In quel modo catturato in quanto immagine visibilmente a sbalzo, marchio iconico sulla parete, la creatura araldica figura come l’ombra metaforica di un’evidente circostanza. Tre gambe corazzate, con speroni da cavaliere, interconnesse l’una all’altra nell’assenza di una testa di gorgone nel punto centrale, che avrebbe impreziosito originariamente la composizione. Giacché non è in Sicilia questo luogo, bensì un’altra isola all’estremità del continente, dipendenza della Monarchia Britannica, il cui motto prende origine da tale sagoma, il triscele: Quocunque Jeceris Stabit; comunque lo getti, resta in piedi. Ma se nessuno lo disturba, inizierà a girare? Invero come mai potrebbe, alternativamente, muoversi da un punto all’altro della sua esistenza? Questo il nesso dell’associazione, indubitabilmente, utilizzata nel 1854 per decidere d’imprimere lo stemma sopra l’edificio costruito a Laxey, nella regione geologicamente ricca di Glen Mooar. Una struttura costituita da una torre, con vertiginose scale a chiocciola a ridosso delle mura esterne. Ed al suo interno l’acqua di un sifone, visto l’esplicito obiettivo di farla sgorgare contro i 168 cassoni equidistanti dal mozzo centrale. Di un oggetto che pare invocare il proprio sempiterno movimento; ruota delle circostanze in essere, qui posizionata perseguendo un obiettivo preciso.
Magnifico coronamento del paesaggio, almeno se si amano le costruzioni antropogeniche, la macchina industriale nominata al tempo come Lady Isabella nacque per il tramite di un’esigenza ben precisa. Che può essere riassunta in via sintetica nell’estrazione sistematica dell’acqua di miniera, presso gli stabilimenti della Great Laxey Mining Company, entità dedita all’estrazione di copiose quantità di zinco, e successivamente piombo, dal redditizio sottosuolo ivi locato. Una delle più tipiche necessità dell’epoca Industriale, come confermato da innumerevoli strutture a vapore disseminate nel resto dell’area britannica, sebbene in questo caso connotata da un passaggio ulteriore. Giacché Man risulta priva, fin dalla sua remota formazione, di giacimenti di carbone utilizzabili. Il che lasciava come fonte d’energia economicamente conveniente all’epoca, soltanto una possibile alternativa: l’attrazione gravitazionale stessa, operante sulle acque considerevoli ruscellanti dai punti di accumulo montani. Verso la quantità di fiumiciattoli e torrenti interconnessi, che in quell’attimo fatidico, l’ingegnere del posto Robert Casement decise d’imbrigliare in una sorta di acquedotto Romano, al fine di raggiungere l’auspicato, cinetico coronamento…
tecnica
Il bruco che s’insinua dentro il formicaio impiegando il proprio indistruttibile carro armato
Piccolo residuo cadaverico a forma di 8, grumo inutile di resti abbandonati ai margini della fortezza sotterranea. Qui, nella foresta dell’Asia Orientale, dove gruppi appartenenti alle sotto-famiglie Formicinae o Myrmicinae condividono le stesse millenarie aspirazioni: vivere, moltiplicarsi, espandere i confini delle proprie brulicanti nazioni. Una singola preda alla volta. Saturando una discarica alla volta. Finché non venne il giorno in cui, per l’occorrenza di un allineamento sventurato, quegli stessi rifiuti possano improvvisamente prendere vita. E deambulando lentamente, facciano ritorno al nesso interno di quel mondo impenetrabile e guardingo. Oltre i margini del suo perimetro, dove i soldati formano picchetti mai dormienti. In mezzo allo strato di operaie, stranamente indifferenti al palesarsi di una tale anomalia strisciante. Così la larva della specie Ippa conspersa riesce ad aggirare la programmazione dei suoi antichi avversari. Per ghermirli e intrappolarli, uno alla volta, dove manchino speranze di trovare vie di fuga o qualsivoglia scampolo di luce, né salvezza. Il che rappresenta, di per se, già una questione insolita nel suo complesso. Giacché un bruco in mezzo alle formiche è giunto normalmente all’ultimo capitolo della propria esistenza. Creatura giovane, incapace di fuggire, ricca di sostanze nutrienti accumulate nell’attesa di raggiungere la propria metamorfosi confidenziale. Perché non trasformare, a questo punto, la sua debolezza in forza? Perché non portare l’ancestrale guerra dietro l’uscio degli esapodi torturatori? E farne il pasto di un terribile plenilunio di sangue… In base all’oggettivo senso del bisogno indissolubile e inavvicinabile dell’arachide mannara. Sinonimo d’impenetrabile corazza, non priva di un certo fascino inerente, derivante dalla propria implicita funzione. Infiltrarsi ed essere del tutto priva di sostanza. Da ogni punto di vista, trasparente all’occhio scrutatore della preda multiforme, il cui nome prototipico è Legione. Così alle prese con colui o colei che in modo molto feromonico, ignora i segni che comunemente instradano la relazione tra gli insetti eusociali e le loro prede. Allorché l’unione collettiva degli sforzi può costituire una forza, ma irrigidisce anche i parametri istintivi di reazione ai rischi di un fatale giorno. Permettendo a chi può averne la capacità, di trarne incomparabile soddisfazione, verso l’ora della sazietà agognata…
Il segreto giapponese degli specchi da preghiera usati per sviare l’avversione del governo shogunale
Ana-tsurushi, il Supplizio del buco: la vittima veniva appesa a testa in giù all’interno di una fossa. Un foro praticato dietro al collo, atrocemente, garantiva un lento e inesorabile dissanguamento. Soltanto sollevare la mano sinistra, chiamando il carnefice per cedere alla sua veemente richiesta, avrebbe posto fine alle sue sofferenze. Unzen jigoku, l’inferno dell’Unzen: le acque incandescenti di questa famosa sorgente termica venivano versate sulle carni dei fedeli, causando ustioni dolorose finché non fossero stati disposti ad abiurare. Queste solo due dei più famosi metodi, resi famosi sul piano internazionale dal romanzo “Silenzio” (Chinmoku – 沈黙) di Shūsaku Endō utilizzati per costringere i Cristiani a rinnegare il fumi-e (踏み絵 – immagine da calpestare) tra ferimenti, mutilazioni e fosse dei serpenti, in base ad una logica spietata ma efficiente; l’idea che creare martiri sarebbe stato un approccio controproducente. A meno che costoro rinnegassero di fronte a testimoni, in maniera inconfutabile, di aver lasciato indietro i problematici dettami appresi dai sacerdoti stranieri. Un gesto nonostante tutto imperdonabile, in base all’ideale di abnegazione e fedeltà profondamente intrinseco nell’ideale di quella cultura.
Una comunità cristiana all’interno del Giappone finalmente unificato dal più potente samurai vissuto, Ieyasu Tokugawa, successivamente all’epocale conflitto delle guerre civili terminate nel 1600, poteva essere uno strumento pericoloso. Così come dimostrato esattamente 37 anni dopo, a causa della ribellione di Shimabara, guidata dal samurai convertito Amakusa Shirō contro il mal governo del suo precedente signore, Matsukura Katsuie. E molto venne fatto, dalle generazioni successive dei supremi Shōgun sopra il trono edochiano, onde perfezionare ulteriormente i già affinati metodi impiegati per infliggere dolore a chi negasse la legittima sovranità dei discendenti del prestigioso clan dei Minamoto e i loro servitori più che millenari. Eppure la Cristianità riuscì, in qualche maniera, a sopravvivere. Fino al verificarsi del famoso “Miracolo d’Oriente” allora battezzato dallo stesso Papa Pio IX nel 1867, con riferimento al presentarsi due anni prima di un gruppo di 15 nativi, presso la recentemente costruita chiesa di Oura Tenshudo a Nagasaki, per chiedere ai missionari francesi di poter pregare presso l’immagine di Maria. I cui avi avevano saputo, nonostante tutto, mantenersi nascosti alle autorità centrali della temuta polizia del Bakufu. E quando inevitabilmente catturati, di tanto in tanto, avevano potuto recitare con estrema convinzione la loro parte. Non soltanto custodendo un’immagine indefessa del Divino nella propria mente intonsa. Bensì all’interno delle loro stesse case, invisibile e visibile al tempo stesso. Ogni qual volta si prendeva quell’oggetto liscio costruito in bronzo, lo specchio sacrosanto degli antichi miti e Dei shintoisti. Esponendolo alla luce in un particolare modo, volgendolo contro una specifica parete. Vedendo allora immantinente comparire su di essa, evanescente ma perfettamente riconoscibile, il volto proibito del Salvatore…
Tempesta di colpi che riecheggia con acustica perfetta contro l’alto muro del Jai alai
Lo svago collettivo ed il divertimento, il flusso dei primi turisti ed il benessere degli abitanti non erano concetti sconosciuti nella Cuba degli inizi del Novecento. Quando al centro dell’Avana un luogo in mezzo a molti altri sembrava suscitare, più di ogni altro, l’entusiasmo cacofonico dei propri ospiti e utilizzatori. El Palacio de los Gritos, lo chiamavano in lingua spagnola, con riferimento al chiasso senza fine che sembrava provenire nelle ore di maggior frequentazione dalla propria forma lunga e stretta, con un’altezza grosso modo equivalente a un condominio di due o tre piani. Nessun solaio campeggiava in tale spazio, tuttavia, bensì un unico soffitto alto e un corridoio dall’ampiezza calpestabile di 15 metri, sebbene aperto su di un lato al fine di ospitare il pubblico del quotidiano evento partecipativo, un po’ come quello utilizzato per le registrazioni molto successive di una sit-com. Jai ala era il nome di una tale circostanza, ovvero “Festa allegra” così come suggerito inizialmente da Serafin Baroja una trentina d’anni prima, facendo l’utilizzo dell’idioma della sua antica nazione. Luogo di provenienza, per l’appunto, di una delle molte evoluzioni della pallacorda del XIII secolo, tradizionalmente incorporata nella lunga serie di stimate tradizioni e tratti culturali degli Euskadi, in questo caso destinati a convergere nella disciplina comunemente nota come pelota/pilota o più semplicemente “palla” basca. Per la prima volta, come in pochi avrebbero potuto immaginare, qualcosa di originariamente relegato a quel distintivo fazzoletto d’Europa era giunto all’altro alto dell’oceano. Ed il futuro successo di quel nuovo sport, in quel momento, non sarebbe potuto apparire connotato da più enfatiche speranze.
Molti sono, a tal proposito, gli aspetti affascinanti che rendono la pratica in questione interessante fin da subito ai non iniziati. A cominciare dal fattore esteriore della chistera con la forma riconoscibile di una banana o cesta saldamente legata al braccio destro dei quattro giocatori (per ragioni intrinseche, non sono ammessi i mancini) intrecciata come il vimini con listelli di canna e possibilmente dotata di struttura portante in legno di castagno appositamente importato. Capace di agire come una sorta di estensione e al tempo stesso catapulta situazionale, ogni qual volta costoro scaraventano la pelota di caucciù e cuoio contro l’iconico frontón o parete posta innanzi ai loro sforzi, cercando di farla rimbalzare in modo che gli avversari risultino incapaci di afferrarla entro il secondo rimbalzo e rimandarla indietro con un solo fluido movimento della propria mano. Una sorta di squash dunque, racketball o padel, con una singola, importante differenza: la velocità fulminea del proiettile lanciato con i sopracitati ausili. Capace di raggiungere o superare agevolmente, nel caso di un esperto utilizzatore, la cifra assolutamente notevole di 300 Km/h. Ragion per cui è ad oggi obbligo indossare il casco. Visto come gli infortuni, per quanto relativamente rari, possano raggiungere un grado tutt’altro che trascurabile in termini di gravità… Volete sapere, a tal proposito, qual era un nome alternativo usato per il palazzo cubano? El Matadero (il mattatoio) luogo di abbondanza e al tempo stesso, inevitabile sofferenza per i meno fortunati…



