Nel mondo ideale del futuro, nessun luogo è irraggiungibile. Saettanti veicoli a motore, interfacciandosi con un paesaggio attentamente calibrato, conducono pneumatici lungo le strisce del proprio tragitto elettivo. Oltre valli, monti e oceani d’erba, indifferenti alle barriere un tempo invalicabili dei continenti. Eppure nel contempo, costruire strade di collegamento ed alti muri invalicabili sono processi interconnessi, se si adotta l’adeguata prospettiva di riferimento. Quella di creature che da lungo tempo condividono, seppur in modo involontario, il tipo di risorse paesaggistiche da sfruttate a tale scopo programmatico finali. Gli animali stessi, meri passeggeri lungo il viaggio cosmico della nave spaziale Terra? Personaggi secondari, nell’opera in tre atti che vede nell’epilogo il trionfo della nostra gente? Non è stato facile, a questo proposito, cancellare l’innato senso di condivisione ed empatia capaci di porre un ostacolo alla necessaria percezione soggiacente. Eppur ci sono luoghi dove la portata del danneggiamento, che deriva in modo implicito dalla disposizione di lunghe strisce d’asfalto, sembra troppo significativo per volgere lo sguardo altrove. Centri della biodiversità residua, ultima speranza di un precipuo meccanismo in cui la civiltà contemporanea è ancora un ospite o presenza occasionale. Ed altri popoli sopraelevati, lassù tra i rami verdeggianti, stolidamente popolano regioni ancora libere dell’Amazzonia.
Questo il caso del Brasile e del disastro naturale noto come BR-174, linea retta disegnata sulle mappe per un tratto di 3.300 Km lineari, tra Cáceres in Mato Grosso e Pacaraima sul confine venezuelano. Una risorsa senza precedenti sia per i vantaggi nel connettere due angoli del vasto territorio sudamericano, che in termini di conseguenze involontarie sulla fauna locale. Dal punto di vista dell’intero ecosistema sopraelevato di primati e altri mammiferi, la cui evoluzione si è concentrata sull’adattamento all’esistenza arboricola, abbandonando le capacità inerentemente necessarie a spostarsi efficientemente al livello del terreno ormai sottostante. Basti unire dunque tale presupposto, al pericolo inerente di un sentiero trafficato, dove veicoli necessitano di ampi spazi per riuscire a frenare, per comprendere l’atroce statistica, di circa 2.000 animali morti annualmente lungo questa singola arteria di collegamento nazionale. Ivi incluse specie a rischio d’estinzione più meno stringente, tra cui diverse entità endemiche dall’aspetto inconfondibile e inusitato, vedi la scimmia ragno dalla faccia nera, il mico di Schneider, il bugio rosso di Spix, il bugio rosso del Purus e lo zogue-zogue. Il che ha fatto di questo luogo, nel corso dell’ultima decade, il candidato ideale per l’applicazione di un approccio precedentemente adottato in altri luoghi soggetti a problematiche similari: la costruzione di luoghi di attraversamento artificiali, la dove la natura era costretta a rimanere dietro l’imprescindibile barriera. Ponti nello stile tibetano progettati con un alto grado di specificità, onde incoraggiare l’utilizzo da parte degli utenti sopramenzionati. Che pur mancando di una voce necessaria a esprimersi, acquisivano su questo piano un rinnovato diritto alla sopravvivenza…
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Nera piramide nel permafrost, lascito impossibile di millenarie civiltà alaskane
Il 16 ottobre 1972, un piccolo Cessna 310 bimotore con a bordo quattro persone, tra cui il leader di maggioranza Hale Boggs della Louisiana e il rappresentante dell’Alaska Nicholas Begich, si trovava in volo tra le città di Anchorage e Juneau, lungo la costa del più vasto e settentrionale degli Stati Uniti. Non sarebbe mai giunto a destinazione. In un territorio inospitale, climaticamente problematico, largamente disabitato come l’Alaska gli incidenti possono purtroppo capitare. Ciononostante, nei 39 giorni seguenti, un dispiegamento impressionante di 40 aerei militari e 50 civili in un’area corrispondente a 350.000 miglia quadrate, la più grande operazione di questo tipo mai organizzata nella storia, fallì nel ritrovare un qualsivoglia tipo d’indizio o evidenza del disastro, per non parlare di eventuali sopravvissuti. La questione, alquanto prevedibilmente, suscitò l’interesse della stampa a più livelli. Incluso quello sensazionalista, pronto a cogliere tale occasione per dare adito a una vecchia diceria locale. Basata sull’anomalia statistica secondo cui all’interno di un’area geografica di forma triangolare, tra Juneau, Anchorage ed Utqiagvik fossero state documentate un gran totale di 16.000 sparizioni, cifra oggettivamente molto superiore alla media. Commetto alle circostanze piuttosto che orientato alla ricerca di una causa, come nel caso ben più celebre delle Bermuda, vista l’assenza di fenomeni paranormali effettivamente registrati in tale spazio per lo più disabitato. Almeno, fino all’inizio degli anni ’90, quando un ex consulente della sicurezza per una base militare non più esistente nel Kuskokwim centrale, Douglas A. Mutschler, fece sentire all’improvviso la sua voce nel programma radio Coast to Coast AM, dopo aver contattato a mezzo e-mail la rinomata giornalista, teorica del complotto ed ufologa Linda Moulton Howe. Per descrivere in maniera sorprendentemente accurata uno stato dei fatti totalmente privo di evidenze precedenti: l’esistenza di una massiccia struttura, paragonabile per forma e dimensioni alla piramide di Cheope, situata in una zona sotterranea presso il monte McKinley nella zona di Denali. Costruzione, a suo dire, antecedente alla nostra epoca di almeno 200.000 anni, nonché costruita in uno sconosciuto materiale di colore totalmente nero da perdute civiltà, potenzialmente di natura extraterrestre. Approccio senza dubbio anomalo alla questione di presenze aliene su questo pianeta, teoricamente facile da confutare per la presumibile presenza tangibile, nonché facile da identificare tramite l’impiego delle moderne foto satellitari. Se non che, fattore di assoluta rilevanza, il gigantesco manufatto in questione sarebbe stato situato a circa mezzo miglio di profondità, nelle singolari circostanze che avrebbero contribuito, nella narrazione di Mutschler, alla sua imprevedibile scoperta. Strettamente interconnessa a un fatto storico effettivamente accaduto, il test nucleare cinese del 21 maggio 1992, effettuato a Lop Nor nello Xinjiang, di una bomba tra i 600 e 1.000 kilotoni, capace di rilasciare onde sismiche che furono rilevate dall’intera rete dei sismografi globalmente distribuiti. Con un singolo, notevole fattore tangente: la sagoma che lui dichiarò fosse comparsa, con impressionante nitidezza, sugli schermi degli impianti di Anchorage, di un vero e proprio oggetto fuori dal contesto, con la propria forma minacciosamente triangolare…
Dalla musica rimuove le vetuste ragnatele, enigmatica sei-corde che nasconde un ukulele
La torreggiante roccaforte del quinto Conservatorio si elevava tra le punte di monti Fagotto, connotando un panorama che sembrava risuonare delle note epiche di concerto infinito. La bacchetta saldamente stretta nella mano destra, il Maestro scrutò il premio tanto lungamente agognato: una coccarda del potere che gli avrebbe permesso di suonare fino al quarto movimento di una melodia bellica, passaggio necessario per ascendere al Disco Dorato: “Sarò il più grande suonatore della mia Era!” ripeté sommessamente tra se e se per la milionesima volta, le disordinate ciocche beethoveniane a ricadergli candide sulla rigida postura. Ma prima, un’ardua scelta lo aspettava in merito al destino del suo più fido alleato: “Ukulemon, aspetta, non mangiarla!” Una perla dorata fluttuava sopra il corpo temporaneamente esanime del Direttore, l’Arpicorda, il Trombone e la Ghironda che aveva utilizzato in battaglia ormai un mero ricordo, essendo ritornate dentro la custodia magica adagiata in posizione obliqua, come il feretro di un mistico rituale. Ora, il Maestro sapeva che se uno strumento di tipo cordofono avesse accettato il dono sfavillante di quella sudata vittoria, sarebbe andato incontro ad un processo di Evoluzione. Consultando preventivamente il Libretto, aveva controllato il fato predeterminato di un Ukulemon, predisposto a diventare un Guitarion: più lungo, più potente, totalmente… Diverso. Con una dimensione grossomodo raddoppiata, lo strumento non avrebbe più potuto adagiarsi con la stessa grazia sulle spalle del suo addestratore. E niente più tranquille cene condivise, accompagnando le conversazioni degli amici mentre si posizionava in bilico sul bordo del tavolo dei ristoranti, assieme ai fidi Flauto, Triangolo e Tamburino. A meno di seguire una particolare strada che gli avrebbe consentito di tornare indietro a piacere. Un metodo del tutto sconosciuto dalla vasta società suonatori, pur dedita alla scienza e alla continua sperimentazione autiditiva. Quella sera stessa, il Maestro avrebbe visitato il suo più vecchio amico, il Liutaio. Assieme avrebbero tentato l’impossibile: aprire il sentiero della retro-evoluzione discrezionale, per permettere ad un Guitarion di ritornare Ukulemon ogni qual volta una battaglia era stata portata a compimento. “Abbiamo la tecnologia, possiamo ricostruirti!” Disse al suo fidato compagno di mille battaglie musicali. “Strum! Strum!” Rispose Ukulemon, la solita espressione indecifrabile dipinta tra il ponte ed il rosone.
Mondi alternativi di partite senza fine, che conducono a vittorie inusitate. Fuori dalla dimensione a cui abbiamo fatto riferimento, l’unica persona in grado di emulare questa impresa è senza dubbio lo svedese Mattias Krantz, content creator di YouTube, alias influencer, alias viral video producer, che in un mondo più obiettivo dovrebbe essere considerato artista d’avanguardia della musica ed in modo particolare i suoi elementi esteriori. In altri termini l’attrezzatura, in altri termini ciò che vibra e oscilla, modula o veicola le onde auditive. Talvolta in modo chiaramente misurabile. Certe altre, oltre i confini della più impossibile speculazione. Prendete a pratico riferimento delle circostanze, la sua ultima bizzarra iniziativa, consistente nel creare un’apparato che sembra una cosa, ma diventa facilmente un’altra. Senza la benché minima interruzione del brano…
Il volo dell’Aquila d’idrogeno: tre uomini, l’ostilità del vento e il bianco Polo in sempiterna attesa
Il pericolo più grande è quello di colui che può vantare l’utilizzo di una lingua d’argento: per coloro che lo ascoltano, per il consorzio delle moltitudini e soprattutto per se stesso. Poiché la convinzione nei confronti di una qualsivoglia prospettiva, coadiuvata dal potere dialettico di un oratore, può modificare i termini della plausibilità inerente. Rendendo l’impossibile, del tutto praticabile… A parole. Finché divenga totalmente impraticabile, nel proseguir dei giorni, poter tornare alla salvezza di una condizione neutrale. Questo il dramma e tale la risoluzione in quel drammatico 1897, della storica vicenda messa in moto da Salomon August Andrée, fisico, ingegnere, impiegato dell’ufficio brevetti svedese a Stoccolma. Nonché praticante di un’attività particolarmente impegnativa, capace di farne un cavaliere dei distretti ventosi. Come aeronauta solitario a bordo del suo fido pallone aerostatico Svea, in una serie di nove pericolose avventure tra le isole ed il Baltico durante cui sperimentò la sensazione di trovarsi totalmente alla deriva. “Ma fu in quel momento, signori e signore, che ebbi l’illuminazione destinata a rovesciare il paradigma!” Il metodo da lungo tempo prospettato, per poter deviare direzione a bordo di una cesta trascinata in modo autonomo dal vento stesso. Frenandola mediante l’uso di una serie di pesanti corde, il cui attrito permettesse alle vele soprastante, finalmente, di sortire l’effetto tanto a lungo desiderato. Semplice, efficace, affidabile. A suo dire. E nella mente di chiunque fosse pronto ad ascoltarlo, ivi inclusi il re di Svezia Oscar II, i responsabili dell’Accademia Reale delle Scienze e niente meno che Alfred Nobel, l’inventore della dinamite e fondatore del Premio Nobel. Primi fornitori di una serie finanziamenti che in quell’epoca potevano auspicare un singolo ed imprescindibile obiettivo: andare lì a piantare la bandiera dove neanche l’eroico Adolf Erik Nordenskiöld, con il suo piroscafo Vega, era riuscito ad arrivare: l’assoluto Polo Nord Geografico, latitudine zero, longitudine zero. Una corsa che ricorda quella molto successiva verso il territorio della Luna notturna, per la quantità di uomini e di mezzi che i diversi paesi spesero nel tentativo di ottenere il risultante prestigio. “In verità vi dico, nessuno al mondo è in grado di fornire più efficaci garanzie delle mie. Poiché la direzione stessa dei venti, le poche precipitazioni, l’assenza di vegetazione in grado di pregiudicare l’uso delle corde di trascinamento, rendono l’Artico un ambiente ideale per l’eroico volo di un pallone attentamente progettato.” E con più di 100.000 kronor per agevolare il proprio sogno visionario, Andrée scelse d’investirne una parte importante nella più efficiente versione immaginabile di quel tipo di veicolo, prodotta a Parigi dal leggendario Henri Lachambre, con tre strati d’ineccepibile seta cinese Pongee…



