Attenti all’infernale incubo del bruco aragosta

Il guardiamarina Riker scese nell’angusto pozzo scoperto sul pianeta origine del segnale di soccorso, seguito dai due membri dell’equipaggio armati di torcia e rilevatore del battito cardiaco. Tutti estremamente titubanti, eppure certi di una cosa, sopra ogni altra: che contrariare il capitano, in quel particolare frangente, avrebbe comportato non pochi problemi per il loro immediato futuro. Già la Nicodemo, nave da trasporto del Commonwealth, aveva deviato dal suo percorso di ben 15 anni luce per assistere non meglio definiti naufraghi secondo il codice stellare, pena il rischio di ricevere una multa significativa alla registrazione del proprio diario di bordo; ma ulteriori perdite di tempo avrebbero pesato ulteriormente sugli introiti della missione. Senza un attimo di esitazione, dunque, l’uomo puntò il suo fascio di luce verso la parte più distante della caverna, per scoprire la più inaspettata delle scene: un cumulo di almeno 30 uova color marrone scuro della grandezza individuale di un pallone da rugby, simile alla prole recentemente deposta di un insetto sovradimensionato. Facendo cenno ai suoi di aspettare, s’immobilizzò quindi sul posto, pensieroso: “Riuscite a crederci, gente? Credo che abbiamo appena scoperto la vita extraterrestre. 300 anni passati dall’invenzione della guida interstellare, e siamo proprio noi a farlo…” Con un sorriso a 32 denti, fece un passo verso il punto focale della sua esistenza. E fu allora che il globo più vicino, stimolato dalle vibrazioni, iniziò ad aprirsi. Lasciando fuoriuscire dalla sommità due zampe lunghe, nodose ed affilate almeno quanto la lama di un samurai. Riker sentì un tonfo sordo dietro la testa, prima che tutto si facesse buio e silenzioso, per molte ore.
Esistono esseri creati per assolvere a uno scopo, forti, flessuosi, agili e scaltri. I cui muscoli riflettono lo stato evoluto di un predatore ultra-perfezionato dall’evoluzione, il volto naturale della forma in grado di riflettere una o plurime funzioni. E poi c’è l’assoluto, segmentato ed indicibile terrore. Qualcosa di tanto spaventoso da non sembrar quasi possibile e perciò proprio per questo, almeno in parte, fittizio. Un bruco, dopo tutto, cos’è? Se non la larva inoffensiva di un qualcosa di ben lungi dall’essere pienamente sviluppato e che anche allora, non potrà far altro che volare in giro, posarsi sopra i fiori e cercare un partner per l’accoppiamento. Non che ciò influisca in alcun modo sull’immagine apparente dello Stauropus fagi o bruco della prominente aragosta da un nome alternativo della sua specie, insetto che se fosse appena una o due volte più grande, si farebbe largo zampettando minaccioso lungo il sottobosco. Ed anche con la sua lunghezza complessiva di 70 mm al massimo, riesce indubbiamente a suscitare un qualche tipo di reazione istintiva ancestrale. Perché dico io, guardatelo soltanto: la testa aerodinamica accompagnata dal primo paio ipertrofico di zampe, modificate per sembrare quelle di un ragno. La schiena arcuata e bitorzoluta, ricoperta di scaglie simili a quelle di un dinosauro, con la coda portata diritta alla maniera inconfondibile di uno scorpione. E poi, consideriamo il comportamento: di un lepidottero che una volta venuto al mondo, non abbandona il guscio del suo uovo ma piuttosto continua a nutrirsene e difenderlo dai propri simili, agitandosi e scuotendo il suo corpo in maniera frenetica sulla foglia ogni qualvolta un potenziale predatore tenta di disturbarne l’esistenza. Per quello che potrebbe sembrare l’inizio di un attacco benché si tratti, nei fatti, dell’alfa e l’omega di un’intera strategia difensiva. Poiché non c’è nulla di formidabile nonostante l’aspetto, nell’artropode in questione, astuto comunicatore di minaccia priva di un seguito guerriero conseguente. Così come altri bruchi usano il veleno, gli aculei o il mimetismo per sopravvivere fino alla tessitura del bozzolo, la prominente conta un principio alla base stessa dell’istinto di sopravvivenza di ogni carnivoro predatore. Ovvero la paura nei confronti di ciò che non può essere compreso, in quanto eccezionalmente misterioso, orribile o diverso…

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Questo bruco è la parrucca di una strega incoronata

L’esperienza inizia in genere con un lieve senso di smarrimento. Quando camminando in solitudine nella foresta, il peso dei peccati commessi fino a quel momento sembra all’improvviso sollevarsi dalle nostre spalle, un attimo prima che il sentiero termini, proprio in mezzo ai tronchi ricoperti di strati di muschio e funghi di varie colorazioni e forme. Ed è allora che un QUALCOSA sembra materializzarsi, come un movimento lieve ai margini del campo visivo, il passo silenzioso di una mistica creatura con gli occhi rossi puntati dritti sulla nostra schiena. E il cielo, appena visibile nel mezzo delle fitte fronde, s’ingrigisce fino scomparire, gli uccelli tacciono, persino il vento smette di soffiare. Quindi, poco dopo l’ora del tramonto fuori luogo, l’intero sottobosco inizia a muoversi strisciando. Con un ritmo strano e surreale: un passo avanti, uno indietro, tre passi avanti ed uno indietro, strane semi-rigide escrescenze che si muovono per colpa dell’inerzia subita. Ed una forma sale sopra la corteccia di quell’albero. Ed un’altra poi la segue. Poi sono dozzine! Mentre si dispongono a ventaglio, sulla sagoma di quella vecchia quercia, per formare i lineamenti di uno strano volto; la cui bocca dunque s’apre, a un ritmo rallentato, pronunciando la parola “Walpurgis”.
Streghe, streghe, tremebondi esseri dai molti aspetti. Così che i credenti dell’Europa settentrionale, assieme ai loro “padri” pellegrini che si erano spostati all’altro capo dell’Atlantico, pensaron bene che dovesse risultare maggiormente conveniente attribuire tale orribile presenza a tutte quelle donne, dall’atteggiamento giudicato irrispettoso e quell’orribile propensione allo studio di scienze “maschili” come la medicina, la matematica o l’osservazione sperimentale della natura. La cui immagine, stereotipata, includeva un certo tipo di abbigliamento e aspetto inclusivi di, nell’ordine: un naso lungo, possibilmente bitorzoluto; mento aguzzo, arcigno; smorfia eternamente sprezzante; un ampio cappello a punta. E sotto quest’ultimo, nella maggior parte dei casi, una folta chioma spettinata di colore tendente al grigio, qualche volta mantenuta in una serie di lunghe trecce che potremmo definire, con la terminologia moderna, affini alla visione Rasta dell’acconciatura umana. Non c’è dunque proprio alcunché d’imprevedibile, se cercando una valida analogia per il bruco della Phobetron pithecium, lepidottero dall’insolito aspetto ed i vistosi sei tentacoli irsuti, gli anglosassoni abbiano scelto d’impiegare il valido binomio di hag moth (falena strega). Lui che una o due volte l’anno, verso l’inizio e la fine dell’estate, fuoriesce inconsapevole dalle lunghe e piatte uova della sua specie, attaccate sotto la superficie delle foglie di frassino, betulla, quercia, corniolo, salice o diversi alberi da frutta. Per iniziare la lenta marcia destinata a trasformar la clorofilla in antipasto e il lembo vegetale in ottima portata dell’ora di cena, mentre le proprie dimensioni aumentano ed aumentano, attraverso quattro o cinque distinte fasi o instar, ciascuna coronata dall’abbandono della propria pelle e scheletro esterno, ben presto riformato con l’intera dotazione di aguzzi e minuscoli pugnali. Già perché osservando tali esseri, raramente più lunghi di 2,5 o 3 centimetri, nessuno potrebbe mai riuscire a dubitare dei meriti della loro armatura pilifera, capace di ricoprire fino all’ultimo angolo delle suddette preminenze, simili alle zampe di un ragno capovolto. La cui funzione, contrariamente a quanto si potrebbe tendere a pensare, non è affatto la deambulazione…

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L’orribile ingegno dello scarabeo mangiatore di rane

Tra le contorte radici di un vecchio albero d’ontano, uno scintillante convegno di esseri brulicava, temporaneamente invisibile agli occhi dei propri molti nemici. “Vendetta, vendetta” era il segnale nella lingua artropode di feromoni, gesti con le antenne ed interscambio di contatti momentanei, sopra le elitre di un verde acceso congiunte in modo tale da impedirgli, per antica scelta evolutiva, di spiccare il volo. “Coleotteri, carabidi, cari fratelli…” Esordì il giovane capo della tribù, con la cicatrice sullo scudo chitinoso della testa e le mandibole contorte in una smorfia di artropode furore “Per troppo a lungo abbiamo sofferto in silenzio il predominio degli anfibi. Troppe morti e troppa sofferenza hanno reso tragica la storia della nostra Famiglia. Portate quindi a me, i vostri figli immaturi, e quindi ancora privi di preconcetti. Ho in mente un piano che probabilmente, un giorno, riuscirà a salvarli.” Avete mai osservato la scena di una iena che abbatte un bufalo, dieci/dodici volte più pesante? Tutto è possibile, nel regno senza limiti della natura. E in particolari generazioni, quando si susseguono in maniera sufficientemente rapida, persino la vittima può trasformarsi in un qualcosa di… Diverso. “Morderemo, mangeremo. Succhieremo via la loro stessa carne!”
Epomis, dal nostro punto di vista umano, è solamente una parola. Ma per gli anuri, rospi, rane e tutto ciò che è collocato in mezzo, costituisce l’orrido sinonimo di una lenta e dolorosa morte, originatosi durante l’attimo del proprio assicurato trionfo. É soltanto un attimo, lo scatto subitaneo della lingua. Un lampo rosa e normalmente, l’insetto sparisce tra le fauci spalancati della cosa saltatrice, gli occhi chiusi per assaporare meglio l’evidente superiorità all’interno delle gerarchie del regno. E se invece vi dicessi che in particolari casi, nonostante i presupposti, la suddetta preda possa evadere dal segno orribilmente chiaro del suo triste fato? Casi che in effetti ammontano, nel caso qui presente, a fino il 90% degli incontri-scontri rilevanti, con le “insignificanti” larve del suddetto scarabeo, del tutto simili a dei micro-vermi dalla forbice sul deretano, che scattano agilmente di lato. Per poi colpire, a loro volta, sulla pelle vulnerabile del viscido carnivoro della palude. Ed Epomis (indipendentemente dalla specie) è quello che possiede, nella sua famiglia, le più efficaci doppie mandibole per ancorar se stesso al corpo del gigante, tanto che mai e poi mai la rana, nonostante i molti movimenti o tentativi fatti, riuscirebbe più a scrollarselo di dosso. Così può apparire, ad un osservatore umano di paesi che possono estendersi dall’Europa temperata (Italia inclusa) all’intera regione paleartica dell’Asia e persino nel Nord-Africa, questa scena surreale della rana con l’insetto attaccato, durante il breve periodo che precede la sua orribile morte. Perché questo sinistro membro della stessa famiglia di tanti scarabei dall’aspetto variopinto e magnifico possiede, in effetti, la capacità di secernere un fluido digestivo capace di corrodere letteralmente l’organismo della vittima aspirante predatrice. Cui fa seguito il suo progressivo indebolimento, finché una di due cose, entrambe altrettanto orribili, possa accadere…

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Buongiorno, bruco verde con la maschera di un adorabile felino

Oggi più che mai, attraversiamo i momenti successivi delle nostre vite adattando il modus operandi sulla base delle circostanze transitorie del momento. Il che poi sarebbe, volendo usare una definizione già sentita, la nostra propensione a cambiarci la maschera di ora in ora: studente rispettoso, animale festaiolo, professionista responsabile, rabbioso Anonimo baffuto alla sfilata dei Guy Fawkes. Ma se c’è un momento in cui dovremmo essere noi stessi, almeno per qualche minuto, è quello in cui accendiamo per la prima volta il lume della fievole coscienza, al risveglio mattutino di ogni singola giornata. Quando la mente grida con potente enfasi: Ohayou Sekai, Good Morning World! O per usare la comune traslitterazione anglo-giapponese, HARO WARUDO, a meno che… Sia proprio la prima di queste due parole a ricordarci, con due sillabe riconoscibili, l’esistenza di un particolare personaggio le cui sembianze, più di ogni altra, dovrebbero tornare utili ad interpretare il sentimento. Ed il nome di una simile creatura vagamente antropomorfa, voi lo conoscete molto bene. Grazie a un merchandising senza fine che ritorna periodicamente a ondate di gran moda, sin dal 1974: Gatto del Buongiorno, o se vogliamo usare ancora un termine straniero, Hello Kitty, una gattina che frequenta eternamente la terza elementare.
E se io vi dicessi, di nuovo, che in natura esiste veramente un animale con quel volto? Quasi come se il bisogno di trovare un’espressione fin da subito composta, il massimo bisogno del risveglio, avesse dato luogo all’imitazione biologica dei presupposti artificiali. Quello che succede raramente, ma quando succede… Apriti (mi)cel(i)o, ed Internet nel suo complesso! Un’altra piccola creatura è stata illuminata dai due o tre o cinque attimi di fama, questa volta grazie al posto originario di un entomologa e meteorologa (curiosa combinazione, vero?) della regione di Tokyo, il cui soprannome è Wapi-chan. In primo luogo perché il bruco tipico delle “farfalle marroni del sottobosco asiatico” (Gen. Mycalesis) nonostante la lunghezza media di appena 3/4 cm, appare caratterizzato dalle proporzioni di un magnifico fagiolo di peluche, fatta eccezione per le borchie dei bitorzoli prese in prestito da una zucchina. Il secondo per la pinza definita scientificamente corno/bi-corno, situata in corrispondenza della parte posteriore, che sollevandosi a intervalli regolari lascia fuoriuscire una pallina nera dall’aspetto estremamente regolare, deiezione derivante dalle foglie che il suo proprietario ingurgita senza riposo. E terzo, beh, non credo serva farvelo notare… Il bruco striscia su dozzine di pseudopodi ma se lo guardi con la giusta prospettiva, sembra quasi che si muova sulle zampe di un agile cacciatore d’indesiderati topolini. In altri termini, sembra quasi che sia pronto per alzarsi in piedi, poco prima d’iniziare a gattonare.

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