meseta (altopiano centrale) si trovava ai tempi dislocato in una serie di città fortificate con edifici imponenti e chiari segni di opere costruite pubblicamente, tra le quali rientravano con alta probabilità le stesse statue animali. Luoghi come l’oppidum di Ulaca nella provincia di Ávila, ai tempi circondato da una cinta muraria di 3.000 metri e composto da almeno 250 case, occupate da una cifra stimata di 1.000-1.400 abitanti. Per cui oltre al santuario in pietra di 16×8 metri dedicato ad un pantheon divino di cui sappiamo poco e nulla, un presumibilmente rilevante punto di riferimento religioso era rappresentato nel contempo dalla letterale costellazione di bestie di pietra situate poco fuori dai confini cittadini, stolidi guardiani e possibili osservatori designati delle febbrili attività umane. In altri casi spostati o modificati con iscrizioni in lingua latina nel corso dei lunghi secoli, dalle proprie collocazioni rurali verso punti di riferimento celebri come il monastero di El Tiemblo nella regione di Castiglia e León, o a guisa di decorazioni presso il ponte di Salamanca costruito ai tempi dell’Imperatore Traiano. Espressioni ad ogni modo totalmente scevre degli antichi significati, che ad oggi restano l’oggetto di una serie di enfatiche, quanto contrastanti interpretazioni…



