Mai nessuno albero ha potuto avere una valenza maggiormente caratterizzante, che l’aguzzo spillo perpendicolare coordinato alla comune rappresentazione dei cimiteri. Ordinato scorrere di un susseguirsi di cipressi, intervallati dalle tombe cruciformi, le cappelle e i monumenti alla caducità del mondo fisico, sebbene i sempreverdi sembri indicare l’esatto contrario. Esiste d’altro canto un luogo sulla Costa Est dell’Isola Meridionale, Nuova Zelanda, dove le trascorse generazioni riposano senza il disegno di arbustive meridiane a intervallare la saliente griglia della loro terra lieve. Esattamente là, nella provincia pianeggiante di Karamea, dove i trascorsi agricoli dei tempi coloniali fornirono il pretesto agli abitanti per bruciare, poi tagliare, poi bruciare ogni presenza vegetale più alta di un cespuglio solitario. Fatta eccezione per un unico, notevole esemplare di Metrosideros robusta, quello che i nativi sono soliti chiamare Rātā, direttamente dall’appellativo di un antico eroe guerriero. Così svettante con l’altezza di un palazzo di una decina di piani, i suoi 32 metri a suddividere il fondale di montagne distanti, l’essere sorveglia i suoi dintorni col contegno di un feroce dinosauro. Somiglianza ulteriormente accentuata dalla strana forma del suo tronco…. O forse sarebbe meglio utilizzare tale termine, così imperfetto nel descrivere quel paio di gambe, al plurale?
Fu una scelta razionale, chiaramente. Ed a suo modo condivisibile, quando gli antenati dei latifondisti, poi convinti a vendere alle autorità locali, gli girarono attorno con le proprie asce e in seguito i trattori, anno dopo anno, conservando quello che pareva non avere simili nell’intero arcipelago dei Maori. Né altrove, così come finalmente celebrato nel recente 2024, tramite l’avanzamento di quell’esemplare fino all’encomiabile qualifica di “albero dell’anno”. Così perfezionata tramite raccolta di opinioni effettuata dallo NZ Notable Tree Trust, specifico progetto a lungo termine iniziato nel distante 1977 dall’Istituto Reale dell’Orticoltura (RNZIH). In un anno dai presupposti concorrenziali niente affatto trascurabili, inclusa l’attesa partecipazione del famosissimo albero di Wānaka, salice immerso nelle acque nell’omonimo lago della regione di Otago, comparso sullo sfondo di un milione di fotografie sul web. Laddove il fascino del suo collega in apparenza bipede, volendo attribuirgli una saliente origine, difficilmente può essere slegato dal successo della serie cinematografica tolkeniana, per la non vaga somiglianza al popolo degli Ent di Fangorn, tra gli attori meno prevedibili della guerra scatenata per il possesso dell’Unico Anello. Punto d’orgoglio e letteratura nazionalizzata, fin da quando il regista Peter Jackson riuscì a intravedere in questi luoghi la perfetta versione visitabile della Terra di Mezzo. Ed avrebbe avuto modo per ragioni ancor più valide, di ritrovare una versione tangibile delle loro perdute mogli, le leggendarie Entwives, “Sbiadite per l’intensità dei loro sforzi. Le cui chiome erano del colore del grano maturo, le guance rosse come mele…” Indossando, perché no, radici simili a scarpe dal tacco alto. Allorché non v’è bellezza maggiormente memorabile nel regno naturale, che un robusto tronco incline a tendersi verso il cielo distante…
arbusti
Sei capezzoli sul pomo delle Amazzoni, veleno per i pesci e suggestivo catalizzatore contro le afflizioni umane
Lungo la briosa tavolata che presenta ai convitati uno scenario apotropaico, tramite l’impiego di eleganti confluenze di kumquat, l’oblungo mandarino giapponese, non è difficile scorgere la forma suggestiva di un intruso, replicato mille volte in simmetrie svettanti che corroborano lo sforzo della buona sorte sul concludersi del calendario di quest’anno: piccoli alberi ideali fatti con il Wǔ dài tóng táng (五代同堂) “Cinque generazioni sotto lo stesso tetto” come sono soliti chiamarlo in modo poetico entro i confini dell’antica terra d’Asia. Approccio assai meno figurativo, senza dubbio, del nome scientifico Solanum mammosum, per non parlare dei vari appellativi occidentali come teta de vaca, tittyfruit o l’altisonante “mela di Sodoma” che sembra più un ammonimento contro le metafore eccessivamente dettagliate. Finalità non pienamente assolta, se è vero che in funzione dell’analogia implicata, questo parente di patate e melanzane è innocentemente confluito dalle nostre parti sotto il termine ad ombrello “pianta dei capezzoli” benché risulti essere, causa il ventaglio limitato della propria utilità, eccezionalmente raro. Non così nel vasto Oriente, d’alto canto, dove coltivazioni esistono con scopo ornamentale o addirittura gastronomico e medicinale, casistica capace di sorprendere le popolazioni endemiche della sua originale terra sudamericana, dov’è considerato un frutto tossico, persino letale. Laggiù nella foresta, sugli arbusti di un paio di metri appena, cionondimeno in grado di produrre appariscenti florilegi e il dono arancio che immediatamente ne consegue, caratterizzato dall’aspetto piriforme con atipiche protuberanze contrapposte: una singola maggiore, quattro piccole nella sua parte contrapposta (benché possano talvolta essere di meno) rispettivamente inclini ad essere associate al seno delle donne ed il suo analogo del regno animale, il pendente ubero bovino. Difficile a quel punto rimanere indifferenti. Difficile, non farne un simbolo capace di evocare immagini divine o mitologiche, per la mimesi platonica di un certo tipo di corrispondenza universale.
Classificato per la prima volta sul piano accademico nel 1753 dallo stesso Linneo, che coniò il termine latino sopracitato, questo Solanum diffuso in buona parte del continente sudamericano fu di suo conto annoverato lungamente negli elenchi delle piante tossiche, vista la valenza comprovata nell’uccidere gli scarafaggi e stordire i pesci, facilitandone la cattura. Nonché una certa attitudine alla saponificazione. Finché non fu notata, in circostanze poco chiare, l’implicita bellezza di un simile tesoro vegetale. Per la perfetta simmetria evidente. Per l’immaginazione che costituisce un ingranaggio imprescindibile degli scienziati all’opera nella tassonomia situazionale…
Il profondo paradosso del carsismo che preserva e al tempo stesso intrappola una magnolia
Grandi vuoti nel paesaggio che compaiono a intervalli statisticamente prevedibili, risalenti all’epoca del Paleozoico, nella vasta zona del karst carbonatico del Sud della Cina. Dove gli antichi ammassi di calcari e doleriti, sottoposti ad erosione per l’effetto di sostanze chimiche ed il clima subtropicale, si sono disciolti attraverso un periodo d’innumerevoli generazioni. Lungo, nonostante questo, sempre meno dei secoli intercorsi, da che la giungla circostante ha continuato a crescere ed avvicinarsi, propagando i propri rami oltre il confine del burrone antistante. Dal che il seguito è scontato quanto imprescindibile, nevvero? Perché mai, viste le circostanze, frutti e semi non sarebbero dovuti scendere fin dentro l’abisso sottostante? Affinché un suolo scarno, ricco di quel potenziale, diventasse del colore dei sostrati vegetali. Dove la luce giunge in quantità ridotta, eppure sufficiente. E il ciclo della vita può riuscire ad adattarsi, e continuare con solerte indifferenza. Qualità innegabilmente utile, quest’ultima, nel regno sussistente della modernità recentemente occorsa; laddove il mutamento climatico, ma anche l’espansione degli spazi antropogenici, ha ormai portato certe piante a riduzione complessiva della propria diffusione un tempo preminente. Arbusti come la Magnolia aromatica, ricercata per il legno pregiato, la floricultura, la medicina tradizionale. Pressoché ovunque, tranne giù nei cosiddetti tiankeng (天坑 – pozzi celesti) tra le cui nebbie la sapienza popolare collocava spiriti vendicativi ed animistiche presenze a guardia della natura. Forse una semplice metafora, a riferimento delle difficoltà inerenti dal discendere una ruvida parete verticale, per decine o centinaia di metri, con l’unico appiglio di una lunga corda e ancor più significativa forza di volontà.
Veniamo dunque ai giorni nostri e alla provincia per lo più rurale del Guangxi, lungo il confine vietnamita. Dove un articolo scientifico di Xian-Liang Zhu e colleghi ha messo in evidenza tramite la pubblicazione, sul principio di agosto, un problema inevitabile di tale circostanza, soltanto in linea di principio affine al sogno dell’intonso paradiso primordiale, spesso utilizzato come termine di paragone al fine di studiare un’epoca dell’oro lungamente dimenticata. Nel figurare di uno schema delle circostanze in cui determinati tronchi restano indefessi ma non necessariamente conformi. E perdono, a causa di fattori inevitabili, la maggior parte della propria innata predisposizione alla sopravvivenza…
Pallido fantasma, il fiore della pipa che governa nello spazio tra fungo e radice
Nell’intreccio che costituisce il sottofondo, in mezzo a quel groviglio edificato sul principio degli angoli retti ed archi di circonferenze, foglie caduche ricoprono un segreto spazio affine al regno onirico di un tempo sconosciuto. Ivi morte o vita si confondono e i vampiri, pallidi come la luna piena, osservano col capo chino gli ultimi residui di una pioggia estiva. Cosa simboleggiano gli steli verticali di una pianta come questa? Niente d’ordinario, per l’assenza di qualcosa che comunemente avremmo dato per scontato: non c’è necessità di clorofilla, invero, quando il corso della propria cupidigia viene rafforzato per l’effetto di un sistema evolutivo particolarmente antico. Di colui o colei che prende tutto quello che desidera. Senza restituire nulla in cambio.
Narra una leggenda Cherokee di come al tempo dei primi uomini, non esistesse il desiderio di arrecare danni agli altri. E in quella terra priva di egoismo, le tribù vivessero in tranquillità senza impugnare altro che la sacra pipa usata per i diplomatici discorsi. Questo almeno finché una serie di capi, intenzionati a far fare un passo avanti nella vita ai proprio sottoposti, permisero di andare a foraggiare negli spazi delle altrui pertinenze. Smisero i colloqui, ed iniziarono gli scontri. Conflitti non solo verbali, subito aborriti dal Supremo Spirito che aveva creato le persone, scegliendo suo malgrado di concedendogli il libero arbitrio. Così che Egli, agitando il proprio scettro, trasformò i colpevoli a misura di una pianta, facendo si che la sua forma ricordasse il calumet dimenticato. Per circondare con il fumo di un tabacco eterno gli alti monti e le profonde valli di quelle che oggi definiamo le Great Smoky Mountains. Visitare quel confine tra Tennesse e North Carolina, allora, può costituire un viaggio nelle conoscenze di un’eredità profonda. La cui presenza viene cementata dallo scorgere d’un tratto l’esistenza della cosa stessa oggetto di una simile vicenda: Monotropa uniflora, o il fiore della pipa fantasma, è una vera pianta che sussiste nello spazio sottostante. Imparentata coi mirtilli, europei ed americani, non potrebbe risultarne maggiormente diversa. Per il modo in cui riesce a crescere, non soltanto da un tipo di suolo privo di sostanze nutrienti, ma facendo totalmente a meno di una tale fonte, ed ignorando pure il tiepido lucore della stella terrestre. Bensì affondando le proprie radici con la forma di un ombrello nello spazio interstiziale tra gli arbusti e i loro storici alleati fungini: la rete micorrizica degli apparati radicali, dove ognuno è solito poter contare su una controparte: i porcini ed i castagni, le querce ed i tartufi, i faggi e le vivaci russule con i propri gambi friabili e gessosi. Funghi qualche volta commestibili (la prudenza è d’obbligo) ma la cui sopravvivenza è nella maggior parte dei casi appesantita dalla presenza dello spettro immanente…



