La paura è spesso l’espressione fuori dal controllo di sinapsi che acquisiscono le informazioni fuori dall’anello della razionalità inerente. Si possono temere molte cose: concetti labili, presenze percepite, cognizioni collettive derivanti da fattori non del tutto acclarati. Certe volte può bastare l’atmosfera. In casi alternativi, sono le ragioni di contesto. Come la reputazione folkloristica di un punto nello spazio, alla precisa convergenza di un gruppo di numeri: 46°46′26″N 23°31′19″E. Questo il centro sulla mappa delle leylines, linee che taluni chiamerebbero arbitrarie, proprio qui in Europa, paese dalla lunga storia in merito a superstizioni ereditate ed ingrandite col trascorrere dei secoli dall’orlo esterno del Neolitico fino alla data odierna. Ma è un mito più moderno quello del denso agglomerato di alberi noto come Hoia-Baciu, situato in mezzo a un gruppo di piccole cittadine a nord di Cluj-Napoca, capitale non ufficiale della regione della Transilvania. Zona celebre per i castelli un tempo posseduti dai nobili non propriamente integerrimi dei tempi avìti, incluso il Principe di Valacchia passato alla storia come Vlad l’Impalatore. Storie di vampiri frutto di sapienza popolare ed interpretazione letteraria di vari autori, un po’ come succede per il ricco repertorio di criptidi e mostruosità di vario tipo nelle terre anglofone al di là del vasto mare. Laddove questo è il caso di un fattore alternativo, derivante da precise suggestioni individuali, ingigantite per l’effetto dei media contemporanei, tra cui radio, televisione ed Internet stessa, trasformata per fattori convergenti nel profondo pozzo da cui attingere, cercando storie in grado di attirare un qualche tipo di reazione dalla collettività senza nome. Narrano “le storie” a tal proposito, qualunque sia la loro origine, che in un momento imprecisato un pastore della zona avesse fatto il proprio ingresso nello spazio ombroso con il proprio gregge di 200 pecore, per poi sparire assieme ad esse nell’assenza di alcun tipo di evidenza. Un’impresa davvero inspiegabile, se è vero che Hoia-Baciu nella sua interezza ha la misura di circa 3 Km quadrati, decisamente troppo pochi perché anche un singolo individuo possa sfuggire a una ricerca organizzata di un collettivo anche di media grandezza. Ora non è chiaro lungo l’asse temporale a quando sia databile un tale diceria, contrariamente a quella che costituisce con ampia probabilità l’origine della fama internazionale a cui ascese quel frangente in abbinamento alla foto scattata il 18 agosto del 1968 dal tecnico militare Emil Barnea, durante una normalissima passeggiata notturna tra gli alberi (?) di una luce rossa stabilmente posta sopra l’orizzonte, difficilmente attribuibile a null’altro che un disco volante. O almeno ciò affermò costui, con gravi conseguenze personali. Vuole il corso della storia, infatti, che all’epoca la Romania costituisse parte dell’Unione Sovietica, paese comunista e totalitario dove un qualsivoglia accenno a fenomeni paranormali era equiparabile a manifestazioni di follia o religione, entrambi tendenze discordanti relativamente al regime di stato. Così che egli perse, per sua sfortuna, immediatamente il lavoro ed ogni tipo di credibilità pubblica residuale. Pur permettendo a una vera leggenda del suo popolo, da lungo tempo accantonata, di mettere radici e crescere potente come oscurità che avvolge e soverchia l’essenziale ragionevolezza del senso comune…
alieni
Tra strani tubi extraterrestri, l’irrisolto enigma della Montagna Bianca del Qinghai
Attraverso il vasto mare dei secoli, un fossile costituisce l’indelebile segno lasciato dall’esistenza pregressa di un tipo d’organismo che ha respirato, vissuto e si è riuscito a riprodurre nell’ambiente di un tempo antico, finendo esso stesso, per processi di varia natura, per diventare una parte del suo paesaggio ormai sepolto. Concetto in tale senso non dissimile da quello di un reperto, palese manufatto di pregresse generazioni, capace di aprire una finestra sulla storia più o meno approfondita dei nostri antenati. La distinzione d’altra parte è netta in termini di epoche effettivamente trascorse: giacché i processi necessari a mineralizzare un’entità di tipo biologico, nella maggior parte dei casi, richiedono un tempo che aspira al lungo ciclo degli Eoni. Laddove a seppellire vasi o manufatti di terracotta, per accantonarne dopo l’esistenza, tendono bastare un paio di millenni, o magari una manciata di secoli appena. Il che basterebbe a farci annoverare le formazioni tubolari rinvenute al termine degli anni ’90 nelle tre caverne della montagna piramidale della Baigongshan (letteralmente: Montagna Bianca) come appartenenti al primo gruppo di entità, vista la loro datazione formalmente determinata a 150.000 anni prima della data odierna. Di gran lunga antecedente rispetto a qualsiasi insediamento registrato nell’arido altopiano del Qinghai, che si estende fino alle radici del tetto del mondo, situato entro i confini dell’adiacente nazione tibetana. Una definizione facile da attribuire, finché non si scruta con i propri occhi ed acquisisce l’effettivo aspetto del rilevante contesto geofisico, che vede il massiccio in questione con l’aspetto complessivamente non dissimile da quello di una piramide di tipo antropogenico. E le condutture in questione, che sbucano nel sottosuolo in tre caverne dall’ingresso triangolare e all’altro capo del massiccio, in prossimità di un lago salato ad 80 metri di distanza, del tutto compatibili con un lavoro di natura idraulica portato a compimento dall’uomo. Trattandosi nello specifico, a voler scendere nei particolari, di una pletora di elementi cilindrici vuoti ed oblunghi, dalla composizione prevalentemente metallica, il cui diametro varia da pochi millimetri fino a 40 cm. Il cui utilizzo in tempi ancestrali per il trasferimento dei fluidi appare tutt’altro che impossibile, così come l’alternativa opportunità di far passare segnali o linee elettriche fino alla sommità del massiccio, in questo luogo circondato da terreno pianeggiante ideale per la costruzione di un osservatorio o punto d’osservazione paesaggisticamente privilegiato. In maniera simile a quanto fatto, in effetti, in epoca contemporanea presso la Montagna Viola a 70 Km di distanza, con un radiotelescopio per le onde ultra-veloci di Yematan, prezioso strumento al servizio della comunità accademica cinese. Un tipo di paragone che apre il passo in modo significativo a quella che è da sempre stata, per il caso di Baigong, una delle ipotesi più ripetute e discusse localmente, con un possibile intento di amplificare la portata turistica e culturale del ritrovamento: la difficilmente confutabile possibilità che un qualche tipo di mente intelligente, non necessariamente appartenente ad un’iterazione della nostra stessa specie, possa aver “costruito” la montagna e il suo bizzarro contenuto. Credo sia anche troppo palese, a questo punto, il tipo di creatura di cui stiamo parlando…
Le ignote circostanze che plasmarono lo strano nido tra i recessi estremi della Siberia
Nell’alberata vastità dell’oblast di Irkutsk, situato a nord-ovest del bacino idrico del lago Baikal, molte sono le notevoli località capaci di passare inosservate. Persino una caratteristica del paesaggio, caratterizzata come un’asperità o ellissoidale preminenza dal diametro di circa 160 metri ed un colmo sporgente in posizione lievemente decentrata, posto a 40 metri sopra il territorio pianeggiante che lo circonda. Un… Cratere, come l’avrebbe definito lo scopritore Vadim Kolpakov nel 1949, sebbene tale termine parrebbe sottintendere una sicurezza in merito al suo iniziale palesarsi, che in effetti non figura in alcun modo nelle spiegazioni a corredo dell’incerto evento. Tale da causare l’accumulo o l’affioramento di una complessiva quantità di pietra frantumata, principalmente di origine calcarea ma composta anche di arenarie e scisti, quasi come se qualcosa, o qualcuno, avessero svelato un varco verso lo strato geologico sottostante. Giungendo a scambiare, senza soluzione di continuità, il contenuto sotterraneo con quello che si trovava all’esterno. Subito inserita, una volta fatto ritorno alla capitale regionale Bodaibo, nel rapporto del giovane ricercatore impegnato nei rilevamenti di stato, l’anomalia del cratere nella zona del fiume Patom (Patomskiy) non avrebbe dunque tardato nel suscitare l’attenzione delle autorità militari come possibile prova di un test di bombe o altri implementi bellici da parte di un’ignota entità straniera. Ipotesi ben presto corroborata dal rilevamento da parte dei corpi di spedizione di una certa quantità di radiazioni residue. Non abbastanza da costituire un rischio per la salute di un individuo adulto, ma comunque insolite per il tipo di eventualità rappresentata. Ben presto, dunque, le alternative contrapposte iniziarono a sovrapporsi, con l’idea preliminare che il sito potesse costituire il segno dell’impatto di un meteorite, oppure l’esito evidente di un vulcano freddo, affiancate dall’idea che fosse stato l’uomo a generarlo, piuttosto che un qualche tipo di visitatore proveniente da un diverso piano dell’esistenza. Un alieno, se vogliamo. Interpretazione ulteriormente corroborata, a suo modo, dal tentativo di raccogliere informazioni tra i popoli indigeni di etnia Evenki, che si riferivano abitualmente a questo luogo come “Nido (Ghente) dell’Aquila di Fuoco”; un diretto riferimento, senza ombra di dubbio, all’aspetto gibboso capace di ricordare un uovo d’uccello del picco al centro del cratere, una caratteristica frequentemente visibile nelle comparabili casistiche lunari. Ma anche all’ipotetico, non del tutto impossibile evento pregresso nella loro storia per lo più orale, corrispondente all’avvistamento di un oggetto intento a disegnare un arco fiammeggiante sulla tela dell’azzurro cielo. Poco prima d’impattare, con un suono roboante, tra le valli verdeggianti della regione…
Delizia degli ufologi, la terza pietra interstellare ci raggiungerà nel giorno del Sol Invictus
Fin da tempo immemore, l’intrinseco funzionamento della mente umana ci ha portato a venerare i corpi astrali, manifestazioni scintillanti di possibili divinità o entità superne. Persino nelle religioni monoteiste, come il Cristianesimo, la nascita di Cristo viene fatta corrispondere alla comparsa nella volta di un corpo cometario, la cosiddetta Stella di Betlemme, che guidò coloro che volevano rendergli omaggio fino al figlio o manifestazione prettamente antropica di nostro Signore. Ed è forse una fortuna, dal punto di vista di coloro che volessero classificare i molti culti nella storia delle religioni, il fatto che l’attrezzatura tecnologicamente limitata abbia in passato contenuto il numero di quei fenomeni, che gli aspiranti profeti potevano indicare ai propri sostenitori nelle ore che si frapponevano tra il tramonto e l’alba con voce tremula e sguardo (temporaneamente) offuscato da rivelazioni trascendenti. Poiché al sopraggiungere dei tempi odierni, il metodo scientifico ha ormai da tempo smascherato l’occorrenza sistematica delle coincidenze, con appena 365 giorni di calendario a disposizione per il compiersi degli eventi predestinati, inclusi fenomeni galattici di proporzioni tali da poter essere osservati ad occhio nudo. Ma persino i più potenti telescopi di cui possiamo disporre, risultano condizionati da particolari limitazioni…
Immaginate dunque la sorpresa degli addetti presso l’Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System (ATLAS) di Río Hurtado, Cile, quando lo scorso primo luglio ciò che avevano fino a quel momento classificato come un tenute asteroide iniziò a spostarsi di qualche grado, dimostrando nel contempo alcune delle caratteristiche tipicamente associate alle comete: una chioma marginale, una coda di 3 secondi d’arco ed una possibile nube di polvere capace di oscurare il suo nucleo rotante. Essendo nel contempo identificabile, causa la sua traiettoria eccessivamente tangente ed oltremodo rapida, come un oggetto proveniente da regioni ben più distanti della nostra familiare nube di Oort, così come gli altri due predecessori provenienti da regioni astrali cosmiche identificati fino ad ora, 1I/ʻOumuamua del 2017 e 2I/Borisov del 2019. Doverosamente denominato, a questo punto come 3I/ATLAS rendendo onore al sito da cui era stato avvistato. Per una classificazione relativamente preoccupante proprio perché il nostro più avanzato centro di ricerca sugli oggetti cosmici vaganti aveva identificato il “rischio” relativamente tardi, a 670 milioni di Km di distanza dal Sole ed appena 171 giorni dal perielio (momento di massima vicinanza con la Terra) corrispondente a circa 268 milioni di chilometri dalla nostra cara, vecchia e vulnerabile sfera di fango. Laddove obbligatorie risultano essere virgolette in quel contesto, vista la distanza proiettata a rimanere sempre significativa, soprattutto rispetto ai pianeti che saluterà molto più da vicino di Giove (53 milioni di Km) Marte (29 milioni) e Venere (97 milioni). Il che costituisce, nel contempo, il nocciolo primario dell’interessante problema. Essendo tale tripla congiunzione molto atipica, al punto da costituire una reale coincidenza, per la maniera in cui il corpo in questione giunge non soltanto alla velocità vertiginosa di 68,3 Km al secondo, ma riesce a farlo con un asse in alcun modo tangente al piano di rotazione orbitale del Sistema Solare, quasi come se un mandante sconosciuto avesse inteso proiettarlo in modo tale da massimizzare il numero di tali incontri. Aggiungente a tutto questo la maniera in cui l’attività di vaporizzazione glaciale, tipica delle comete, sia iniziata in questo caso molto più lontano del previsto, come se qualcuno/qualcosa avesse intenzionalmente acceso una sorta di motore, per comprendere come la cometa abbia già sollevato i soliti dubbi sulla sue possibili… Intenzioni…



