Dito corto e manto rosso, così è l’abito del soffice guardiano delle notti equatoriali africane

Non sempre il piumato volatore che si sveglia prima riesce ad afferrare il verme. Un principio che si applica, nel modo dei proverbi, ad una vasta gamma di creature. Tra cui in mezzo ai rami più frondosi dell’alta canopia, scintilla tremula dagli occhi circolari, si staglia sulla luce dell’astro solare una presenza ragionevolmente conosciuta in certe zone dell’Africa subsahariana. Che non è una scimmia e neanche un lemure, sebbene sembri simili ad entrambe. E di sicuro esula dalla categoria degli orsacchiotti, pur trovandosi dotato delle caratteristiche visuali di un accattivante chaperone del regno dei sogni frequentato sul finire del tramonto da grandi e piccini. Col suo incedere determinato e in qualche modo atletico, nonostante sembri svolgersi, dal nostro punto di vista, al rallentatore. Il potto è il potto, direbbe qualcuno… Ovvero non c’è nulla su questo pianeta che possa esserne l’eguale, fatta eccezione per gli altri lorisidi, tra cui quelli comuni, gracili ed il più piccolo angwantibo, definito non a caso “potto dorato”, laddove il nostro amico del corso principale riesce ad essere, piuttosto, di un rossiccio tendente all’arancione. E poi c’è il falso potto, ipotesi per una volta accompagnata da una specie (Pseudopotto martini) considerato quasi un criptide dalla comunità accademica dei nostri giorni. Che ancora sta cercando di venire a patti con la suddivisione in tre categorie distinte del rilevante genere Perodicticus, prima del 2015 considerati delle mere sottospecie: P. potto (Occidentale) P. edwardsi (Centrale) e P. ibeanus (Orientale). Con piccole diversità nella dimensione media comunque prossima ai 35-40 cm di lunghezza, la dentatura e le proporzioni della coda. Definendo le caratteristiche di una creatura ragionevolmente uniforme tra i diversi areali non comunicanti, semplicemente poiché troppo specifica è la nicchia ecologica, ed eccessivamente caratteristico il suo stile di vita. Consistente nell’uscire dalla tana quando è buio pesto, muovendosi abilmente al rallentatore. Andando in cerca di fonti di cibo che, molto semplicemente, disgusterebbero chiunque altro: frutta dalla scorza impenetrabile, squittenti pipistrelli, formiche, ragni, coleotteri odorosi, bruchi urticanti, larve d’insetto, lumache appiccicose e funghi tossici di varia provenienza. Da cui uno dei suoi ritratti internettiani più famosi, in cui il quadrumane appeso a un ramo, con gli occhi riflettenti come i fari di una locomotiva, tiene in mano una mostruosa scolopendra, che si appresta a divorare in un sol boccone. Mostrando nel contempo un’altra caratteristica piuttosto caratterizzante, che consiste nel sembrar dotato delle sole dita anulare, medio e mignolo, con un indice apparentemente mozzato a metà. Da cui per l’appunto il nome Perodictus, derivante dall’espressione greca “mutilato nell’indicare”. Caratteristica in verità facente parte del suo codice genetico inerente, pur essendo lungi dal costituire quella maggiormente insolita di questo interessante animale…

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Da secoli impegnato in una maratona, l’arbusto che ha lasciato indietro la foresta dei suoi pari

Mai nessuno albero ha potuto avere una valenza maggiormente caratterizzante, che l’aguzzo spillo perpendicolare coordinato alla comune rappresentazione dei cimiteri. Ordinato scorrere di un susseguirsi di cipressi, intervallati dalle tombe cruciformi, le cappelle e i monumenti alla caducità del mondo fisico, sebbene i sempreverdi sembri indicare l’esatto contrario. Esiste d’altro canto un luogo sulla Costa Est dell’Isola Meridionale, Nuova Zelanda, dove le trascorse generazioni riposano senza il disegno di arbustive meridiane a intervallare la saliente griglia della loro terra lieve. Esattamente là, nella provincia pianeggiante di Karamea, dove i trascorsi agricoli dei tempi coloniali fornirono il pretesto agli abitanti per bruciare, poi tagliare, poi bruciare ogni presenza vegetale più alta di un cespuglio solitario. Fatta eccezione per un unico, notevole esemplare di Metrosideros robusta, quello che i nativi sono soliti chiamare Rātā, direttamente dall’appellativo di un antico eroe guerriero. Così svettante con l’altezza di un palazzo di una decina di piani, i suoi 32 metri a suddividere il fondale di montagne distanti, l’essere sorveglia i suoi dintorni col contegno di un feroce dinosauro. Somiglianza ulteriormente accentuata dalla strana forma del suo tronco…. O forse sarebbe meglio utilizzare tale termine, così imperfetto nel descrivere quel paio di gambe, al plurale?
Fu una scelta razionale, chiaramente. Ed a suo modo condivisibile, quando gli antenati dei latifondisti, poi convinti a vendere alle autorità locali, gli girarono attorno con le proprie asce e in seguito i trattori, anno dopo anno, conservando quello che pareva non avere simili nell’intero arcipelago dei Maori. Né altrove, così come finalmente celebrato nel recente 2024, tramite l’avanzamento di quell’esemplare fino all’encomiabile qualifica di “albero dell’anno”. Così perfezionata tramite raccolta di opinioni effettuata dallo NZ Notable Tree Trust, specifico progetto a lungo termine iniziato nel distante 1977 dall’Istituto Reale dell’Orticoltura (RNZIH). In un anno dai presupposti concorrenziali niente affatto trascurabili, inclusa l’attesa partecipazione del famosissimo albero di Wānaka, salice immerso nelle acque nell’omonimo lago della regione di Otago, comparso sullo sfondo di un milione di fotografie sul web. Laddove il fascino del suo collega in apparenza bipede, volendo attribuirgli una saliente origine, difficilmente può essere slegato dal successo della serie cinematografica tolkeniana, per la non vaga somiglianza al popolo degli Ent di Fangorn, tra gli attori meno prevedibili della guerra scatenata per il possesso dell’Unico Anello. Punto d’orgoglio e letteratura nazionalizzata, fin da quando il regista Peter Jackson riuscì a intravedere in questi luoghi la perfetta versione visitabile della Terra di Mezzo. Ed avrebbe avuto modo per ragioni ancor più valide, di ritrovare una versione tangibile delle loro perdute mogli, le leggendarie Entwives, “Sbiadite per l’intensità dei loro sforzi. Le cui chiome erano del colore del grano maturo, le guance rosse come mele…” Indossando, perché no, radici simili a scarpe dal tacco alto. Allorché non v’è bellezza maggiormente memorabile nel regno naturale, che un robusto tronco incline a tendersi verso il cielo distante…

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Così passano le corde sulle strade sfortunate, ricucendo la foresta per le bestie dell’Amazzonia

Nel mondo ideale del futuro, nessun luogo è irraggiungibile. Saettanti veicoli a motore, interfacciandosi con un paesaggio attentamente calibrato, conducono pneumatici lungo le strisce del proprio tragitto elettivo. Oltre valli, monti e oceani d’erba, indifferenti alle barriere un tempo invalicabili dei continenti. Eppure nel contempo, costruire strade di collegamento ed alti muri invalicabili sono processi interconnessi, se si adotta l’adeguata prospettiva di riferimento. Quella di creature che da lungo tempo condividono, seppur in modo involontario, il tipo di risorse paesaggistiche da sfruttate a tale scopo programmatico finali. Gli animali stessi, meri passeggeri lungo il viaggio cosmico della nave spaziale Terra? Personaggi secondari, nell’opera in tre atti che vede nell’epilogo il trionfo della nostra gente? Non è stato facile, a questo proposito, cancellare l’innato senso di condivisione ed empatia capaci di porre un ostacolo alla necessaria percezione soggiacente. Eppur ci sono luoghi dove la portata del danneggiamento, che deriva in modo implicito dalla disposizione di lunghe strisce d’asfalto, sembra troppo significativo per volgere lo sguardo altrove. Centri della biodiversità residua, ultima speranza di un precipuo meccanismo in cui la civiltà contemporanea è ancora un ospite o presenza occasionale. Ed altri popoli sopraelevati, lassù tra i rami verdeggianti, stolidamente popolano regioni ancora libere dell’Amazzonia.
Questo il caso del Brasile e del disastro naturale noto come BR-174, linea retta disegnata sulle mappe per un tratto di 3.300 Km lineari, tra Cáceres in Mato Grosso e Pacaraima sul confine venezuelano. Una risorsa senza precedenti sia per i vantaggi nel connettere due angoli del vasto territorio sudamericano, che in termini di conseguenze involontarie sulla fauna locale. Dal punto di vista dell’intero ecosistema sopraelevato di primati e altri mammiferi, la cui evoluzione si è concentrata sull’adattamento all’esistenza arboricola, abbandonando le capacità inerentemente necessarie a spostarsi efficientemente al livello del terreno ormai sottostante. Basti unire dunque tale presupposto, al pericolo inerente di un sentiero trafficato, dove veicoli necessitano di ampi spazi per riuscire a frenare, per comprendere l’atroce statistica, di circa 2.000 animali morti annualmente lungo questa singola arteria di collegamento nazionale. Ivi incluse specie a rischio d’estinzione più meno stringente, tra cui diverse entità endemiche dall’aspetto inconfondibile e inusitato, vedi la scimmia ragno dalla faccia nera, il mico di Schneider, il bugio rosso di Spix, il bugio rosso del Purus e lo zogue-zogue. Il che ha fatto di questo luogo, nel corso dell’ultima decade, il candidato ideale per l’applicazione di un approccio precedentemente adottato in altri luoghi soggetti a problematiche similari: la costruzione di luoghi di attraversamento artificiali, la dove la natura era costretta a rimanere dietro l’imprescindibile barriera. Ponti nello stile tibetano progettati con un alto grado di specificità, onde incoraggiare l’utilizzo da parte degli utenti sopramenzionati. Che pur mancando di una voce necessaria a esprimersi, acquisivano su questo piano un rinnovato diritto alla sopravvivenza…

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Ghiaccio vivido nella foresta: due iridi preannunciano la curiosa forma tra le fronde del Madagascar

Tanto preoccupati erano i cultori della prima scienza tassonomica nel cercare il cosiddetto anello mancante tra l’uomo e la scimmia, che tardarono nel comprendere come quest’ultima potesse costituire, a sua volta, una stazione di collegamento intermedia. L’essere perfettamente simile, essendo nel contempo differente, a noialtri come la vivente guisa primordiale della sua primaria essenza: la strepsirrina, non per niente detta “proscimmia”. Non che la distribuzione del sottordine in questione, da principio, fosse un grande aiuto in tal senso. Potendo disporre come termini di paragone, entro i confini dell’Africa continentale, dei soli lorisidi e galagidi, piccole famiglie di creature per lo più notturne, composte da specie compatte, ecologicamente collaterali agli altri primati dello stesso territorio di riferimento. Fu dunque solo successivamente, con l’esplorazione della maggior isola dell’antistante Oceano Indiano, che i colleghi di Darwin si trovarono a comprendere quanto potessero diversificarsi i lemuri, e fino a che punto risultassero capaci d’influenzare il proprio territorio. Come sperimentato dallo stesso biologo britannico John Edward Gray, alle prese nel 1867 con alcuni campioni da museo raccolti di una bestia rara, il manto nero e gli occhi, in base ai resoconti, di un profondo color azzurro cielo. Allorché descritti al tempo come una mera sottospecie del già conosciuto Eulemur macaco, cui venne aggiunto per loro il termine in lingua latina flavifrons, simili abitanti dell’alta canopia custodirono per lungo tempo i propri misteri. Restando privi per oltre un secolo d’informazioni in merito alla località di provenienza e osservazioni appropriatamente documentate. Finché ad oltre un secolo di distanza, nel 1983, studi sul campo (Koenders et al.) non ne segnarono di nuovo l’occorrenza, presso la punta nord-occidentale della grande isola, in un’area situata in mezzo ai fiumi di Andranomalaza e Maeverano. Il lemure dagli occhi azzurri, anche detto “di Sclater” esisteva veramente e non solo, fu possibile trovarne a tutti gli effetti due varietà distinte: una di colore nero, già in origine documentata, e un’altra marroncina-rossastra, per il resto identica da ogni punto di vista rilevante. Non ci volle successivamente molto a lungo, tramite l’osservazione e lo studio genetico, per comprendere di essere di fronte rispettivamente ai maschi ed alla femmina dello stesso animale, in un raro caso tra i mammiferi di manifesto dimorfismo sessuale. Sul piano cromatico ed al tempo stesso, comportamentale: giacché lo stile di vita di questi lemuri prevede, in modo altrettanto atipico, che siano le signore a governare i gruppi di sei-dieci esemplari, accoppiandosi più volte con i maschi che combattono tra loro per guadagnarsi tale imprescindibile privilegio. Lo sguardo attento e concentrato, che sembra riecheggiare di distanti territori nordici battuti dalle gelide sferzate del limpido maestrale…

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