Nelle sventurate circostanze della disintegrazione in volo di un grande velivolo, il miglior segno immaginabile è generalmente l’apertura del più alto numero possibile di paracadute. Allorché su otto uomini presenti a bordo del bombardiere B-52G in volo sopra la contea di Wayne in North Carolina, soltanto cinque si salvarono, non essendoci purtroppo il tempo di evacuare per coloro che non erano situati in quel momento su di un seggiolino eiettabile. Ma dal punto di vista degli spettatori a terra che scrutarono d’un tratto verso l’alto, al verificarsi dell’esplosione del carburante nell’ala sinistra dell’aereo, sarebbe apparso in quel terribile 24 gennaio del 1961 un sesto telo intento a rallentare il proprio carico prezioso. La cui stessa presenza in mezzo al cielo sgombro, in verità, era il sinonimo di una condanna senza possibilità di appello. Tutti conoscono, in linea di principio, la potenza di una bomba nucleare all’idrogeno, decine o centinaia di volte più potente di quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Non molti sapevano a quei tempi, d’altro canto, che letterali dozzine di queste armi volarono costantemente per un’intera decade sopra il territorio degli Stati Uniti ed Europa, nell’attesa di eventuali segni dell’ultimo di tutti i disastri. Confidando di riuscire almeno, qualche attimo prima della fine, a devastare un grande centro urbano dell’odiato ed al tempo stesso temuto blocco Orientale. Né di quante volte, con il prolungarsi della cosiddetta Operazione Chrome Dome, si sia sfiorato il più assoluto disastro, in seguito al verificarsi delle circostanze tali da invocare il protocollo Broken Arrow: la perdita in transito, parziale detonazione e/o conseguente irradiazione dovute all’impropria gestione di un esemplare della più potente arma mai costruita dalla razza umana. Persino in quel contesto, tuttavia, l’episodio di Goldsboro in piena guerra fredda resta un caso unico per le sue conseguenze più che decennali. Che vedono tutt’ora, nonostante i tentativi fatti per risolvere la situazione, una considerevole parte dei 3.400 Kg di una bomba modello Mark 39 sepolti a una profondità irrecuperabile nell’acquitrino ai margini di una zona agricola di quel tratto temperato della costa est del continente. Quasi come una leggenda in merito alla sussistenza di una secolare maledizione. Che attende l’ora di riemergere, avvelenando l’esistenza dei suoi malcapitati vicini…
campi
Tempesta di colpi che riecheggia con acustica perfetta contro l’alto muro del Jai alai
Lo svago collettivo ed il divertimento, il flusso dei primi turisti ed il benessere degli abitanti non erano concetti sconosciuti nella Cuba degli inizi del Novecento. Quando al centro dell’Avana un luogo in mezzo a molti altri sembrava suscitare, più di ogni altro, l’entusiasmo cacofonico dei propri ospiti e utilizzatori. El Palacio de los Gritos, lo chiamavano in lingua spagnola, con riferimento al chiasso senza fine che sembrava provenire nelle ore di maggior frequentazione dalla propria forma lunga e stretta, con un’altezza grosso modo equivalente a un condominio di due o tre piani. Nessun solaio campeggiava in tale spazio, tuttavia, bensì un unico soffitto alto e un corridoio dall’ampiezza calpestabile di 15 metri, sebbene aperto su di un lato al fine di ospitare il pubblico del quotidiano evento partecipativo, un po’ come quello utilizzato per le registrazioni molto successive di una sit-com. Jai ala era il nome di una tale circostanza, ovvero “Festa allegra” così come suggerito inizialmente da Serafin Baroja una trentina d’anni prima, facendo l’utilizzo dell’idioma della sua antica nazione. Luogo di provenienza, per l’appunto, di una delle molte evoluzioni della pallacorda del XIII secolo, tradizionalmente incorporata nella lunga serie di stimate tradizioni e tratti culturali degli Euskadi, in questo caso destinati a convergere nella disciplina comunemente nota come pelota/pilota o più semplicemente “palla” basca. Per la prima volta, come in pochi avrebbero potuto immaginare, qualcosa di originariamente relegato a quel distintivo fazzoletto d’Europa era giunto all’altro alto dell’oceano. Ed il futuro successo di quel nuovo sport, in quel momento, non sarebbe potuto apparire connotato da più enfatiche speranze.
Molti sono, a tal proposito, gli aspetti affascinanti che rendono la pratica in questione interessante fin da subito ai non iniziati. A cominciare dal fattore esteriore della chistera con la forma riconoscibile di una banana o cesta saldamente legata al braccio destro dei quattro giocatori (per ragioni intrinseche, non sono ammessi i mancini) intrecciata come il vimini con listelli di canna e possibilmente dotata di struttura portante in legno di castagno appositamente importato. Capace di agire come una sorta di estensione e al tempo stesso catapulta situazionale, ogni qual volta costoro scaraventano la pelota di caucciù e cuoio contro l’iconico frontón o parete posta innanzi ai loro sforzi, cercando di farla rimbalzare in modo che gli avversari risultino incapaci di afferrarla entro il secondo rimbalzo e rimandarla indietro con un solo fluido movimento della propria mano. Una sorta di squash dunque, racketball o padel, con una singola, importante differenza: la velocità fulminea del proiettile lanciato con i sopracitati ausili. Capace di raggiungere o superare agevolmente, nel caso di un esperto utilizzatore, la cifra assolutamente notevole di 300 Km/h. Ragion per cui è ad oggi obbligo indossare il casco. Visto come gli infortuni, per quanto relativamente rari, possano raggiungere un grado tutt’altro che trascurabile in termini di gravità… Volete sapere, a tal proposito, qual era un nome alternativo usato per il palazzo cubano? El Matadero (il mattatoio) luogo di abbondanza e al tempo stesso, inevitabile sofferenza per i meno fortunati…
A nascoste arachidi, sapienti marchingegni: un epico passaggio per disseppellire il domani
Il mostro meccanico avanza senza remore nel campo del colore smeraldino di un tramonto visto tramite la lente dell’atmosfera venusiana. Ruote imponenti che trascinano lo sferragliante rimorchio, costituito in egual misura da ricurve protrusioni ed ingranaggi roteanti, all’interno di spazi chiaramente definiti dalle paratie metalliche che proteggono l’ombra del suo passaggio incessante. E dove questo passa, solchi nascono dal suolo, molto più ampi di qualsiasi campo usato per la coltivazione di un differente raccolto. Ai lati dei quali, le copiose moltitudini, cumuli d’oggetti oblunghi dal profumo che pervade totalmente l’aria tersa di un silente mattino…
Nocciole o noccioline, parole simili per indicare frutti della terra il cui utilizzo può essere configurato in circostanze simili dell’industria gastronomica contemporanea. Entrambe frutta “secca” ma con genesi radicalmente differenti, giacché la prima cresce sopra gli alberi mentre la seconda, originaria del contesto sudamericano, si configura come un basso vegetale cespuglioso, la cui caratteristica di maggior spicco è un comportamento simile al proverbiale struzzo che nasconde la sua testa nei momenti d’introspezione. Ogni volta in cui l’arachide, detta per l’appunto “ipogea”, raggiunge la maturità, fiorisce e quindi getta i suoi peduncoli del tutto perpendicolari verso il suolo friabile del campo di appartenenza. Perforando verso l’area sottostante per poi giungere in maniera prevedibile a dar forma al suo ambizioso lomento. Geocarpia, in una singola parola, per proteggersi dalla voracità di erbivori e la grande fame degli artropodi (per non parlare dei molluschi di terra) ed un effetto… Meramente collaterale, nei confronti degli agricoltori che perseguono la commercializzazione seriale. Vedi la maniera in cui, fino alla fine del XIX secolo, l’ambìto prodotto sotterraneo del nuovo mondo comportava il faticoso impiego di affilate vanghe da conficcare con impostazione obliqua nei campi, al fine di tagliare al tempo stesso terra ed il fittone di radicamento del più ampio quantitativo di piante. Per poi procedere nel modo lungamente collaudato nel ribaltare uno ad uno i vegetali recisi, affinché il calore diurno si occupasse di seccarne la parte maggiormente desiderabile e preziosa. Un’arachide umida costituisce, d’altronde, un supporto fertile per muffa velenosa e il fungo Aspergillus flavus, la cui ingestione è stata collegata negli studi di laboratorio con l’insorgere di varie tipologie di cancro. Apparirà evidente a questo punto che siamo al cospetto di una serie di gestualità ripetitive, la cui automazione potenziale iniziò ad essere individuata come un margine importante di miglioramento fin dalla fine dell’Ottocento. Quando i primi vomeri trainati da cavalli, adeguatamente modificati, iniziarono a tirare fuori in modo sistematico quei frutti, senza tuttavia riuscire a scuoterli, per separarli dalla terra. Ci volle dunque ancora qualche decade, perché le cose cominciassero a cambiare in modo realmente significativo…
Tra fiori di lavanda, la gemma della chiesa che non produce un’ombra
Quello che non ci riesce necessariamente facile da immaginare, come abitanti di un paese che non raggiunge quasi i 10 milioni di chilometri quadrati, è la maniera in cui i turisti cinesi possono essenzialmente dividersi in due categorie distinte: quelli che viaggiano per il mondo al fine di assorbire nuovi luoghi e cognizioni, e coloro che invece, sia accontentano di ritrovare entro i confini nazionali tutto ciò che avrebbero ragione di voler sperimentare nella vita. Mari e monti, valli e fiumi, dighe, città storiche dai trascorsi millenari. Siti culturali ed archeologici, ma cosa dire dei monumenti? Quelle costruzioni frutto di un particolare profilo culturale, la risultanza dei processi estetici che sono la formale risultanza della collisione tra le aspirazioni collettive e la realtà tangibile della natura… Luoghi ed espressioni tipiche da cartolina, se portate alle più estreme conseguenze, dimenticando tutti i presupposti che ne hanno saputo consentire l’effettiva manifestazione al termine della catena dei momenti. Prendete, per esempio, la Provenza. Una regione che in Europa si conosce da una pletora d’immagini, tra cui distese viola da cui sorgono pareti antiche d’edifici o borghi medievali, trasformati nelle icone pittoresche dei nostri giorni. Così le valli ricoperte di lavanda, che compaiono nei quadri di Cezanne e Van Gogh, costituiscono soltanto una singola parte dell’equazione. E non è certo facile creare l’altra, mediante l’utilizzo di pietre, vetro e mattoni. Ragion per cui il Parco Scientifico e Tecnologico Agricolo Sino-Francese di Meishan, nel Sichuan, ha deciso per uno dei suoi punti panoramici più rinomati di seguire piuttosto il sentiero figurativo. Con la costruzione di una chiesa che non è una chiesa, un luogo di culto evanescente d’indubbia e singolare composizione, in cui le pareti esistono più che altro come un costrutto immaginario. Del fantasma scintillante, trasparente e magnifico, che si erge orgogliosamente dalla pianura.
La legittima e formale domanda di cosa, esattamente, stiamo guardando trova a questo punto soddisfazione grazie alla qualifica di Wú yǐng jiàotáng o “Chiesa Senza Ombra” (無影教堂) l’iperbole configurata come installazione artistica, piuttosto che vero e proprio luogo di culto, con la collaborazione dello studio architettonico Shanghai Dachuan. La cui capacità di ergersi, come un punto di riferimento inconfondibile, ha costituito nel corso degli ultimi anni una calamita irresistibile per quantità incalcolabili di fotografi da social network, in cerca di fondali adatti per incorniciare le immagini delle proprie vacanze…



