Perfettamente visibile nelle notti di luna piena, mentre si staglia contro l’orizzonte della valle, un’oggetto dalla forma stranamente iconica nella sua totale assurdità: la linea diagonale lungo il prolungarsi del pendio, con un’anello circolare nel suo punto più basso, che termina con l’apertura parallela al suolo. Soltanto una precisa conoscenza degli eventi pregressi, tuttavia, permetterebbe di comprendere la verità. Di come esseri costruiti in carne ed ossa, l’uno dopo l’altro, affrontarono una tale corsa con il senso di uno scopo singolare. Superare i limiti della propria mortalità. Diventando, per i pochi attimi prima delle peggiori conseguenze immaginabili, leggenda. Nella verità dei fatti, chiaramente, il Cannonball Loop si dimostrò ben presto una pessima idea. La velocità effettiva di un corpo umano, lanciato in quel diabolico costrutto tubolare, raramente raggiungeva un ritmo adeguato. E nel punto più alto del presunto giro della morte, s’impuntava, ricadendo rovinosamente verso il basso nell’ultimo sinuoso tratto del tragitto. Così i primi sperimentatori riportarono fratture e contusioni. I loro successori, strani tagli lungo il corpo e gli arti, finché non si capì che alcuni denti erano rimasti conficcati nelle pareti in plastica del tubo micidiale.
Che l’attrazione principe, o presunta tale, della seconda fase del cosiddetto Action Park non sia stata demolita in quel fatidico 1983, rimanendo temporaneamente “chiusa” salvo i reiterati tentavi di perfezionarla, è in un certo senso indicativo dell’intera storia di questo luogo. Una vicenda piena di contraddizioni che dimostra come in questo mondo dedito al capitalismo, una buona idea, un sistema in grado di aiutare l’economia, attirare l’attenzione delle moltitudini, migliorar l’immagine di un’area turistica in cerca di un pubblico più ampio, può del tutto sovrascrivere la sicurezza dei singoli individui. E in una lunga serie di casi terribili, persino la loro vita. Non credo, a tal proposito, che alcuno possa dubitare delle ottime intenzioni in linea di principio, che portarono alla creazione ed inaugurazione di quello che si ritrovò ad essere, a partire dal 1976, uno dei più popolari luna park degli Stati Uniti. Situato nella convergenza del tri-state, tra New Jersey, New York e Connecticut, non lontano da alcuni dei centri urbani più vasti del paese, giungendo ad attirare al su picco oltre un milione di visitatori l’anno. Colorando e dando nuovamente vita alla stagione bassa dell’area sciistica della Vernon Valley/Great Gorge, quando l’assenza di neve aveva da sempre costituito l’equivalenza di un periodo di magra lunga diversi mesi. “Scoprite un nuovo modo di scendere dalla montagna!” Recitavano gli slogan pubblicitari, di un mondo costruito inizialmente attorno ad una pista di cemento e vetroresina, i cui visitatori erano chiamati a percorrere mediante un carrellino su ruote dotato di freni non commisurati alla sfida. Da cui ben presto, le persone iniziarono a deragliare rovinosamente riportando contusioni di varia entità. Finché uno di loro non finì per perdervi tragicamente la vita…
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Gli spalti sotto l’ala shakespeariana nella valle dove l’arte del teatro è sinonimo di una rinascita del mondo
“Esserci o svanire, questo è il dilemma. Se sia più nobile nella mente soffrire… O impugnar le armi contro un mare di affanni?” Il malinconico principe di Danimarca, volgendosi nervoso da una parte all’altra, osserva il pubblico senza vederlo. Chiaramente, questa è l’usanza. Il tetto del teatro, curvo come il guscio di un mollusco, ombreggia le sue membra ma non riesce ad oscurare tali circostanze. Giacché manca, in questo luogo, una scenografia per così dire artificiale. Le fronde coprono lo sfondo, di un fiume che serpeggia verso il fondo della valle. Un cielo sgombro illumina gli attori che pronunciano i discorsi del Bardo, così come succedeva nella grande “O” di Londra. Sulla distanza, il verso del coyote. Oche canadesi chiamano tra l’erba… Invero il Globo è diventato un palcoscenico tra quei recessi. Anche questa, da oggi, sarà l’usanza.
Assai più grande dalla sfera di 43 millimetri, che un tempo rimbalzava nel perimetro del suo bersaglio antistante. Sia narrato, a tal proposito, ciò che aveva luogo in questo ambiente: lo sport del golf col suo tragitto dai 18 interconnessi percorsi, che ancora si riesce ad individuare nelle foto topografiche fatte dall’alto. Così come in mezzo mezzo ad essa, una conchiglia però senza Venere all’interno, bensì la storica HVS o “Compagnia Shakespeariana della Valle dell’Hudson”. Collettivamente e comprensibilmente lieta, dopo quasi quattro decadi, di aver trovato un luogo degno di essere la propria dimora, per moltissimi anni a venire ed auspicabilmente, l’Eternità. Non è forse proprio a questo, che serve il duplice concetto di teatro? Sia composto da parole sulla carta, che l’ambiente usato per rappresentarle. Un luogo concepito, fin dai tempi della cavea digradante, per incorporare prima che racchiudere, in qualsiasi modo soverchiare, la più dilagante e inesauribile di queste voci. Quella che risuona grazie al vento ed il principio stesso della natura.
Samuel H. Scripps Theater Center è un nome semplice, che costituisce per lo più una dedica, da un mecenate newyorchese delle arti nei confronti di un altro. Con riferimento in questo caso a Christopher Davis, il quale pure non avendo finanziato le arti drammaturgiche per l’entità e le lunghe decadi del suo insigne predecessore, qui ha scelto di permettere a qualcuno di raggiungere il più alto potenziale della propria devozione. Donando, non vendendo, parte dei terreni precedentemente incorporati nel suo country club, il Garrison, a coloro che più di ogni altri avrebbero potuto trarne beneficio. È alquanto insolita, a tal proposito, la vicenda della qui locata HVS, compagnia nomadica che aveva fatto di una tenda il proprio luogo principale d’esibizione. Non troppo lontano da qui, esattamente nella tenuta di Boscobel House & Gardens dove, dal 1987, avevano impiegato l’unica copertura stagionale d’impronta vagamente circense, per proteggersi dagli elementi non poi così clementi della Costa Est statunitense. E sono molti gli aneddoti a tal proposito d’infiltrazioni d’acqua, dissoluzione del terreno sabbioso in seguito alle piogge e partecipazioni accidentali d’animali… Capaci di condurre il novero della vicenda fino all’inaugurazione del tutto trasformativa del nuovo edificio, sopraggiunta lo scorso 17 maggio con esecuzioni a stretto giro del Re Lear, Come vi Piace e per buona misura, i Miserabili di di Boublil e Schönberg…
L’utopica visione dell’ottagono, per vivere sotto la cupola più stravagante della Victorian age
Se è vero che le forme o circostanze strutturali atipiche tendono a generare diffidenza nel senso comune, non è difficile comprendere le molte leggende sorte tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo nella verdeggiante contea di Westchester, non poi così lontano dalla Grande Mela, relativamente alla presunta infestazione sovrannaturale di quello che è ormai da oltre 160 anni un imprescindibile, appuntito e rosato elemento del paesaggio rurale. La tipica casa signorile di quei tempi, il che nello specifico tende a prevedere una forma alta e stretta, imponenti torrette, colonnati e ringhiere in ferro battuto, così come previsto a corollario delle migliori narrazioni con intento pauroso. Eppure ciò che incorpora la lungamente celebre ed altrettanto imponente Armour-Stiner House, così chiamata in onore del suo originale costruttore e di colui che, vent’anni dopo, ne avrebbe modificato profondamente aspetto e caratteristiche, presenta due fondamentali tratti distintivi, il primo dei quali è la forma non esattamente rettangolare né affine a quella di un cerchio, bensì grosso modo a metà tra questi due estremi. Essendo di per se conforme al perimetro simmetrico di un ottagono, sebbene il tetto tenda a mascherare tale caratteristica. Ciò per la presenza sopra il culmine delle sue mura verticali dall’altezza di 22 metri ed una diagonale piana di 18, di un’imponente cupola capace di aggiungerne ulteriori 7, giungendo a ricordare il profilo di un antica chiesa o luogo di culto. Essendo effettivamente stata dichiarata l’ormai atavica dimora, il cui architetto resta ad oggi sconosciuto, come direttamente ispirata alla struttura del Tempietto del Bramante a Roma, nel cortile del convento di San Pietro del Gianicolo, a sua volta riproposizione rinascimentale della struttura del tholos, un tipo di edificio classico, tipicamente tondeggiante e circondato da un portico di colonne. Le quali rientrano e contribuiscono, nel moderno caso, ad un profilo decorativo straordinariamente ornato con le sue finestre a bovindo dagli abbaini triangolari i motivi a pan di zucchero e i puntali metallici attorno al perimetro e sopra l’alto nido del corvo centrale, corrispondente essenzialmente al quinto piano dell’edificio. Tanto da essere stata lungamente paragonata ad una sorta di scultura gastronomica, come un pan dolce o torta decorata (nonché pandoro, se vogliamo usare la prospettiva italiana) sebbene essa abbia costituito in passato, assieme ad un altro migliaio di esempio coèvi, la risultanza tangibile di una particolare scuola del pensiero architettonico statunitense. Nata, in modo alquanto raro, dal successo editoriale di un testo pubblicato nel 1848 a beneficio del pubblico generalista…
Immagini dal modulo della matrice: gli arcani specchi meccatronici di Daniel Rozin
Forse il metodo più semplice e diretto per tentare di capire la mente degli animali trae l’origine dalla disposizione di uno specchio nell’ampia ed incontaminata natura. Superficie simile a un portale che conduce l’immaginazione verso mondi paralleli, dove tutto avviene nello stesso arco temporale e con modalità del tutto simili ma chiaramente ed incontrovertibilmente dislocate geometricamente all’inverso. Eppure togli da quest’equazione la fondamentale cognizione di se stessi, tipica prerogativa degli umani, affinché quello che permane sia sostanzialmente riassumibile nei gesti prototipici di orsi, lupi o procioni. Il cui sguardo catturato, le cui membra irrigidite, tanto ci ricordano l’istintiva condizione del nostro cervello sottoposto alla realizzazione della propria transitorietà noetica nel mondo materiale delle palesi circostanze. Troppo familiare ci risulta essere, d’altronde, questa pratica derivazioni delle superfici riflettenti in natura, perfezionata nel Rinascimento grazie all’utilizzo di metalli come stagno e mercurio, perché la nostra cognizione possa scorrere lungo binari paralleli di sorpresa e coinvolgimento situazionale. A meno che il prodotto immaginifico della questione, grazie ad un profilo meno letterale nel suo metodo di palesarsi, catturi in qualche modo l’anima contemporaneamente all’attenzione, dimostrandone in modo tangibile l’effetto lungo il piano materiale dell’esistenza. Punto di partenza non esattamente tipico per la poetica di un gesto creativo, eppure posto al centro della produzione di ormai più di 25 anni del nome noto all’arte internazionale di Daniel Rozin, artista statunitense di origini israeliane il cui operato si realizza nel punto di convergenza tra arte, tecnologia informatica e costruzione di meccanismi. Del tipo capace di conferire complessità pratica ad un qualcosa di già filosoficamente complesso. Null’altro che l’oggetto di cui sopra, imitatore cognitivo della mente che traduce i gesti in movimento, le immagini nella coscienza dei fondamentali gesti più o meno quotidiani della gente. Uno specchio decostruito, da ogni punto di vista rilevante alla descrizione del funzionamento di questa categoria d’oggetti. Così tradotti, nella serie principale dell’autore, in un connubio di meccanismi mirati a riflettere causando riflessioni, catturare l’immagine assieme allo sguardo del comune utilizzatore. Come il quadrupede abitante dei territori selvaggi, posto a contatto con qualcosa che credeva solamente di conoscere: se stesso all’altro lato della galleria quantistica. Posta in essere, in questo caso, da un’originale convergenza di elementi mobili, come scaglie del serpente primordiale, mosse tramite l’impiego di tecnologie moderne per assumere lo spazio cognitivo dei comuni pixel all’interno di uno schermo che traduce il mondo in fotogrammi digitalizzati. Momenti successivi intrappolati nelle gocce cristalliformi di una pioggia che non può cessare…



