Ci sono spiriti divini che si aspettano tributi ad intervalli regolari. Preghiere, offerte, rituali ricorrenti. Altri esseri, profondamente incorporati nei processi naturali, il soffio del vento, lo scorrere delle acque o il canto degli uccelli, semplicemente esistono e sussistono ai remoti margini dell’esperienza umana. Talvolta intervenendo, a loro indefinibile arbitrio, nelle faccende o a beneficio delle nostre quotidiane peripezie. Il che non significa che per i popoli che sono a conoscenza della verità ancestrale, risulti superfluo rendergli una serie di opportuni omaggi. Affinché un simile sincretismo ultramondano, con il susseguirsi delle successive generazioni, non finisca per essere sovrascritto dal persistente nozionismo ed il materialismo della modernità che incombe. Chiaramente esistono dei luoghi dove simili processi riescono a essere del tutto intrinsechi nella costante percezione dei momenti. Uno di essi è la regione di Kinnaur, al confine estremo dello stato indiano di Himachal Pradesh, dove le alte cime montane fanno da collegamento alle propaggini meridionali del tetto del mondo. E come nel vicino Tibet, l’osservazione del paesaggio si trasforma in esperienza mistica e diretto punto di partenza all’interpretazione del significato della vita stessa. Proprio qui, a 3.000 metri d’altitudine, dove gli abitanti dei villaggi di Kalpa e Kothi, fin da tempo immemore, sono inclini a volgere lo sguardo all’alto picco del Kinnaur Kailasha, dove risiede la felice coppia unita in matrimonio di Shiva e Parvati. Così traendo ispirazione per il tipico frangente in cui comuni esseri mortali, coperti interamente con le stoffe rappresentative dell’artigianato locale, possano inscenare analoga condivisione tra una coppia destinata a sempiterna comunione. A beneficio esplicito del pubblico della fate Sauni, invisibili alleate di tutti coloro che, ostinatamente, ne custodiscono la sacrosanta cognizione.
È una scena memorabile ed a suo modo singolare, quella del giorno noto come festa di Raula (sposo) e Raulane (sposa) che si tiene annualmente sul finire di Holi, la celebrazione indiana per accogliere la primavera. Le cui due figure principali si sono recentemente guadagnate una fama indiscutibile sul mondo degli interessanti fatti digitalizzati ad uso e consumo del popolo dei social internettiani. Difficile, d’altronde, rimanere indifferenti agli abiti di lui, in tenuta moderna ed elegante, la testa completamente offuscata da un telo di tessuto rosso detto gachchi che simboleggia l’energia spirituale. Il coltello rakas stretto in pugno, con il fine di allontanare e annichilire gli spiriti maligni. Laddove lei nel suo complesso, anch’ella interpretata da un individuo di sesso maschile, appare ricoperta dallo scialle doru e totalmente ricoperta di ornamenti, tra fiori variopinti e splendidi gioielli tramandati, quali le collane, i ciondoli e bracciali noti come daglo, bithri e contai. Che si muovono e tintinnano gioiosamente, al compiersi del gesto cadenzato di una prima danza lenta, improvvisata e meditativa…
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Toppler Haus, la svettante casa sul pilastro che si specchia nella storia della Baviera
Il possesso di un castello all’apice del Basso Medioevo era molto più che un mero investimento immobiliare. Simbolo di status, privilegio di un signore ereditario, metodo effettivo per l’ottenimento del dominio su un preciso territorio, molto spesso come conseguenza di un accesso all’eminente condizione della nobiltà coéva. Nonostante questo sussistevano speciali condizioni, al verificarsi delle quali l’importanza di un singolo individuo poteva raggiungere la massa critica verso l’ottenimento di diritti superiori ai trascorsi dei suoi immediati predecessori. Casi come quello di Heinrich Toppler verso la metà del XIV secolo, borgomastro eletto dal concilio della liberà città imperiale (Reichsstädte) di Rothenburg ob der Tauber, oggi celebre nella cultura popolare per il proprio impiego come sfondo in una delle primissime scene dell’iconico videogioco Secret of Monkey Island. Luogo che in quel particolare periodo storico, stava attraversando uno dei suoi trascorsi di maggior prestigio, con i circa 5.500 abitanti, ed altri 14.000 negli immediati dintorni, sufficienti a renderla una delle 20 città più vaste del Sacro Romano Impero. Ciò anche grazie all’oculata amministrazione di costui, che per il tramite di nobili alleati ormai decaduti fece riacquistare mulini, borghi e villaggi per gestirli come infrastrutture centralizzate, invitando inoltre i facoltosi mercanti ebrei a tornare a vivere al sicuro tra le mura della città. Una storia di successo destinata a riecheggiare nell’intero land, tanto da indurre il duca di Baviera, possibilmente Herzog Stephan III, a nominarlo feldmaresciallo della Lega Sveva col diritto di farsi disegnare ed esporre un wappen o vessillo di famiglia. Per il quale lo stimato sindaco optò di far riferimento a un gioco di parole sul suo cognome Toppler, simile alla parola in medio-alto-tedesco significante “giocare a dadi”. Allorché un paio di topel recanti le cifre più alte di cinque e sei campeggiano al centro, sormontati da un elmo coronato da cui sporgono due braccia, recanti anch’esse un’ulteriore coppia di dadi. Il che gli permise di finalmente di portare e termine ed inaugurare un suo progetto risalente al 1388, consistente nella costruzione di una Festes Haus o dimora fortificata poco fuori il borgo, con l’intento dichiarato di proteggere la valle antistante della Tauber e le preziose risorse agricole contenute al suo interno. Il che, sfruttando la presenza di un laghetto artificiale non più esistente, avrebbe dato luogo ad una delle strutture più interessanti e successivamente imitate delle campagne medievali della Germania. L’elevato, oblungo e stranamente fiabesco Topplerschlösschen (“Piccolo Castello di Toppler”) il cui aspetto generale sembra richiamarsi a quello di una pratica dimora di campagna, doverosamente intonacata, in equilibrio sopra la torretta in bruchstein o pietra grezza di arenaria rossa franconiana, tanto drammaticamente simile all’aspetto di una possente fortezza dell’epoca delle Crociate…
Il predominio della coppa bronzea sulle spade dell’Età del Ferro, in base alla tomba celtica di Lassois
Fu senza dubbio un giorno luttuoso per l’oppidum fortificato dell’alta collina di Vix nell’odierna Borgogna, quando l’elite regnante e la gente comune di un insediamento di circa 5.000 persone, una letterale metropoli per il tardo periodo Hallstatt, si radunò all’inizio del viale d’onore, per accompagnare il carro sacro in occasione del commiato dedicato ad una così rilevante figura. Depositaria di fondamentali responsabilità nell’amministrazione del potere e della religione, dall’alto lignaggio e detentrice di ricchezze smisurate. Ma soprattutto, questione degna di ben più che mere note a margine, una donna, nella maniera ad oggi dimostrata dall’analisi osteologica dei suoi resti, riemersi due millenni e mezzo dopo sul pianale dello stesso carro che l’aveva trasportata fino al sito del suo estremo riposo. Chi era, dunque, la signora, sacerdotessa, principessa o regina di Lassois? Molte ipotesi sono state redatte, tutte sulla base della sua nutrita collezione funebre, un letterale tesoro di gioielli, ornamenti ed altre cose che possiamo presumere essergli state care nel corso della sua vita di circa 30-35 anni una durata nella media per l’epoca ma complicata da diversi problemi di salute, inclusivi della degenerazione articolare e torcicollo. Tra cui molti manufatti, incluso quello più notevole, appaiono strettamente collegati alla preparazione, mescita e consumo di una sostanza dall’alto valore simbolico nelle religioni del Mondo Antico, il prezioso vino. Ivi incluso, per l’appunto, il maestoso ed imponente cratere bronzeo di Vix, recipiente finemente ornato dalla forma di una coppa dell’altezza di 1,64 metri ed un peso di 208 Kg. Un concentrato, in altri termini, di significative quantità di rame e stagno, il cui valore terreno doveva aggirarsi attorno a quello di un intero palazzo o l’equipaggiamento di un’armata di dimensioni medie. Anche senza menzionare un ulteriore aspetto: la manifattura chiaramente attribuibile allo stile della Grecia coéva, denunciandone la provenienza più probabile da colonie della Sicilia o centri d’interscambio situati presso l’altro lato del Mar Egeo. Facendone un possibile acquisto a distanza o la conseguenza di un saccheggio, tanto da aver fatto teorizzare basi solide che potesse persino essere la stessa menzionata da Erodoto come regalo diplomatico degli Spartani al re della Lidia, come ringraziamento per l’alleanza contro l’odiato nemico persiano. Che si sia trattato di un trasferimento volontario o meno, dunque, il viaggio con i mezzi dell’epoca per tante leghe di terreni accidentati e spesso poco raccomandabili, di un qualcosa di tanto delicato e prezioso, doveva averne accresciuto ulteriormente il valore ed il significato sacro. Rendendo tanto più incredibile la percepita necessità di liberarsene al decesso della sua padrona, inserendolo all’interno di una dotazione funebre tra le più preziose e notevoli di tutta l’Europa pre-romana…
La nobile arte che imprime schemi d’eleganza nella tosatura del dromedario
Costruirono il concetto stesso dei commerci all’apice del Mondo Antico. Quando le opportunità rappresentate dagli insediamenti umani del Maghreb, conosciuti dall’Egitto prima e poi i loro vicini Romani e Cartaginesi, si scontravano regolarmente con il valico impossibile del più vasto e inospitale dei deserti, il Sahara. Letale per la stirpe equina, se possibile, ancor più di quella umana. Il che lasciava il compito di trasportare merci e bagagli a due sole possibili creature: il mulo e quello che nella lingua franca di quei secoli veniva detto dromas, un grecismo che significa “corridore”. In riferimento alla propria capacità di sopravvivere e spostarsi alacremente sulle sabbie, grazie alle riserve di grasso contenute nella gobba e quelle idriche riciclate nello stomaco sfruttando il suo perfezionato metodo di filtrazione renale. In quei tempi, tuttavia, chiunque conoscesse il popolo dei Libici o Amazigh non li associava ad una pratica particolare di abbellimento o decorazione di questi animali, visti unicamente come navi di quel mondo, funzionali al coronamento di palesi e ben collaudati obiettivi. Con l’inizio del periodo islamico a partire dal VII secolo, ed il diffondersi di questa religione attraverso il corso dell’Alto Medioevo, le cose iniziarono gradualmente a cambiare: il gobbuto era un dono divino, creato sulla Terra per fornire aiuto e ricchezze ai devoti. Quale miglior modo, dunque, di rendere omaggio ad Allah, che veicolare lo splendore implicito del cosmo imprimendovi la risultanza di svariate ore di lavoro, così da renderlo magnifico allo sguardo, oltre che utile all’ingrandimento del portamonete dei mercanti? Dove o quando ebbe inizio questa particolare pratica, non è ad oggi noto. Sebbene vanti una speciale associazione con la ricorrenza annuale della Eid al-Adha o festa del sacrificio, quando in grandi fiere le famiglie facoltose sono solite acquistare l’animale più attraente ed in salute, per offrirlo sull’altare così come Abramo era disposto a fare col suo unico figlio, Isacco. Sebbene sia opinabile che ad oggi, il più alto livello apprezzabile di tosatura artistica del dromedario sia attestata soprattutto nel subcontinente, tra il Pakistan e l’India, avendo trovato in quest’ultima il nuovo contesto calendariale della Kartika Purnima, occasione dedicata al bagno purificatore effettuato dal creatore Brahma nel lago di Pushkar, nell’odierno distretto del Rajasthan. Dove il palesarsi di quadrupedi finemente ornati è un’occorrenza in molti modi attesa, vista la quantità di operatori esperti nella messa in pratica di questa antica e complicata materia. Tanto che il loro lavoro, portato a compimento con perizia ineccepibile e capacità probabilmente oggetto di specifiche stirpi di appredimento, rappresenta un’ulteriore attrazione del contesto per gli amanti del mammifero artiodattilo dei climi aridi, assieme alle sue corse, combattimenti e concorsi di bellezza per ciascuna delle razze riconosciute. Mentre nel mondo contemporaneo di Internet, la barberia dei dromedari rappresenta un altro misterioso lavorìo dei popoli, capace di dar adito a visioni supportate da preziose convergenze esteriori…



