Ci sono molti pennacchi di fumo che avvolgono rilievi paesaggistici nel mondo, ma nella maggior parte dei casi si tratta di un fenomeno collegato a un qualche tipo di attività vulcanica, estremamente rara nel punto mediano di una placca continentale, come quella eponima dove si trova collocato il continente della grande Australia. Ci sono molti incendi stagionali che minacciano gli equilibri naturali, soprattutto a queste latitudini dal clima caldo e secco, ma nessuno di essi vede la propria durata misurabile in svariate migliaia di anni. O quasi. Considerata l’eccezione visitabile nell’area situata 224 Km a nord di Sydney e 17 dal piccolo centro abitato di Scone, nota col toponimo in lingua Wanaruah di Wingen, direttamente traducibile con la parola riferito al più volatile, incandescente e incontrollabile dei quattro elementi. Fuoco leggendario e non direttamente visibile, sopra o attorno alla semplice collina ricoperta di sterpaglie, se non fosse per il fumo che si addensa attorno a oscure quanto inesplicabili e profonde fenditure, facili da individuare per il melange olfattivo dal retrogusto acido e solforoso. Non propriamente riconducibile a un tipo di fonte termale, quanto l’olezzo di una stufa che è rimasta accesa per troppi giorni di fila. O in questo caso, incalcolabili generazioni. Così come narra la leggenda dei sopracitati nativi, che collegano il fenomeno ad un episodio della propria narrazione collocata in senso cronologico all’interno dell’Età del Sogno, epoca venuta prima del momento proto-storico della Creazione, quando un qualche tipo di conflitto vide questo popolo tentare di difendere le proprie donne dalle scorribande dei guerrieri Gummaroi. Ottenendo una vittoria relativamente facile, con una sola vittima, la cui moglie restò a piangere scrutando l’orizzonte dalla cima di quell’unico rilievo. Allorché le proprie lacrime, per intercessione del dio Biami, furono mutate in ardente fluido per l’eternità. Origine del tutto folkloristica, che attribuisce all’operato umano l’effettiva sussistenza di uno stato persistente, la cui particolarità ampiamente riconosciuta è proprio quella di precorrere di molti anni l’invenzione di tecnologie come la lavorazione del bronzo, la scrittura e la ruota. Non che gli aborigeni di questa terra, per definizione, avrebbero mai utilizzato quest’ultima prima dell’arrivo degli europei, né organizzato le proprie comunità in ambiziosi e vasti imperi, inclini a spendersi in attività mineraria o ricerca sotterranea di altri tesori. Il che lascia, come origine per l’ardente situazione a Wingen, l’unica possibile ragione di una convergenza di fattori impliciti. Dalla scintilla di un potente fulmine all’espandersi del fronte comburente fino ad un affioramento assai particolare. La miccia scura ed oleosa di un deposito sepolto di carbone, facente parte del sostrato geologico dell’intera Hunter Valley, capace di estendersi per centinaia di chilometri con la sua tradizione vinicola risalente al XIX secolo e le placide città di Newcastle e Lake Macquarie. Piene di gente ostinata e inconsapevole, del cuore fiammeggiante che anticipa di tanto tempo l’epocale sbarco nel continente meridionale dei propri esiliati predecessori…
fuoco
Archeologo dimostra l’efficacia dei misteriosi dardi fiammeggianti della nave di Enrico VIII
La prova che non servono un cappello Stetson e giacca di pelle per vivere fantastiche avventure alla ricerca della verità può essere individuata grazie all’opera profondamente costruttiva di coloro che, vivendo intensamente la vicenda storica, non si accontentano di leggerne i pregressi meccanismi tramite il nutrito repertorio delle testimonianze occorse. Ma ponendo in comunione il proprio approccio documentaristico, con l’attività diretta di mani e strumenti lungamente collaudati attribuiscono un peso tangibile ai reperti o salienti manufatti, già compromessi dal trascorrere dei secoli che appesantiscono le spalle di noi moderni. Un mestiere che può dare notevoli soddisfazioni, a chi lo pratica e a coloro che volessero riuscire a trarne un beneficio, soprattutto lungo il corso di quest’epoca profondamente digitalizzata, in cui l’opera dei singoli può facilmente diventare l’esperienza di migliaia di persone al minuto. Come i follower senz’altro meritati di Tod Todeschini del canale YouTube Tod’s Workshop, un rutilante e spesso imprevedibile susseguirsi di efficaci tentativi di attualizzare l’antichità, per il tramite di quello che più di ogni altra cosa riesce ad attirare l’attenzione delle moltitudini: fuoco, fiamme e traiettorie attentamente calibrate. Del trabucco e della catapulta e innumerevoli altri implementi, come quello al centro del suo ultimo successo, convergenza di molti articoli e trattazioni social nel corso dell’ultima settimana. La fedele interpretazione, ed ancor più plausibile dimostrazione, di quella che costituisce sotto molti aspetti una questione lungamente irrisolta nella vicenda dei conflitti marittimi affrontati dall’Inghilterra. Quella relativa all’utilizzo di una delle armi rinvenute a partire dal 1967 nel relitto vecchio di 422 anni della celebre caracca cannoniera dei Tudor, la Mary Rose. Vascello di 40 metri di lunghezza creato con l’obiettivo di difendere le coste dagli assalti dei Francesi, che puntualmente si sarebbero verificati negli anni a seguire. Con le proprie 91 formidabili bocche da fuoco, nonché una dotazione all’equipaggio inclusiva dei ritrovati 172 archi lunghi, 105 ronconi, 20 picche, 65 pugnali caratteristici, armature in cotta di maglia, spade, alabarde e… Tre oggetti misteriosi in quel contesto prossimo al disfacimento negli abissi dello stretto di Solent, a settentrione dell’isola di Wight. Simili a lance di quercia dalla punta appesantita, o per meglio dire, quadrelli di balestra sovradimensionati. Il cui scopo principale era quello di ardere a temperature straordinariamente elevate, aggredendo la struttura lignea del nemico e avvelenando l’equipaggio tramite le proprie esalazioni lesive. Strumenti il cui effettivo impiego ha suscitato più di un dubbio tra gli esperti in materia, in merito all’approccio utilizzato all’epoca per trarne il più efficace vantaggio tattico. Ben venga dunque il tentativo tanto approfondito, e per sua natura stessa accattivante, di colui che ne ha ricostruito l’efficacia combattiva inerente…
Huohu, i fulgidi carboni nella gabbia per gli araldi della fabbrica del fuoco umano
Una sagoma riconoscibile può assumere contorni netti se si staglia contro fonti luminose descrivibili come anticamera situazionale della grande sfera fiammeggiante creata dalla forza gravitazionale del pianeta stesso. Quando esperti praticanti si trasformano in araldi del profondo, mentre spettatori coi telefoni tenuti in verticale filmano le loro imprese per il pubblico ludibrio degli utenti social di Douyin.com. Ma come le leggi della fisica paiono talvolta accantonate dalle imprese di chi ha spirito di abnegazione superiore e indifferenza al rischio dei frangenti irregolari, può succedere talvolta che gli utenti digitali scoprano per caso un qualche cosa in grado di nutrire il fuoco artistico di lunghe e ininterrotte generazioni. Lunga è, d’altra parte, la sinuosa coda del Dragone. Ed entusiastico lo sguardo dei devoti, fortemente inclini a riprodurne le movenze tramite l’impiego di strumenti che competono al regno più tangibile della materia. Così al confine dei contrapposti degli opposti attimi, attraverso cui un oggetto si trasforma in pura luce ed energia, risiede l’elemento fiammeggiante che più di ogni altro è sintomo di ciò che non può essere imbrigliato. Ma soltanto intrappolato, momentaneamente, al termine di un lungo e resistente bastone. Huohu (火壶) lo chiamano, ovvero il “fuoco nello Hu” (壶) bollitore bronzeo trovato nei sepolcri sempiterni dell’atavica dinastia Shang. Laddove trattasi di semplice eufemismo o antonomasia, giacché gli strumenti utilizzati sono già abbastanza pesanti, da rendere la vita ardua ed il momento sufficientemente epico per quanto concerne l’attività dei danzatori. Colui o colei che impavido percorre gli ampi spazi riservati sul selciato, ricoperto di abiti perfettamente ignifughi, nell’esecuzione di una serie di essenziali quanto semplici movimenti: alzare l’enigmatico implemento, farlo roteare nell’accenno di possibili gesti marziali. Non che alcun nemico, in circostanze reali o immaginarie, possa dimostrarsi incline a bloccargli la strada o frapporsi tra costoro e l’obiettivo finale. Così mentre lapilli ne circondano la forma incappucciata, scaturendo dalle gabbie che diventano estensione naturale dei loro arti. In ampie incomparabili volute, metafore tangibili degli archi disegnati sulla superficie di una stella mai sopita.
In merito a cosa sia effettivamente ciò che abbiamo visto fuori dal suo luogo tipico di appartenenza, al di là di mere considerazioni metaforiche, la risposta può costituire una disanima di visibili fattori di contesto. I cultori di quest’arte, derivante da un tipo di danze databili da un punto di vista filologico fino agli inizi della dinastia Ming (1368 – 1644) s’inseriscono all’interno di una logica moderna non più antica del XIX secolo, quando la creazione di possibili contromisure pratiche ha posto sopra un piedistallo l’opportunità di correre ai ripari ogni qual volta il corso degli eventi sembri prendere una svolta sconveniente. E l’unica risorsa disponibile, diventi l’estintore da tenere rigorosamente a portata di mano…
L’alchemica trasformazione della quercia per l’imprescindibile respiro del carbone giapponese
L’apprezzamento culturale nei confronti del Giappone, largamente praticato da ampie fasce di popolazione appartenenti alle nazioni e storie personali più diverse, nient’altro costituisce in molti casi che la manifestazione resa in senso pratico di un profondo anelito facente parte dell’intrinseca creatività umana. Nella misura in cui, tra tutte le matrici identitarie, pochi altri possono essere i paesi dove l’arte viene praticata in modo parimenti assiduo, non come un prezioso patrimonio da tenere in alto e preservare oltre le impenetrabili vetrine dell’Accademia. Essendo giunta a costituire, piuttosto, il numero perpetuo dell’agire e del sentire quotidiano, fin dai tempi in cui un senso comune al territorio di quelle isole trovò l’espletamento di una collettività congiunta. In cui un determinato approccio alle necessità comuni era non solo incoraggiato, bensì il metodo costante per aggiungere un valore del tutto oggettivo a un’intera categoria di cose o situazioni, che al di fuori dei confini erano null’altro che uno scevro corollario dell’odierna civiltà indivisa. Principalmente nel corso dell’epoca dello shogunato Tokugawa (1601-1868) durante cui le diverse entità feudali finalmente unificate giunsero a una lunga e ininterrotta situazione di pace, permettendo anche alle classi meno agiate di prosperare. Così che l’elevatissimo livello di raffinatezza, raggiunto dai nobili che praticavano il mestiere delle armi, filtrasse finalmente al mondo contrapposto del fiorente artigianato urbano, destinato a diventare un saliente punto d’orgoglio per tutti coloro che, in misurabile entità, solevano impiegarlo come mezzo di sostentamento familiare. Intere discendenze, destinate a tramandare modi per costruire mobili, forbici, fogli di carta, piccoli alberi o tazze d ceramica da usare in cucina. E nel caso di Binchōya Chōzaemon della regione di Kishu, odierna prefettura di Wakayama, persino quella che potremmo definire la materia prima di quel luogo niente meno che fondamentale in qualsivoglia dimora. Il carburante necessario da ardere, quando la semplice legna di foresta non riesce più ad essere abbastanza.
Carbone, in altri termini, sebbene appartenente a una sottocategoria innegabilmente specifica e definita. Non esattamente un fossile e neppure un minerale, risultando da un processo produttivo attentamente calibrato e giunto al perfezionamento tramite lo studio attento di una lunga serie di presupposti. Tali da ottenere già in quei tempi la versione più pregevole, come ancora oggi risulta possibile affermare, di un fuoco che tralascia gli indesiderati capitoli di aria fosca ed odori. Ardendo puro e limpido, con conseguenze necessariamente incomparabili a vantaggio del suo campo d’impiego elettivo. Esistono del resto tipi di cucina in cui l’aggiunta di un sapore tostato e fumoso può essere desiderabile. Da sempre affiancati a circostanze in cui, soprattutto prima dell’invenzione dei moderni metodi di cottura, la situazione inversa diventava necessariamente auspicabile. Laddove il Binchō-tan (carbone di Binchō) o binchō-zumi (carbone bianco) finì per meritare il suo costo al peso stesso dell’oro e l’argento delle miniere…



