Visto nei sogni e nato dalla strada, il castello del postino disallineato dalle regole del surrealismo coevo

Tematica tipicamente ricorrente nelle costruzioni concepite per indurre un senso di stupore e meraviglia, l’alterazione della percezione di se stessi e il mondo può essere modificata tramite uno studio delle proporzioni: rendere una costruzione grande, piccola, e trasformare al tempo stesso una porzione trascurabile dell’esistenza in qualche cosa d’immenso. Così a lato di un sentiero del piccolo villaggio di Hauterives, nella Drôme francese, i visitatori occasionali vengono chiamati a confrontarsi con la cittadella di cemento in apparenza disallineata da ogni cognizione incorporata nel reame delle conoscenze pregresse. Uno svettante omaggio, costruito con perizia e senza termini d’ispirazione soverchianti, a una visione olistica del concetto stesso dell’architettura umana, in questo luogo popolata da bassorilievi e statue di animali, creature fantastiche, giganti. Abbastanza fedele, nei propositi creativi, da poter sembrare da lontano un tempio induista, finché non gli si gira attorno per trovarsi innanzi ad un tipico castello medievale, una moschea, una piramide, uno chalet svizzero ed una casa quadrata d’Algeri. Circondati da facciate dedicate rispettivamente al “Tempio della Natura” ed il “Museo Antidiluviano” egualmente dettagliati nell’offrire spazio a circostanze sfolgoranti e incomprensibili, angolazioni significative per comprendere ed esporre la mitologia. Il tutto impreziosito dall’aggiunta ricorrente d’incisioni fatte a mano con salienti diciture, come “Un genio benevolo mi creò dal nulla.” Oppure: “Ciò che Dio ha scritto sulla tua fronte, si realizzerà.” (Proverbio turco) ed ancora: “Per quarant’anni ho cercato, trovato e disegnato, facendo sorgere questo palazzo magico dal suolo stesso. Per tale idea il mio corpo ha sopportato tutto: tempo, cinismo, anni.”
Un messaggio chiaro e una voce al tempo stesso riconoscibile, per chiunque abbia approfondito la vicenda del Palais Idéal di Ferdinand Cheval, l’opera che affascinò Pablo Picasso, il surrealista André Breton e Max Ernst. Molto prima di venire nominato, con un sondaggio televisivo su scala nazionale, il “Secondo monumento preferito dai francesi”, dopo il leone della cittadella di Belfort. Essendo parimenti l’opera monumentale, dalle dimensioni significative, di un singolo individuo creativo. Ciò che rende tuttavia notevole questo complesso edificio, ancor prima dell’estetica senza tempo, può essere rintracciato nella scintilla stessa della propria origine. Giacché l’autore stesso non veniva e di certo non conosceva il mondo accademico. Per le sue umili origini e la natura disallineata delle professioni che aveva volto nella propria vita: fornaio, manovale ed infine, postino. A cavallo tra due secoli di peripezie e tragedie. Finché non trovò uno scopo sempiterno, che potesse giungere a costituire la sua eredità finale…

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Un ladro di rottami non conosce riposo. E il riciclar gli è dolce in questo mare di macerie animate…

Nel quarto secolo ad Atene, dopo essere emigrato per ragioni legali dal suo luogo di nascita nel Ponto, visse un uomo che credeva fermamente nelle proprie convinzioni. Ed a tal punto era sicuro del supremo cinismo nel contesto dell’Universo tangibile, da rifiutare ogni imposizione o costrutto sociale, vivendo in una botte e consumando avanzi di cibo per assicurarsi la sopravvivenza. Il suo nome era Diogene, ma tutti quanti lo chiamavano il Cane. Interi volumi potrebbero essere riempiti delle citazioni di costui, spesso risposte date a personaggi celebri che tentavano di mettere in cattiva luce il suo stile di vita. In un celebre esempio, dopo aver ricevuto come dono beffardo da Alessandro Magno delle ossa da rosicchiare, il filosofo rispose famosamente: “Degno di un cane il cibo, ma non degno di un re il regalo”.
Fondamentalmente trasformato nell’immaginario popolare in una sorta d’ibrido inter-specie a metà tra bipede ed i nostri migliori amici, il personaggio di Diogene rivive in uno scaldabagno grazie all’opera dell’argentino Guillermo Galetti. L’artista noto su Internet come Ladron de Chatarra (Ladro di Spazzatura) non tanto per i propri metodi di applicazione, quanto in funzione della sua capacità di sovvertire un destino di entropia elaborando nuove cose o personaggi dove altri vedrebbero soltanto ragioni di abbandono. Ecco allora quel cilindrico “individuo”, che fatto muovere grazie all’impiego di una barra orizzontale, si piega innanzi mentre il volto assume nuove configurazioni. Come la testa di un Transformer, diviene oblungo e pare pronto ad annusare il cerchio dei dintorni erbosi. Dove c’era l’uomo, adesso tutto è cane. Distanti abbai risuonano nella distratta mente degli osservatori…
È un tipo di arte post-moderna, senza dubbio, poiché dedicata con intento radicale a catturare l’attenzione di chiunque, senza suscitare necessariamente pratici pensieri sulla vita, l’esistenza o lo stato politico dell’uomo. Forse per questo l’operato di Ladron, che egli ha dichiarato qualche volta avere dei “significati nascosti”, risulta tanto popolare su Internet, dove ha trovato la collocazione ideale in lunghi e articolati montaggi di materiale, tratto dai suoi canali social e talvolta accompagnato da vari brani di musica Rock & Pop. Forse il più grande dei colmi, per questo insegnante di Buenos Aires con sede operativa a Villa La Angostura che fermamente dubita della tecnologia, come un moderno Diogene, e va predicando sopra ogni altra cosa l’importanza per i giovani di ritornare a saper impiegare la creatività manuale. Tanto che egli narra, nelle poche interviste e materiali di supporto che accompagnano le proprie opere, di essere stato convinto unicamente dalla moglie, con l’aiuto del periodo d’inedia dovuto al Covid, a pubblicare online le immagini ed i video dei propri lavori. La cui varietà è tanto straordinaria, quanto confusa risulta esserne la cronologia o un’effettiva dichiarazione d’intenti…

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Cupi Lego per lo spirito di un continente: artista costruisce le creature del domani ghanese

Il gufo alato in una posa che ricorda vagamente l’ornamento delle Rolls Royce, pronto al decollo? Un gatto selvatico ricoperto di propaggini piumate e corna draconiche, la coda rivolta speranzosamente verso il cielo? La maschera pregevole degli antenati, dal profilo che ricorda vagamente, per ragioni non del tutto chiare, il T-47 Snow Speeder del secondo film della serie Star Wars… Quasi come se il sovvertimento dei modelli di partenza fosse stato posto sullo sfondo, rispetto all’occorrenza di portare innanzi un preponderante Significato!
Ineffabile, sfuggente può riuscire ad essere lo spirito fondamentale del mondo. La dinamica realizzazione di quel gesto, che si trova al vertice del triangolo tra l’Uomo, l’Universo, la Natura. Catturato in una forma di cristallo che è la minima struttura delle cose esistenti. Il modulo creato e ri-creato, per interminabili minuti di una progressione temporale: un atomo, all’interno dell’implicito contesto. Oppur l’iterativa coincidenza, parte di un sistema speculare, che le mani creano traferendo in forma fisica gli oggetti del pensiero. Immobili, incrollabili, idealmente senza tempo. Questo è o dovrebbe essere, fondamentalmente, una statua. E nondimeno può riuscire a realizzarsi, quando il tipo di scultura che prendiamo in considerazione è realizzata con i più famosi mattoncini creativi al mondo. Lego dagli indissolubili legami, vicendevoli e allo stesso modo, capaci di protendersi fino alla mano di colui o coloro che ne percepiscono il potente fluido mitocondriale. Nimako, Ekow Nimako è l’uomo che dimostra orgogliosamente la sua discendenza ghanese. Ogni qual volta, giorno dopo giorno, assembla le sue opere all’interno di uno studio nel quartiere Scarborough, di Toronto, Ontario. Ed è avvezzo a farlo mantenendo al centro dell’esplicita faccenda una priorità cromatica importante: l’assoluto, lucido e indiviso colore della mezzanotte. Nero il cuore e nero il suo messaggio, nell’ottenimento di un potente risultato comunicativo, ma anche la realizzazione in senso post-moderno di un supremo ideale di eleganza fuori da qualsiasi tipo di dialogo politico inerente. Se non quello, indubbiamente meritevole d’encomio, che può essere un’esortazione a ritrovare le proprie perdute radici. Anche e soprattutto per il tipo di soggetti che ama rappresentare, con la realizzazione di pezzi a grandezza naturale e perciò dall’imponenza quasi monumentale, soprattutto quando si considera le inevitabili limitazioni di quei mattoncini in acrilonitrile butadiene stirene, da lui trasformati e implementati con perizia tale da riuscire a trasformarsi in coda, occhi, artigli e membra delle creature più fantastiche che si possa riuscire ad immaginare. Esseri talvolta mitologici, certe altre inventati o reinterpretati, ma sempre strettamente interconnessi al ricco corpus narrativo del folklore subsahariano. Un mondo formalmente inesplorato dal senso comune contemporaneo, ma che fluttuando fuori dai confini, lievemente può permeare ogni espressione creativa dei nostri giorni…

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La mezza verità statunitense dell’ultimo buco prima della fine del mondo

La scoperta pubblica di un luogo può avvenire in molti modi ma senz’altro uno di quelli maggiormente inaspettati è l’ascolto di un programma radiofonico dedicato al “mistero”. Lo show serale Coast to Coast AM di Art Bell, nel caso specifico, rimasto celebre all’inizio degli anni duemila per le due occasioni in cui spettatori chiamarono tentando di far passare come reale l’intreccio narrativo dei videogiochi Half-Life e Fallout 3. Eppure anni prima di tali eventi, tra le numerose esperienze extra-corporee e incontri con alieni provenienti da mondi lontani, cavalcò quelle stesse onde elettromagnetiche la voce di qualcuno che, più di chiunque altro, si sarebbe dimostrato in grado di colpire la fantasia americana. Quel qualcuno era Mel Waters e la sua storia, attraverso una serie di tre interventi nel 1997, 2000 e 2002, sarebbe progressivamente diventata leggenda. Di quel tipo normalmente definito “metropolitano” benché non si dipani sempre, o necessariamente, tra le alte mura dei palazzi e le ordinate strade del contesto urbano. E certamente non in questo caso, trattandosi dell’eccezionale serie di eventi sperimentati in un luogo imprecisato presso Ellensburg, nello stato settentrionale di Washington, in mezzo alle montagne nebulose del Manastash Ridge. Dove a quanto pare il carismatico individuo, così egli ebbe a raccontare, possedeva il tipo di terreno auto-gestito che viene comunemente definito come un ranch, un po’ fattoria agricola, un po’ allevamento. Un po’ capanno del cacciatore. Luoghi pieni di segreti e norme comportamentali altamente contestualizzate, almeno a giudicare dalle numerose narrazioni fatte nel settore dell’intrattenimento narrativo contemporaneo, come un codice per così dire “particolare” dedicato allo smaltimento dei rifiuti. Ed in effetti, così inizia la saliente contingenza, pare che lo stesso Mel come anche i suoi vicini sul territorio avessero da tempo l’abitudine di gettare grandi quantità di spazzatura in un misterioso pertugio, sostanzialmente un’apertura circolare dal diametro di circa 3 metri situata al centro di una misteriosa radura, caratterizzata dalla presenza di una copertura di mattoni fino alla profondità di una mezza dozzina di metri. Del tutto priva di stranezze percepite almeno finché qualcuno, allarmato dalla maniera in cui gli animali sia domestici che selvatici sembrassero terrorizzati da quel luogo, non iniziò ad interrogarsi in merito a un fattore di contesto dalla portata importante: com’era possibile, esattamente, che il buco non si fosse ancora riempito? Quant’era profonda esattamente questa voragine, e chi l’aveva costruita?
Con uno stile dialettico accattivante ma impreciso, Mel proseguì quindi nella sua prima chiamata a descrivere gli strani eventi collegati ad essa. Il più intrigante dei quali, relativo a come una sua vecchia conoscenza avesse proceduto a gettare il corpo del suo cane recentemente defunto nell’oscurità, soltanto per vederlo alcuni giorni dopo vagare senza meta tra gli alberi, di nuovo vivo e vegeto nonché chiaramente riconoscibile grazie al collare e la medaglietta che aveva al collo. “Quindi, se tuo avessi una malattia incurabile” Chiese allora Bell, “Ti getteresti nel miracoloso buco che resuscita gli esseri viventi?” E senza un minimo d’esitazione: “Puoi scommetterci, amico. È scritto nel mio testamento, quindi, di sicuro ci vedremo dall’altra parte. O magari, anche no…”

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