Il re degli alberi caraibici ed il suo fantastico stormo di minuscoli droni rotanti

E in fondo che cosa davvero incorpora, alla fine, la più pura essenza di una pianta? Forse il suo tronco forte ed alto, se presente, il corpo di un qualcosa in grado di restare integro attraverso le generazioni. Oppure il fiore effimero, massima espressione del suo puro senso estetico, destinato ad appassire in un tempo relativamente breve. O ancora il frutto, fecondata risultanza, prodotto biologico di quel bisogno di restituire, almeno in parte, l’energia impiegata per raggiungere l’estremo locus compilato nelle cellule che riproducono il copione della vita immanente. E perché no, arrivati a questo punto, ciò che in senso pratico quest’ultimo tesoro riesce a custodirlo, sotto l’involucro dell’endocarpo, capsula dotata dell’enorme potenziale che potrà soltanto realizzarlo in condizioni idonee, raggiungendo un suolo carico di nutrimento. Che sia pure luminoso ed altrettanto privo di famelici granivori intenti a troncare sul nascita l’eventuale nascita di un alto fusto nel bel mezzo di una radura. Se invero per fare l’albero ci vuole il seme, dunque, non sarebbe parimenti giusto dire in chiari termini che tale arbusto SIA la risultanza di quel chicco, molto prima di ramificarsi e mettere radici, ed in tal senso ne possieda le fondamentali e imprescindibili prerogative pertinenti?
Da cui l’idea per certi versi sottintesa, ma cionondimeno pregna, che un’ampia serie di alberi possano, in determinate circostanze, non soltanto muoversi ma spiccare addirittura il volo. Planare agili, lontano dal proprio luogo d’origine. Fino alla promessa terra dove possano effettivamente dare un senso al proprio logico senso d’aspettativa. Rendendo grande, addirittura immenso. Ciò che nasce come placida prerogativa dagli angusti limiti e ristretti confini. Nient’altro che una mistica curiosità, scovata da qualcuno, in mezzo all’erba nel cuore della natura.
Persone come Polina Drihem dell’omonimo profilo d’Instagram, che nel corso di una passeggiata nei pressi di Hallandale Beach in Florida si è chinata per raccogliere e guardare meglio quella stessa cosa già scrutata da infinite moltitudini dei propri accidentali predecessori: una piccola e compatta pigna, almeno in apparenza, fuoriuscita da un guscio pentalobato come se fosse stato l’abito di una festa appena terminata. Dotato delle scaglie sovrapposte colme d’inespresse aspirazioni vegetali, come ali di un angelico e invisibile pangolino. Perché ancora saldamente infisse attorno a tale nucleo indiviso, lì dove la terra ormai è riuscita a circondarle con le sue catene gravitazionali. Ah, mogano, missione fallita. Almeno in quel singolo caso, poiché non sei riuscito a decollare! Ma molti sono i tuoi frutti ancora integri, che attendono pazientemente in mezzo ai sovrapposti rami. L’ora di aprirsi come molle progettate attentamente dall’evoluzione, per scagliare innanzi il proprio carico segreto, capace di riuscire a cavalcare agevolmente i venti di un uragano…

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L’incerto destino della valle che detiene l’insepolta kryptonite d’Europa

Poiché il processo tecnologico della moderna civiltà industrializzata può essere rappresentato da una serie di gradini, ciascuno dei quali caratterizzato dall’imprescindibile necessità di determinate risorse, consapevolezze e competenze situazionali. Dall’uomo primitivo per cui la selce era la fonte di ogni utile strumento usato per modificare la natura, al suo discendente dell’Età del Bronzo e i successivi possessori del sacro fuoco in grado di fondere e lavorare il ferro; poi l’acciaio e infine, il tungsteno. E che dire dei cavalli da addomesticare e successivamente, l’alluminio necessario per costruire gli aeroplani? Ma c’è una specifica sostanza, il petrolio, la cui importanza sembra superare intatta le generazioni, come fonte organica di carburanti ed energia elettrica, i due pilastri che incasellano il funzionamento di ogni pratica modernità del nostro quotidiano. Ebbene se ora noi dovessimo costruire una precisa graduatoria, non è poi tanto improbabile che nei prossimi venti, trent’anni tale dogma possa essere d’un tratto accantonato. Almeno in parte e per l’ormai acclarato diffondersi delle fonti rinnovabili, un’approccio di approvvigionamento destinato a diventare necessario con il progressivo complicarsi dei fattori collaterali e logistici connessi allo sfruttamento del territorio. Ed è proprio in questo tipo di passaggi generazionali, ovvero il passo successivo nella prototipica salita della scalinata, che nuove opportunità compaiono sopra la linea dell’orizzonte. Salienti lampadine che si accendono, causa la scoperta di profili inaspettati e incrementali di miglioramento.
Era settembre del 2004 quando la squadra di prospezione guidata dal geologo Nenad Grubin, stipendiato assieme ai suoi colleghi dalla gigantesca multinazionale mineraria australiana/britannica di Rio Tinto, si trovava in Serbia alla ricerca di nuove opportunità d’investimento. La sua missione: individuare potenziali fonti di boro, un elemento usato nella produzione industriale di oggetti resistenti alle alte temperature, come utensili da cucina o navi spaziali, la creazione di composti chimici rilevanti dal punto di vista farmacologico e l’integrazione all’interno di cosmetici e saponi di varia natura. Laggiù nella valle del fiume Jadar, un tributario lungo 75 Km del più famoso Drina, spesso paragonato per l’ampio bacino fertile storicamente rilevante al Po ed alla Pianura Padana d’Italia. In quel momento destinato, dunque, a rivelare già in seguito ad una sua prima trivellazione fonti economicamente rilevanti di quel sospirato minerale. Ma sarebbe stato al secondo foro praticato verticalmente che qualcosa di ancor più interessante avrebbe lasciato Grubin totalmente senza parole: un tipo di roccia mai vista prima o toccata con mani umane, destinata a ricevere il nome di battesimo sul campo di jaderite. Così riferendosi a quel territorio, piuttosto che alla giada (con cui la nuova scoperta non ha nessun punto in comune, neanche la pronuncia visto che si dice yaderite) gli scienziati sottoposero la pietra frutto di particolari condizioni ambientali ad un’analisi rivelatoria, destinata ad individuare al suo interno oltre al boro una copiosa quantità di quello che potremmo definire come l’oro bianco dei nostri giorni: il metallo duttile e malleabile chiamato litio, materia prima insostituibile nella produzione delle moderne batterie, ma anche pannelli solari, turbine eoliche, leghe per telai di mezzi ad alte prestazioni, purificazione dell’aria… E tutto questo in una quantità possibilmente priva di precedenti, tanto che le proiezioni maggiormente ottimistiche parlano di 58.000 tonnellate di minerale estraibili annualmente da un pool di 136 milioni, pari al 17% del fabbisogno complessivo mondiale.
Trovandoci al cospetto, in altri termini, di un paese dell’Est Europa dalle condizioni socio-economiche storicamente complesse, che d’un tratto valutava il potenziale d’affacciarsi sul panorama commerciale globalizzato, non in qualità di vittima collaterale bensì un player di portata monumentale, rivale diretto di giganti nell’approvvigionamento delle risorse prime come l’Australia, la Cina e gli Stati Uniti. Se soltanto le cose potessero dimostrarsi, a tutti gli effetti, semplici come sarebbe stato legittimo aspettarsi a partire da presupposti fin qui menzionati…

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La complessa verità spagnola del grande spazio bianco che nutre l’Europa

L’annientamento pressoché totale della natura in quanto principio non-umano dell’esistenza può assumere molte guise o colori. Il meno probabile dei quali, nella maggior parte delle circostanze, è il verde. Tonalità considerata maggiormente rappresentativa di vegetazione, foreste, persino i campi coltivati che a loro modo, possono costituire uno spazio sicuro per fauna benefica quali insetti impollinatori, lombrichi, uccelli migratori. Esiste tuttavia un contesto, quello dell’agricoltura intensiva, in cui questa felice comunione cessa totalmente di sussistere. Anche per il semplice fatto, tra molti altri, del tetto che ricopre le coltivazioni create con al centro delle aspettative l’esigenza di riuscire a soddisfare l’economia di scala contemporanea. Che nella comarca andalusa di Poniente Almeriense, in corrispondenza della costa meridionale della Spagna con epicentro presso il comune di El Ejido, un’intera zona di 260 Km quadrati possa essere stata sottoposta a tale trattamento, è d’altra parte una questione raramente discussa o sottoposta ad alcun tipo di osservazione o regolamento da parte dei legislatori europei. Forse perché tale zona dove tutto è bianco, per l’effetto riflettente di un distretto che si estende fino all’orizzonte ed oltre, è ormai da molte decadi una condizione necessaria a rifornire tutto l’anno un’alta e significativa parte dei supermercati europei.
L’idea che molti tipi di frutta non abbiano più una vera stagione, il fatto che mangiare l’insalata d’inverno sia del tutto normale, l’esistenza stessa di concetti come la macedonia fuori da periodi molto particolari o i dolci di Natale al cioccolato ad ogni latitudine sono la diretta risultanza di una serie di processi sviluppati soprattutto nel corso dell’ultimo secolo, grazie all’evoluzione dei trasporti ma anche e soprattutto la creazione di hub produttivi dall’elevato grado di efficienza procedurale. Luoghi dove la crescita vegetale è sostanzialmente cadenzata da gesti del tutto artificiali e l’aspetto meteorologico del clima, fatta eccezione per grandinate o tempeste particolarmente distruttive, non viene semplicemente calcolato all’interno dell’equazione. Dal che nasce il cosiddetto Mar de Plástico, così soprannominato successivamente alla pubblicazione di una foto satellitare da parte della NASA in cui questo paesaggio emerge prepotentemente tra i profili del Vecchio Continente, contrastando in modo netto tra la terra brulla e il blu profondo del Mar Mediterraneo. Come una megalopoli ma interamente dedicata alla coltivazione di cose come pomodori, cetrioli, melanzane, peperoni, meloni, cocomeri ed innumerevoli altri “doni” della terra, sotto un telo di poliestere del tutto o parzialmente trasparente. Distribuito in quello che costituisce la spropositata equivalenza di un vero e proprio labirinto di stabilimenti, costruiti l’uno a ridosso dell’altro. Ed angusti pertugi riservati agli spostamenti umani, dove l’aria circola soltanto in quantità e modalità limitate…

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Viaggio fantastico nel foro più profondo creato dall’indigente bramosia umana

Non è un segreto che l’avidità possa smuovere le montagne ma c’è almeno un caso nella storia degli scorsi due secoli, nella geografia e topografia del Sudafrica, in cui un’intera significativa massa di terra è stata semplicemente obliterata, da circa 50.000 persone armate di semplici vanghe, carriole ed altri attrezzi fatti funzionare unicamente con la forza delle loro schiene ed il sudore delle loro fronti. Non che gli effettivi lavoratori immigrati a Kimberley della miniera destinata ad essere chiamata dopo il 1871 “The Big Hole” (Il Grande Buco) fossero destinati a trarre un effettivo aumento di privilegi da tali fatiche: il guadagno per procura fu fin dal primissimo momento uno dei punti cardine, la stessa ragione d’esistenza, del nascente commercio su larga scala dei diamanti. Fin da quando il quindicenne Erasmus Jacobs, circa 10 anni prima di quel drastico inizio, accettò di dare “in prestito” al suo vicino Schalk van Niekerk uno strano ciottolo brillante che aveva trovato sulle rive di un torrente locale. Pietra destinata ad essere analizzata, accantonata e quindi approfondita ulteriormente presso specialisti a Città del Capo, fino dimostrarsi finalmente essere quello che l’uomo aveva sempre sospettato: un diamante da 21,25 carati. Schalk l’avrebbe quindi esposto alla fiera di Parigi nel 1867, momento a seguito del quale sarebbe diventato celebre come il Diamante Eureka. Ma tale acquisizione di fama e celebrità non poi tanto significativo, rispetto all’acquisto di due anni dopo da parte sua di un’immensa pietra da 83,7 carati, dietro il pagamento ad un pastore di 500 pecore, 10 buoi e un cavallo. Affare niente male per l’acquisto del diamante destinato a diventare noto come la Stella del Sudafrica passando subito di mano per una cifra iniziale di 11.000 sterline, per poi aumentare ulteriormente di valore fino alle 225.300 per cui sarebbe stato scambiato nel 1974. Ma per tornare a un secolo prima di quel momento, fu improvvisamente chiaro al mondo che nelle colline attorno alla seconda più popolosa città della sua intera regione geografica c’era Qualcosa e che i primi che fossero riusciti a trasformarlo in opportunità ne avrebbero di certo ricavato dei profitti assolutamente spropositati. Viene dunque fatto risalire al 1869 il momento in cui una nuova classe d’immigrati cominciò ad acquistare terreni estensivi sul versante poco fertile di quelle colline, alla frenetica ricerca della propria fortuna. Dando luogo alla caotica ed urgente situazione dalla quale, gradualmente, sarebbero emerse figure destinate a lasciare un segno indelebile nella storia del commercio globalizzato…

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