Uno dei grandi monumenti che il visitatore è chiamato a contestualizzare negli ambienti verdeggianti delle piane alluvionali che fiancheggiano il corso del fiume Dawen, nella vasta provincia orientale dello Shandong, compare all’improvviso non troppo distante dal singolo elemento paesaggistico più sacro ed importante delle discipline taoiste, anche detto il Picco dell’Imperatore di Giada. Tale oggetto in primo piano, variopinto come il logo di una compagnia contemporanea, rappresenta una figura stilizzata di una “W” invertita e irregolare, sormontata da un tratto convesso. E al di sopra di esso, un punto tondeggiante di colore rosso acceso. Combinazione ampiamente riconoscibile per gli abitanti locali, data l’effettiva provenienza iconografica da un repertorio vecchio cinquemila anni. Tra le diverse ipotesi identificata, grazie all’opera degli studiosi iniziata sul finire degli anni ’50, come “Sole-Fuoco-Montagna”. In qualità di figura impressa direttamente con la pittura sulle opere di terracotta dell’antica civiltà Dawenkou, la cultura dell’età Neolitica più rilevante e duratura di quest’intera area geografica di riferimento. I cui traguardi significativi, tra cui un’economia fiorente basata sull’agricoltura, una società organizzata ed un sistema di riti e credenze religiose filosoficamente complesse, potrebbero costituire l’origine di quello che sarebbe sorto successivamente. Incluso il sacro rito imperiale del fengshan, l’offerta al Cielo compiuta dai sovrani del Regno di Mezzo, capace di assumere l’aspetto di un grande falò accesso sulla vetta e collegato idealmente alla figura mitologica di Taihao, l’essere divino con il corpo di serpente identificato come uno dei tre governanti delle prime, idealizzate dinastie cinesi. Non ci volle dunque molto perché l’approfondimento del sito in questione, con il proseguire di mesi ed anni, diventasse una vera e propria faccenda di stato, sottoposta a studi approfonditi con un obiettivo dichiarato e di primaria importanza: l’individuazione della culla delle civiltà ancestrali in questo settore dell’Asia Orientale. Ed al tempo stesso, il luogo dove ebbe origine il concetto stesso d’ideogramma, fondamento incontrastato di una cultura pluri-millenaria su cui basare, in modo indiscutibile, l’orgoglio nazionale di un popolo di oltre 1,4 miliardi di persone.
Il tipo e la varietà di reperti che continuavano ad emergere dagli immediati dintorni, a tal proposito, piuttosto che grandi opere architettoniche si allineavano maggiormente all’ambito della sepoltura di appartenenti a diversi livelli di una società marcatamente stratificata, in cui il possesso di determinati oggetti sembrava corrispondere alla propria importanza. Ed assieme ad esso, la propensione a conformarsi a determinati standard di alterazioni estetiche del proprio corpo, inclusa la deformazione cranica e l’ablazione dei denti frontali, che arrivava a coinvolgere circa il 60-90% della popolazione. Un chiaro segno, tra molti altri, di quante cose dovessero cambiare perché iniziasse a figurare un qualcosa di effettivamente riconducibile alle origini dell’identità degli Han…
miti
Impronte inesplicabili a Sumatra e l’intrigante possibilità dell’orango umano
La natura stessa del repertorio folkloristico dei popoli della foresta è tale da implicare la continua sussistenza di particolari circostanze inumane. Alberi talmente densi da rappresentare uno stato mentale: qui, dove la civiltà cessa di avere altri significati rispetto a quello di un ultimo rifugio. La costante vicinanza di chi è simile, piuttosto che diverso, con cui confrontarsi e dare un senso logico alle proprie aspirazioni. Dimenticare le tangenti fisime. Allontanare ogni passibile speculazione. Era il verso di una tigre, quello? O di un demone notturno? Quando è giusto caratterizzare la visione partecipativa di un qualcosa di completamente nuovo? Se d’altronde l’esperienza personale non è guida ragionevole per il contesto… Laddove quest’ultimo risulti assai mutevole. E la sapienza condivisa, tenda necessariamente a sfumare nel mito. Eppure c’è un qualcosa, nella descrizione reiterata del cosiddetto Orang Pendek, che lo eleva dal concetto ricorrente di un semplice criptide, creatura spesso immaginifica dotata di tratti plausibili, al punto di aver suscitato l’interesse periferico degli scienziati. In altri termini, il suo essere del tutto privo di connotazioni sovrannaturali: esso non danza nel pallido plenilunio, non infesta i sogni dei bambini, non compare all’improvviso innanzi all’uscio delle case di colui che non rispetta la natura. Bensì deambula senza una chiara meta là dove le bestie meramente esistono. Spingendosi talvolta in mezzo ai campi, per rubare la canna da zucchero che non riesce a rintracciare nell’entroterra isolano. Tutti lo conoscono a Sumatra, o conoscono qualcuno che l’ha visto, il che renderebbe in altri luoghi assai sospetto il fatto che ci manchino dei resoconti digitalizzati. Ma la fotografia, si sa, non è l’hobby di molti tra coloro che abitano in luoghi tanto indaffarati. Dove il fatto stesso di spingersi oltre i margini della matrice, comporta un rischio superiore a zero di contrarre morsi, punture o invadere accidentalmente il territorio di un piccolo ma agguerrito orso malese. E allora si, che la speculazione biologica finirà per essere l’ultimo dei problemi di giornata. Eppure “l’Uomo Corto”, questa la traduzione letterale del binomio sdoganato sul piano internazionale, ivi persiste stolido e indefesso, da un tempo sufficientemente lungo da essere stato lungamente dato per acquisito. Menzionato per la prima volta in modo esplicito all’interno dei diari del colono olandese Van Heerwarden, che nei primi del Novecento aveva incontrato una presenza ominide dai capelli scuri sopra un albero, accovacciata, con i lunghi peli che gli ricadevano lungo le spalle e fino alle caviglie. Non un semplice primato o scimmia, a suo dire, giacché il volto appariva “dai lineamenti stranamente delicati e l’espressione in alcun modo animalesca”. A posteriori, in altri luoghi coévi, pochi avrebbero esitato a ricondurlo in qualche modo trasversale al mito americano di Bigfoot.
Wendigo è il nome dello spirito che muta il senso di disperazione in collera contro la collettività cospicua
Disporre metodi efficaci è ciò che una persona responsabile dovrebbe fare lungo il progredire delle placide stagioni. Quando il sole splende alto, il cibo abbonda e nel cuore oscuro delle terre più selvagge, avanza addirittura il tempo per pensare al domani. Prepararsi in molti modi pratici, accumulando cibo non deperibile, migliorando la propria dimora, nutrendo ed accudendo il gregge dei propri animali. E farlo al tempo stesso, dal punto di vista spirituale. Poiché non c’è niente di peggio, all’interno di una comunità affamata, che il mancato contributo di uno o più individui fuori dal coro. Esempi negativi per i giovani, consumatori poco responsabili, portatori di quel seme che può portare alla condanna dei più prossimi tra familiari ed amici. Per cui succedeva tanto spesso nelle terre gelide delle tribù Algonchine ed Ojibwe, tra le foreste quasi artiche del Canada e la regione dei Grandi Laghi, che simili individui venissero messi figurativamente al bando da nucleo dei cacciatori ed abili raccoglitori del villaggio: “Non affezionarti troppo al vecchio Makwa, a Bineshii o Nagweyaab: presto potrebbe presentarsi l’occasione. Che perdano del tutto la propria umanità, cedendo all’incessante mormorio della Creatura…”
Wendigo è il tipico rappresentante del nutrito novero di criptidi e mostruosità del Nordamerica, entusiasticamente rappresentato dagli illustratori di epoca contemporanea come una presenza curva e vagamente antropomorfa, la cui testa si presenta come un cranio nudo di creatura cervide, con alti palchi annessi. Visione non direttamente interconnessa con il leggendario dei Nativi, benché alcune delle idee tipicamente menzionate abbiano una base riconducibile all’interpretazione tradizionale. In primis, neanche a dirlo, la voracità e la sofferenza: il Wendigo è sempre affamato, mai sazio mentre vaga per i boschi alla ricerca di soddisfazione arrivando a desiderare il saporito nutrimento offerto dalla carne umana. Insoddisfatto non importa quanti cadano squarciati dalla poderosa forza dei suoi muscoli efferati. Ed in secundis le dimensioni: si dice, a tal proposito, che tale mostro quando in posizione eretta fosse in grado di raggiungere le cime degli arbusti più elevati. Potendo scorgere, in siffatto modo, la precisa posizione della sua preda. Laddove totalmente arbitrario ad opera di noi moderni, è l’aspetto vagamente simile a Kernunnos, il dio cornuto della tradizione celtica europea. Nessuna somiglianza cervide o caprina effettivamente caratterizzava la persona trasformata, relegando tale aspetto a mera conseguenza di una reinterpretazione per lo più arbitraria, operata nelle ultime decadi dai costumisti di pellicole come Pet Sematary (1989), Ravenous (1999) o in tempi più recenti show televisivi quali Hannibal, Until Dawn e Supernatural. Possibilmente per associazione, alcuni affermerebbero denigratoria, con la Donna Cervo delle Grandi Pianure, spirito capace di apparire nei sogni delle persone per portare profezie o annunciare un cambiamento positivo nel proprio destino. Tutt’altra storia rispetto alle tenebrose implicazioni del collega dedicato al cannibalismo, latore di disgrazie le cui proporzioni si spingevano ben oltre il semplice contesto umano. Sfociando nella metamorfosi come una vera conseguenza karmica, dell’incapacità delle persone affette di riuscire a moderare la proprie pulsioni più animalesche e proprio per questo, proibite…
Danzatori senza un volto per la festa che persuade gli spiriti delle montagne a ritornare
Ci sono spiriti divini che si aspettano tributi ad intervalli regolari. Preghiere, offerte, rituali ricorrenti. Altri esseri, profondamente incorporati nei processi naturali, il soffio del vento, lo scorrere delle acque o il canto degli uccelli, semplicemente esistono e sussistono ai remoti margini dell’esperienza umana. Talvolta intervenendo, a loro indefinibile arbitrio, nelle faccende o a beneficio delle nostre quotidiane peripezie. Il che non significa che per i popoli che sono a conoscenza della verità ancestrale, risulti superfluo rendergli una serie di opportuni omaggi. Affinché un simile sincretismo ultramondano, con il susseguirsi delle successive generazioni, non finisca per essere sovrascritto dal persistente nozionismo ed il materialismo della modernità che incombe. Chiaramente esistono dei luoghi dove simili processi riescono a essere del tutto intrinsechi nella costante percezione dei momenti. Uno di essi è la regione di Kinnaur, al confine estremo dello stato indiano di Himachal Pradesh, dove le alte cime montane fanno da collegamento alle propaggini meridionali del tetto del mondo. E come nel vicino Tibet, l’osservazione del paesaggio si trasforma in esperienza mistica e diretto punto di partenza all’interpretazione del significato della vita stessa. Proprio qui, a 3.000 metri d’altitudine, dove gli abitanti dei villaggi di Kalpa e Kothi, fin da tempo immemore, sono inclini a volgere lo sguardo all’alto picco del Kinnaur Kailasha, dove risiede la felice coppia unita in matrimonio di Shiva e Parvati. Così traendo ispirazione per il tipico frangente in cui comuni esseri mortali, coperti interamente con le stoffe rappresentative dell’artigianato locale, possano inscenare analoga condivisione tra una coppia destinata a sempiterna comunione. A beneficio esplicito del pubblico della fate Sauni, invisibili alleate di tutti coloro che, ostinatamente, ne custodiscono la sacrosanta cognizione.
È una scena memorabile ed a suo modo singolare, quella del giorno noto come festa di Raula (sposo) e Raulane (sposa) che si tiene annualmente sul finire di Holi, la celebrazione indiana per accogliere la primavera. Le cui due figure principali si sono recentemente guadagnate una fama indiscutibile sul mondo degli interessanti fatti digitalizzati ad uso e consumo del popolo dei social internettiani. Difficile, d’altronde, rimanere indifferenti agli abiti di lui, in tenuta moderna ed elegante, la testa completamente offuscata da un telo di tessuto rosso detto gachchi che simboleggia l’energia spirituale. Il coltello rakas stretto in pugno, con il fine di allontanare e annichilire gli spiriti maligni. Laddove lei nel suo complesso, anch’ella interpretata da un individuo di sesso maschile, appare ricoperta dallo scialle doru e totalmente ricoperta di ornamenti, tra fiori variopinti e splendidi gioielli tramandati, quali le collane, i ciondoli e bracciali noti come daglo, bithri e contai. Che si muovono e tintinnano gioiosamente, al compiersi del gesto cadenzato di una prima danza lenta, improvvisata e meditativa…



