Il bruco che s’insinua dentro il formicaio impiegando il proprio indistruttibile carro armato

Piccolo residuo cadaverico a forma di 8, grumo inutile di resti abbandonati ai margini della fortezza sotterranea. Qui, nella foresta dell’Asia Orientale, dove gruppi appartenenti alle sotto-famiglie Formicinae o Myrmicinae condividono le stesse millenarie aspirazioni: vivere, moltiplicarsi, espandere i confini delle proprie brulicanti nazioni. Una singola preda alla volta. Saturando una discarica alla volta. Finché non venne il giorno in cui, per l’occorrenza di un allineamento sventurato, quegli stessi rifiuti possano improvvisamente prendere vita. E deambulando lentamente, facciano ritorno al nesso interno di quel mondo impenetrabile e guardingo. Oltre i margini del suo perimetro, dove i soldati formano picchetti mai dormienti. In mezzo allo strato di operaie, stranamente indifferenti al palesarsi di una tale anomalia strisciante. Così la larva della specie Ippa conspersa riesce ad aggirare la programmazione dei suoi antichi avversari. Per ghermirli e intrappolarli, uno alla volta, dove manchino speranze di trovare vie di fuga o qualsivoglia scampolo di luce, né salvezza. Il che rappresenta, di per se, già una questione insolita nel suo complesso. Giacché un bruco in mezzo alle formiche è giunto normalmente all’ultimo capitolo della propria esistenza. Creatura giovane, incapace di fuggire, ricca di sostanze nutrienti accumulate nell’attesa di raggiungere la propria metamorfosi confidenziale. Perché non trasformare, a questo punto, la sua debolezza in forza? Perché non portare l’ancestrale guerra dietro l’uscio degli esapodi torturatori? E farne il pasto di un terribile plenilunio di sangue… In base all’oggettivo senso del bisogno indissolubile e inavvicinabile dell’arachide mannara. Sinonimo d’impenetrabile corazza, non priva di un certo fascino inerente, derivante dalla propria implicita funzione. Infiltrarsi ed essere del tutto priva di sostanza. Da ogni punto di vista, trasparente all’occhio scrutatore della preda multiforme, il cui nome prototipico è Legione. Così alle prese con colui o colei che in modo molto feromonico, ignora i segni che comunemente instradano la relazione tra gli insetti eusociali e le loro prede. Allorché l’unione collettiva degli sforzi può costituire una forza, ma irrigidisce anche i parametri istintivi di reazione ai rischi di un fatale giorno. Permettendo a chi può averne la capacità, di trarne incomparabile soddisfazione, verso l’ora della sazietà agognata…

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Furtiva è la falena che condanna i figli delle vespe nel silenzio dei loro favi

Pesante è il capo che sostiene la corona. Ma cosa ancor più problematica, pesanti sono le sue palpebre al concludersi della giornata. Il che significa che esiste un universo, tra le plurime combinazioni dei cationi, dove leone ha la necessità di rifugiarsi sul calare delle tenebre. Allorché gazzelle dalle aguzze zanne incedono sui propri zoccoli attutiti. Per coglierlo e versare il regio sangue mentre ululano il proprio affronto alla Luna. Quel mondo è adesso e il tempo, l’epoca vigente negli Stati Uniti, a dimensione degli artropodi eusociali che più d’ogni altro incutono timore nei giganti molto più imponenti di loro. Chi non conosce la tipica reazione degli affetti da vessofobia? Timore delle cose gialle che si aggirano all’interno delle stanze con ronzio feroce, senza un’evidente cognizione di quel detto: “Ha più paura di te che tu di lei.” Ed insieme ad esse il pungiglione che punisce la sua vittima, più volte nello svolgersi di una singola esistenza che si svolge alla difesa di quel nido. Principio aposematico che pare funzionare in molti casi, ma non tutti o necessariamente. Nella corsa agli armamenti che, ormai da quasi 170 anni, chiamiamo Evoluzione. Neppure Charles Darwin d’altronde, con la sua ben nota fascinazione per gli esseri dal ciclo vitale atipico, avrebbe potuto concepire lo specifico approccio alla sopravvivenza dell’insetto definito inizialmente Cataclysta iphitalis, da parte del collega naturalista Francis Walker nel 1859. Per poi approdare alla definizione attuale di Chalcoela aurifera esattamente 13 anni dopo, con riferimento etimologico alla lucentezza metallica di una parte delle sue quattro ali, caratterizzate invece nella parte posteriore da una cupa macchia, che gli è valsa l’appellativo contemporaneo di falena fuligginosa. Forse un tentativo di mimetizzarsi, per colei che ha fatto della furtività un’arma. E del coraggio un efficiente marchio di fabbrica soltanto successivamente accreditato, finalizzato al compiersi del più ordinario e nondimeno atroce degli orrori: l’uccisione dei nuovi nati nella loro culla, sinonimo dell’assoluta indifferenza del Demiurgo nei confronti della Creazione. Affinché il predatore parassita per definizione possa venire ripagato, almeno qualche volta, con la sua stessa moneta.
Quando al calare della notte, anche le vespe cessano la propria veglia furibonda. E il messer vampiro con le ali di seta lievemente posa le sue zampe sull’esterno ruvido della colonia. Pronto per inocularla con la cosa più terribile esistente: le proprie stesse, tondeggianti uova…

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Lo stratagemma del bruco travestito per rubare tra gli avanzi degli aracnidi hawaiani

Un’osservazione spassionata della più popolosa isola dell’arcipelago del fuoco nel mezzo dell’Oceano Pacifico, la spesso visitata O’ahu, può risultare sufficiente a comprenderne l’unicità geologica, come parte della crosta continentale riemersa, col passaggio dei millenni, dalle oscuri abissi sottomarini. Su più livelli che risultano allo stato attuale adiacenti, incluse quelle due “catene” montuose di Koʻolau e Waiʻanae, così chiamate nonostante rappresentino la parte sommitale di altrettanti massicci vulcanici, la cui forma simile a uno scudo è andata persa innumerevoli generazioni prima della venuta dell’uomo su queste terre. Ma generazioni di cosa, esattamente? Secondo Daniel Rubinoff, professore di entomologia presso l’Università di Manoa, tra i più antichi esseri a poter vantare una linea d’esistenza ininterrotta da simile piattaforme paesaggistiche privilegiate, da oltre 6 milioni di anni può essere esplicitamente annoverata una minuscola falena. E conseguentemente a tale affermazione, quello che per circa un paio di decadi lui e il suo team hanno fatto il possibile per confermare essere il suo bruco. La ragione di tale insolita incertezza può esser dunque rintracciata in una caratteristica molto particolare della creatura, finalmente descritta sul finire di aprile (ma non ancora fornita di un nome scientifico) nella rivista Science, abituata come gli altri esponenti del genere Hyposmocoma a formarsi un’armatura protettiva con vari tipi di detriti ed ogni altro oggetto funzionale allo scopo che gli riesca di trovare in giro. Ma di un tipo molto più sofisticato e protettivo rispetto alle specie cognate, proprio a causa del pericoloso stile di vita che caratterizza la creatura in questione. In bilico per fame in mezzo a fili appiccicosi che in condizioni normali non sarebbero affatto raccomandabili, in quanto costruiti dal più stereotipico e temuto predatore tra gli artropodi: il ragno. Di ogni varietà e voracità possibile, nella diversificata biosfera isolana, tra la totale indifferenza di un intruso consumato la cui esperienza evolutiva ben conosce l’efficacia del singolare espediente. Questo perché il nostro amico lepidottero, soprannominato non a caso dalla stampa come il “collezionista d’ossa” può vantare la macabra ed originale abitudine di vestirsi degli avanzi dei cadaveri, lasciati in giro per la ragnatela dopo ciascun pasto del suo nemico…

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Sognate serpenti, disse la falena. Sarà nettare, la lacrima che bagna piume dormienti…

Incubus è il nome di creature che soggiogano i pensieri vulnerabili, si aggirano nel buio alla ricerca di sinapsi da fagocitare con le proprie bocche simili a proboscidi uncinate notturne. Mostri della fantasia dell’uomo, che risiedono dove la fantasia è reale; in quello spazio tra il sonno e la veglia in cui qualcosa si agita dinnanzi alle nostre pupille. Abbastanza solido, sufficientemente tangibile perché l’idiosincrasia diventi carburante dello spostamento tra i regni. Di un’infinità di universi possibili, tutti egualmente terrificanti. Ed Incubus è anche il soprannome, liberalmente assegnato online, ad una particolare categoria di esseri soggetti a metamorfosi, creature che strisciano verso il tramonto, si librano quando la Luna è alta ed in prossimità dell’alba, prima di cercare con chi riprodursi, suggono la risultanza dell’altrui perdita transitoria di coscienza. Sono di volatili diversi, figli di una discendenza più antica, dinosauri che da tempo hanno raggiunto la grandezza di un chihuahua. Per poi continuare a rimpicciolirsi. Finché sopra un ramo di quella foresta in Sudamerica, non dorme appollaiato il Tamnofilide o antbird dal mento nero, passeriforme lungo una dozzina di centimetri che si ciba abitualmente d’insetti tra cui formiche, ragni e beh… Farfalle. E che non penserebbe mai, durante le ore di veglia, di ritrovarsi a dare nutrimento ai suoi stessi ancestrali nemici. Semplicemente, piangendo! Una scoperta non del tutto sorprendente, pur essendo infusa di un carattere decisamente surrealista, quella fatta dal naturalista Leandro Moraes qualche anno fa nell’Amazzonia, ove scorse con i propri occhi la questione in corso d’opera. Il frangente senza precedenti registrazioni note, di un lepidottero posato sulla testa dell’uccello ormai sopito, che succhiava in mezzo alle palpebre dal pozzo umido del bulbo oculare contenuto all’interno. Gesto alquanto terribile a vedersi… Eppur totalmente privo di conseguenze; se è vero che il pennuto non soltanto evitava di ribellarsi. Bensì mancava, addirittura, di risvegliarsi!
È una tecnica ben collaudata, d’altra parte, quella della erebide del genere Gorgone, qui documentata in una pratica d’insetti vari che già sapevamo coinvolgere mammiferi, rettili e persino persone. Il cui nome sufficientemente descrittivo risulta essere “lacrimofagia”. Mangio tristezza in altri termini, o più semplicemente la conseguenza collaterale dell’azione umettante, che ogni essere dotato di organi per la vista ben conosce come necessariamente continuativa per l’esigenza protettiva dell’organismo. Risultando al tempo stesso, così deliziosamente salmastra, tanto saporita e gustosa

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