L’artista demoniaco dell’avorio e il palinsesto sferico dell’uovo che ogni cosa contiene

Nel VI avanti Cristo in Grecia, il filosofo Anassimandro descriveva l’Universo come un susseguirsi di sfere concentriche di fuoco, posizionate in modo tale da avvolgere ed illuminare la Terra. L’astronomo Tolomeo, vissuto 700 anni dopo durante l’Era ellenistica dell’Impero Romano, descrisse un modello in cui il nostro pianeta si trovava in corrispondenza del mozzo esatto dei cerchi disegnati dal passaggio dei diversi oggetti celesti, progressivamente più lontani. Molti uomini sapienti, provenienti dai contesti culturali più diversi, avevano compreso che l’equidistanza da un punto centrale era uno dei principi fondamentali dell’esistenza, e la ricorsività geometrica una sua diretta conseguenza. Sebbene all’altro capo del continente eurasiatico, dove le discipline proto-scientifiche trovavano maggiori appigli nel rapporto col divino e il soprannaturale, tale interconnessione avesse una tendenza marcata ad esprimersi attraverso il mezzo artistico di manufatti dalle multiformi chiavi interpretative. Così come gli esperti fabbricanti, prendendo in mano il materiale di partenza, scavavano e suddividevano il soggetto in una serie di passaggi successivi. L’uno più profondo di quello precedente, fino al cupo, laborioso e prettamente indefinibile nucleo immobile del discorso frutto del cesello in questione. Come una precisa matrioska filosofica, in altri termini, in cui ciascuna bambola è sostituita da un’involucro in bassorilievo dalla forma sferoidale scollegata dagli strati adiacenti. Con la sagoma evidente di draghi, fenici ed altri esseri di buon auspicio in base ai dettami del Feng Shui millenario. Quali siano a tal proposito le origini della Gui Gong Qiu (鬼工球 – “Sfera del lavoro demoniaco”) è una questione oggetto di lunghe ed altrettanto contrapposte disquisizioni. Pur avendo una prima menzione per iscritto specificamente databile all’opera letteraria della fine della Dinastia Yuan di Cao Zhao, che durante il dominio dei mongoli scrisse nel 1338 d.C. il suo Gegu Yaolun (格古要論 – “Importanti Discussioni sull’Antichità”). Dove si fa menzione, tra i molti altri oggetti ancestrali, di una palla d’avorio cava, che aveva due o più strati concentrici al suo interno in grado di ruotare in modo indipendente”. Null’altro che un semplice punto di partenza, per una forma d’arte straordinariamente specifica e complessa, destinata a raggiungere l’apice della sua storia nel corso dei seguenti secoli. Benché sia altrettanto possibile che i manufatti in questione, così straordinariamente delicati, semplicemente non abbiano potuto sopravvivere al passaggio di un periodo di tempo maggiore…

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La nobile arte che imprime schemi d’eleganza nella tosatura del dromedario

Costruirono il concetto stesso dei commerci all’apice del Mondo Antico. Quando le opportunità rappresentate dagli insediamenti umani del Maghreb, conosciuti dall’Egitto prima e poi i loro vicini Romani e Cartaginesi, si scontravano regolarmente con il valico impossibile del più vasto e inospitale dei deserti, il Sahara. Letale per la stirpe equina, se possibile, ancor più di quella umana. Il che lasciava il compito di trasportare merci e bagagli a due sole possibili creature: il mulo e quello che nella lingua franca di quei secoli veniva detto dromas, un grecismo che significa “corridore”. In riferimento alla propria capacità di sopravvivere e spostarsi alacremente sulle sabbie, grazie alle riserve di grasso contenute nella gobba e quelle idriche riciclate nello stomaco sfruttando il suo perfezionato metodo di filtrazione renale. In quei tempi, tuttavia, chiunque conoscesse il popolo dei Libici o Amazigh non li associava ad una pratica particolare di abbellimento o decorazione di questi animali, visti unicamente come navi di quel mondo, funzionali al coronamento di palesi e ben collaudati obiettivi. Con l’inizio del periodo islamico a partire dal VII secolo, ed il diffondersi di questa religione attraverso il corso dell’Alto Medioevo, le cose iniziarono gradualmente a cambiare: il gobbuto era un dono divino, creato sulla Terra per fornire aiuto e ricchezze ai devoti. Quale miglior modo, dunque, di rendere omaggio ad Allah, che veicolare lo splendore implicito del cosmo imprimendovi la risultanza di svariate ore di lavoro, così da renderlo magnifico allo sguardo, oltre che utile all’ingrandimento del portamonete dei mercanti? Dove o quando ebbe inizio questa particolare pratica, non è ad oggi noto. Sebbene vanti una speciale associazione con la ricorrenza annuale della Eid al-Adha o festa del sacrificio, quando in grandi fiere le famiglie facoltose sono solite acquistare l’animale più attraente ed in salute, per offrirlo sull’altare così come Abramo era disposto a fare col suo unico figlio, Isacco. Sebbene sia opinabile che ad oggi, il più alto livello apprezzabile di tosatura artistica del dromedario sia attestata soprattutto nel subcontinente, tra il Pakistan e l’India, avendo trovato in quest’ultima il nuovo contesto calendariale della Kartika Purnima, occasione dedicata al bagno purificatore effettuato dal creatore Brahma nel lago di Pushkar, nell’odierno distretto del Rajasthan. Dove il palesarsi di quadrupedi finemente ornati è un’occorrenza in molti modi attesa, vista la quantità di operatori esperti nella messa in pratica di questa antica e complicata materia. Tanto che il loro lavoro, portato a compimento con perizia ineccepibile e capacità probabilmente oggetto di specifiche stirpi di appredimento, rappresenta un’ulteriore attrazione del contesto per gli amanti del mammifero artiodattilo dei climi aridi, assieme alle sue corse, combattimenti e concorsi di bellezza per ciascuna delle razze riconosciute. Mentre nel mondo contemporaneo di Internet, la barberia dei dromedari rappresenta un altro misterioso lavorìo dei popoli, capace di dar adito a visioni supportate da preziose convergenze esteriori…

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L’eco dell’oceano nella grotta che racconta le precipue connessioni tra le genti dei mari del mondo

Non esiste un momento leggendario o iconico del primo contatto coi nativi australiani, paragonabile con la vicenda di Pocahontas e l’ottimistico risvolto del Giorno del Ringraziamento. Forse a causa del maggior grado di organizzazione dei primi coloni europei, giunti fino a queste terre non prima del XVIII secolo, pienamente forniti di provviste e il necessario per assicurarsi un’ottimale sopravvivenza. O magari a causa della forma mentis di una nuova classe dirigente, che vedeva la Bothany Bay di Cook principalmente come un sito punitivo, letteralmente l’ideale per la costruzione di un vasto ed autosufficiente insediamento penale. Successivamente quindi, con l’istituzione delle prime spedizioni scientifiche e fonti antropologiche in materia, gli aborigeni vennero presentati al mondo in un modo spassionato e privo di alcun sentimentalismo latente: ecco un popolo, affermavano gli accademici moderni supportati dai propri ritrovamenti archeologici, che sussiste fin dall’epoca del primo Olocene (11.000-10.000 anni fa). In questo lungo susseguirsi di secoli, non è cambiato in modo significativo, né ha sviluppato alcun tipo di manifestazione operativa degna di essere chiamata “civilizzazione”. Con l’espansione degli interessi e conseguente spartizione delle sfere d’influenza nella cosiddetta Oceania o Polinesia Vicina, entro quello che in origine era stato il compatto continente oggi sommerso di Sahul, gli uomini del settentrione non ebbero alcun tipo di esitazione verso il conquistare e sottomettere l’odierna Papua Nuova Guinea. Luogo suddiviso in una quantità d’innumerevoli gruppi umani e idiomi, tutti egualmente primitivi, indifferenti alle fondamentali questioni del dominio e lo sfruttamento dei tesori tanto generosamente messi in mostra dalla natura. Dove non c’è un senso d’unità tra le diverse nazioni e tribù indigene, d’altronde, come poteva svilupparsi un qualsivoglia tipo di resistenza?
La successiva introduzione di una coscienza storica e necessità di giustificazione legale per l’esproprio di determinati spazi, particolarmente a partire dal famoso caso Mabo v. Queensland del 1991, avrebbe portato alla percezione collettiva dell’esistenza di determinate soluzioni amministrative, da parte dei popoli indigeni, che vedevano l’umanità e il suo ambiente come interconnessi in modo intrinseco, fin da quando quest’ultimo era stato plasmato dalle nebulose entità sovradimensionate della leggendaria Età del Sogno. E per la successiva notazione etnografica, più volte confermata a partire dalla prima analisi da parte dell’antropologo Roy Wagner nel tomo analitico di Pamela Swadling, Plumes of Paradise, di eroi creatori itineranti, come la figura transnazionale di Sido/Souw, che viaggiò attraverso le isole rendendo manifeste mappe, rotte commerciali e punti d’incontro. Ponendo le basi di un’euristica realizzazione destinata a palesarsi verso l’inizio degli anni 2000, relativa all’esistenza di un sistema di cultura indiviso, capace di estendersi attraverso i vasti confini d’Oceania. Fino a gruppi etnici dell’entroterra che da sempre erano stati considerati non soltanto atavici ed ingenui, ma anche del tutto isolati dai loro più operosi contemporanei costieri…

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L’antico regno di navigatori che riportò giraffe in India, ed elefanti fino all’isola di Bali

Quando si parla dei palesi segni di contatto intercorso tra gli antichi e distanti imperi, siamo spesso inclini a immaginare l’opera di affermati esploratori o individui eccezionali, come i successivi e contemporanei Zhang He della Cina o Marco Polo dalla Repubblica Veneziana. A molto prima dell’epoca medievale, tuttavia, risalgono i ritrovamenti inconfutabili di monete romane nei distanti territori d’Asia, e viceversa oggetti provenienti da quel mondo e simili culture, nella zona d’interesse dei sette colli dove l’Urbe era stata fondata. E nessun nome di famosi ambasciatori, esploratori o mercanti che compaia tra le pagine dei resoconti storici e gli annali dei reciproci studiosi coévi. Questo perché statisticamente, nonché dal punto di vista logico, riesce difficile pensare che un singolo carico isolato possa aver fornito l’opportunità a specifici isolati oggetti, di attraversare intonsi più di venti secoli di storia e delle articolate tribolazioni umane. Non è forse più credibile pensare che per ogni pezzo di conio ritrovato, almeno mille abbiano attraversato i mari? E per ciascun bastoncino d’incenso, almeno diecimila?
C’è sempre almeno un singolo paragrafo dedicato nei comuni sussidiari, a tal proposito, alle trascorse imprese marinaresche dei Fenici, maestri del Mediterraneo dall’isola di Cipro fino alle Azzorre, nonché in base alle narrazioni di Erodoto il primo popolo capace di circumnavigare il continente africano. Laddove all’altro lato della civilizzazione, nella gestalt di culture che abitavano le coste di un altro mare interno, un simile consorzio di eminenti solcatori delle acque fecero lo stesso in un contesto strettamente collegato all’Asia Meridionale. Tale luogo era il Kalinga Sagar, oggi corrispondente al Golfo del Bengala, sebbene tale nome sia in effetti risalente alla venuta del colonialismo inglese ed i toponimi creati dagli occidentali. Laddove fin dall’epoca semi-leggendaria del poema indiano Mahabharata, ed attraverso un lungo periodo che si sarebbe esteso per circa migliaia di anni prima e dopo la nascita di Cristo, si era soliti chiamare tale massa d’acqua per associazione con la principale cultura e nazione dell’odierno territorio statale dell’Odisha/Orissa: il regno feudale, per l’appunto, di Kalinga. Ed è in effetti alquanto sorprendente, nonché illuminante rilevare quante poche fonti storiche e nozioni siano reperibili sull’argomento, forse a causa della conquista effettuata di queste terre nel terzo secolo a.C. da parte dell’imperatore Maurya Ashoka che le aveva sottratte alla precedente egemonia dei Nanda, dopo un significativo investimento in termini di risorse e vite umane. Per poi sceglierne di farne una semplice provincia tra le molte del suo dominio, destinato come gli altri a ricevere i pilastri incisi con i chiari editti e proibizioni del potere centrale. Sebbene i leggendari Sadhaba, gli “uomini onesti” dei mari, non avrebbero neppure allora, e per molti anni a venire, smesso d’imbarcarsi verso le remote terre conosciute dai loro predecessori…

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