I sette angeli che avevano le sette trombe si accinsero a suonarle. Al primo squillo, un grandine mista a fuoco bruciò un terzo della terra, degli alberi e dell’erba. E da quel momento in poi, le cose non poterono che peggiorare… Dall’acquisizione filologica sul piano collettivo di quell’incipit di letteratura catastrofista che prende il nome di Apocalisse 8,6, una parte significativa dell’umanità ha iniziato volgere lo sguardo in modo preoccupato verso il cielo, ogni qual volta si ode in lontananza un suono simile a un ottone musicale dalle origini non immediatamente palesi. Il che succede, a causa della propagazione omnidirezionale delle onde sonore, molto più frequentemente di quanto si potrebbe essere inclini a pensare. L’essere umano, d’altronde, si affida per il posizionamento dei suoni in base alle infinitesimali differenze cronologiche di percezione tramite il preciso strumento dei propri padiglioni auricolari. Che sono distanziati, per loro implicita natura, sul piano orizzontale e non quello verticale come avviene invece, per esempio, nei gufi. Ed è forse anche una simile limitazione a vantaggio della simmetria la ragione per cui una tale quantità di volte, nella progressione dei misteri auditivi pregressi, sussistono registrazioni supportate da testimonianze in merito a inspiegati rombi, mugghi, rufe, brontidi o boati, lagoni, balze, baturlii e lagoni. Emissioni di tipo sonoro, in altri termini, che portano improvvisamente le persone a volgere lo sguardo verso l’alto. Soltanto per notare, in tali circostanza, la più totale assenza di alcun tipo di tempesta, terremoto e per fortuna, grandine di fuoco e lapilli. Il che migliora l’immediata prospettiva di sopravvivenza, senza tuttavia contribuire all’asse della comprensione che trova il fondamento nella mente analitica di chi nasce, vive e muore dopo l’invenzione del metodo scientifico agli albori dell’Era Contemporanea. E potrà in tal senso costituire una ragione di sorpresa, la datazione relativa al primo caso di questa tipologia di eventi, puntualmente alla registrazione come resoconto di ciò che a posteriori gli studiosi anglofoni avrebbero deciso di chiamare skyquake, o “terremoto dei cieli”. Ritornando al luglio del 1805 e alla famosa spedizione di Lewis e Clark, gli esploratori partiti con la benedizione ed il finanziamento dell’allora presidente americano Thomas Jefferson, furono proprio loro due, assieme ai componenti della carovana nota come i “Corps of Discovery”, a mettere nero su bianco l’esperienza auditiva di quello che poteva essere soltanto descritto come un cannone da 6 libbre, sul fondale di un accampamento presso le Great Falls, in Montana. Descrizione in seguito ripresa, da chiunque avesse l’esperienza del rumore di una tale arma, al palesarsi di episodi simili da un lato all’altro del Nuovo Mondo. Non che il boato senza una ragione fosse destinato a rimanere il singolo esclusivo appannaggio, di suo conto, della zona geografica corrispondente al Nord America, con varie attestazioni simili narrate in luoghi come il Giappone, l’India, il Bangladesh, vari paesi europei inclusa l’Italia e finanche l’America Latina. Il che lascia presagire, almeno in linea di principio, in questo caso specifico l’esistenza di una serie di cause possibili molto più varie delle univoche declinazioni di quel suono, con l’effetto di allontanare ulteriormente i presupposti di una spiegazione, ancor più di quanto avvenga per altri simili, disseminati misteri del pianeta Terra…
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Quando il fiume impose alla montagna di chinarsi. Affinché la roccia discendesse il precipizio dei millenni
Percorrendo a bordo di un’imbarcazione il corso del Green River, principale tributario del Colorado, i visitatori del Sud-Ovest degli Stati Uniti sanno di poter andare incontro a un’esperienza molto particolare. Quella delle celebri Porte di Lodore, un canyon stretto e angusto che s’insinua in mezzo agli elevati massicci delle Uinta Mountains, di cui il poeta inglese Robert Southey scrisse nel 1820 l’assonante quanto estesa descrizione: “Si sollevano e strisciano / s’insinuano ed involano / si girano e si avvolgono […] Uno spettacolo impressionante / Incomprensibile, stupefacente / che confonde e assorda i padiglioni col suo rumore.” Quello che potremmo in altri termini chiamare, molto più semplicemente, un canyon sebbene sia possibile a chiunque scorgerne quasi immediatamente le caratteristiche senz’altro particolari. Per il modo in cui le acque non soltanto lo attraversano ma paiono piuttosto risalire al loro interno, nelle geometrie impossibili di un taglio angusto e profondo, là dove il paesaggio più che essere plasmato dalle acque, sembrerebbe quasi essergli stato costruito attorno. Perché sebbene un fiume sia comunemente in grado di produrre il risultato di un processo d’erosione pluri-millenario, esistano dei limiti a un simile processo. E normalmente ciò che avviene quando esso incontra una struttura inamovibile, è che s’inoltri lungo il prolungarsi della via di minore resistenza, aggirandolo, piuttosto che passarci attraverso. Vedi il modo in cui il Danubio evita le Alpi ed i Carpazi. Così come il sacro Gange evita gli alti massicci dell’Himalaya, scendendo fino alle propaggini settentrionali dell’India. Casi celebri di un’acclarata legge di natura, che come ogni altra volta capita, prevede il suo corredo d’eccezioni. Cos’ha portato, dunque, questo fiume nordamericano fino al punto estremo della propria condizione topografica del tutto priva di paragoni? Fin dalle prime spedizioni spagnole nel 1776, quando ricevette il nome di Rio de San Buenaventura, la realizzazione delle mappe che potessero tracciare il suo corso ebbe ragione di dimostrarsi complessa. Con diversi esempi che ponevano le sue sorgenti presso i Grandi Laghi piuttosto che nei picchi sorgivi del Wind River Range, Wyoming, ed altre che pensavano in maniera erronea avesse la prerogativa di sfociare nell’Oceano Pacifico. Soltanto nel 1826 il pioniere statunitense Jedediah Smith, sfruttando guide native ed un’approfondita conoscenza del territorio, raggiunse finalmente il punto in cui esso confluiva nel fiume che dà il nome allo stato soprannominato “Svizzera del Nuovo Mondo”, il Colorado. Giacché per oltre un secolo, con l’applicazione dei metodi scientifici contemporanei e un’agguerrita discussione sul piano accademico, le ragioni del suo corso anomalo avrebbero continuato a generare un elevato grado di perplessità tra i molti conoscitori e studiosi della geologia terrestre…
Il magnetismo leggendario dell’oscura rupe captatoria che fagocita gli oceani della Terra
Dopo settimane di navigazione in alto mare a largo della costa della Norvegia, senza punti di riferimento eccetto il tiepido baluginio stellare, l’equipaggio stava cominciando a dare significativi segni di cedimento. Il clima rigido, le scarse riserve d’acqua e di provviste, la carenza sempre più preoccupante di un vento a favore avevano collaborato nel creare un senso di ansietà e condanna, in grado di anteporsi addirittura alla promessa ricompensa dei funzionari di corte al servizio di Edoardo III dei Plantageneti, sovrano d’Inghilterra. Fu allora che venuto meno l’effetto delle rassicurazioni del capitano con il suo fedele astrolabio, gli uomini volsero la propria attenzione in direzione dell’Altissimo, potendo trarre beneficio dai sermoni dell’unico uomo di chiesa presente a bordo. “Miei coraggiosi compagni di viaggio, credetemi” Declamava a più riprese il frate di Oxford, il cui nome la storia sarebbe inaspettatamente riuscita a dimenticare: “Ben presto avvisteremo i Quattro Fiumi ed al centro di essi, l’ultima propaggine a noi prossima del Paradiso Terrestre. Allora Dio in persona parlerà alle vostre anime…”
Quello che sappiamo di tale avventura, portata al culmine probabilmente attorno al XIV secolo, fu in seguito annotato all’interno di un diario scritto proprio da costui, chiamato in latino Inventio Fortunate o la Scoperta Fortunata, di cui abbiamo solamente resoconti di seconda o terza mano. Questo perché il testo, strumentale ma non liturgico, iconico ma destinato a una graduale quanto imprescindibile confutazione, avrebbe languito assieme ad altri in biblioteche polverose, destinate un giorno a perderlo o dimenticare. E nulla sapremmo assai probabilmente, se non fosse stata per la colta citazione fatta dal viaggiatore fiammingo coévo Jacobus Cnoyen di ’s-Hertogenbosch, anch’essa cancellata dalla nebbia del tempo, sebbene destinata a suscitare quasi 300 anni dopo l’interesse del rinomato cartografo Gerardo Mercatore. Che in una lettera al collega studioso e occultista britannico John Dee, parlò di quanto il frate e il suo equipaggio riportarono, al ritorno in patria, di aver effettivamente individuato: “Una montagna nera dalle proporzioni soverchianti, alta e nuda in mezzo al mare. Questa roccia dalla circonferenza pari a quasi 33 miglia nautiche sembrava fatta di una pietra magnetica, ed era circondata da quattro terre emerse divise da altrettanti corsi d’acqua. Questi ultimi a loro volta, fluendo dall’esterno verso l’interno, correvano a gran velocità verso il massiccio, precipitando in un profondo vortice verso le viscere profonde della Terra…”
Non è mai fermo il moto delle sfere astrali. Ma in strani giorni, almeno un pendolo può smettere di oscillare
In un mondo in cui cause ed effetti sono una cascata che discende sempre e in modo inevitabile verso il fondo, la gravità dei repentini cambiamenti di una progressione logica di eventi riesce sempre ad essere ragionevolmente prevedibile, o quanto meno limitata dalla percezione di anticipati elementi. Ma se il microscopico influenzasse il macrocosmo, come implicato in molte forme di stregoneria degli ambiti mitologico, folkloristico o speculativo, diventa molto più probabile che gravi catastrofi o disastri senza precedenti riescano ad insorgere sul nostro cammino, con conseguenze non sempre facili da prevedere. Non sarebbe d’altro canto e con tali premesse privo di fattori di rischio latenti, per la sopravvivenza collettiva ed il futuro condiviso dell’umanità, quanto accaduto la scorsa settimana presso il Museo di Scienze Naturali a Houston, Texas. Dove un cuore pulsante da un tempo pari ormai a cinque o sei decadi ha smesso improvvisamente di oscillare evocando l’idea pratica del compiersi di una profezia finale. Denunciando agli occhi dei visitatori qualcosa d’istintivamente impossibile, nonché catartico oltre ogni possibile premessa di partenza; la fine del mondo così come siamo stati abituati a conoscerlo. Stop al ciclo giorno-notte che regola i fondamentali ritmi circadiani. Ed il potente scatenarsi di una serie di forze inerziali tali da generare terribili tsunami, crolli e terremoti su ogni latitudine capace di supportare la vita. In altri termini l’inizio misurabile di un’epoca esiziale, in cui la Terra ha smesso di girare.
Possibile, impossibile, ci sono poche differenze. Finché nella disanima ordinata dei minuti ed ore, non torniamo fino all’invenzione originaria di Léon Foucault nel 1851, quando il rinomato fisico chiese ed ottenne il permesso di Napoleone III, Imperatore dei Francesi, per poter appendere una sfera metallica di 28 Kg da uno dei tetti più alti di tutta Parigi: l’alta cupola costruita sopra il Meridiano, la linea matematica corrispondente alla suddivisione di quel globo che ospita tutte le nostre aspirazioni, circostanze o presupposti pratici di sostanziale realizzazione individuale. Un corpo astrale, perché di ciò si tratta, già teorizzato dai filosofi dei tempi antecedenti come veicolo dotato di due presupposti inappellabili, comuni a molti dei suoi simili nella galassia sconfinata: rivoluzione e rotazione attorno all’asse della propria forma sferoidale. Già, ma come dimostrarlo in modo molto pratico, se non così? Tramite un esperimento molto semplice ed al tempo stesso carico d’ingegno, utile a dimostrare la lungamente nota evidenza della cosiddetta forza di Coriolis, notata già 184 anni prima del suo battesimo formale nel 1835 dai matematici coinvolti nel preciso campo dell’artiglieria militare. Dove i proiettili tendevano, notoriamente, a deviare in modo prevedibile sulla distanza anche in assenza di vento; questo non per uno scherzo del destino bensì perché l’intero quadro di riferimento, inclusi osservatori, punto di partenza e bersaglio, si erano spostati altrove…



