La chiesa d’ebano plasmata dalle fiamme della ribellione a Brașov, vicino al cuore della Transilvania

Pochi edifici possono incarnare il senso ed il significato di un preciso luogo più dei suoi luoghi di culto, espressioni tangibili del senso del sacro, sapiente applicazione delle più elevate competenze tecniche ed ingegneristiche di un popolo devoto. Progetti spesso concepiti in epoche di pace ed abbondanza, poi andati incontro ai tipici risvolti imprevedibili della vicenda storica tangente. Casistica tanto più frequente nel caso delle grandi basiliche o cattedrali dell’Europa cristiana, il cui completamento poteva richiedere oltre un secolo di tribolazioni e progressivi adattamenti. La chiesa che sovrasta il pittoresco centro storico di Brașov, capitale della contea omonima all’interno della regione Rumena di Transilvania, costituisce il caso raro di una creazione sacra diventata, a causa di un evento estremamente preciso nei suoi sei secoli di esistenza, non soltanto simbolo di fede ma nazionalismo ed il coraggio di frapporsi al profilarsi di un ingiusto destino. Quello percepito come prossimo ad imporsi al culmine della Grande Guerra Turca, quando nel 1688 il generale Antonio Caraffa venne nominato governatore di questa regione e marciò in armi fino alle antiche porte della ricca ed orgogliosa cittadina. La che il popolo, asserragliato in armi e chiuso nel vetusto bastione costruito dalla Corporazione dei Tessitori, fece il possibile per resistere alle autorità straniere, di fronte al rischio di obblighi in materia religiosa e la prospettiva di tasse aumentate. L’assedio fu brevissimo, e l’opposizione messa a tacere. Ma l’acredine verso la nuova classe dirigente, per di più reciproca, non poté che aumentare nel corso dell’anno successivo. Fino al tragico episodio, possibilmente interconnesso, dell’incendio scoppiato il 21 aprile del 1689, destinato a coinvolgere un ampio numero di case e costare la vita di circa 300 persone. Disastro le cui fiamme si estesero rapidamente per le vie dell’Ospedale, della Porta e l’intera zona sotto il monte Tampa. Fino al lambire le alte mura ignifughe della Biserica Sfânta Maria, alias Marienkirche causa la sua costruzione ad opera di una comunità tedesca, che per volere del destino o intercessione dell’Altissimo non andò incontro ad un disfacimento pressoché totale. Ma l’alba successiva, di fronte allo sguardo incredulo della gente di Brașov, qualcosa d’incredibile ebbe ragione di palesarsi: le familiari ed alte mura di mattoni ornate con figure in pietra d’arenaria avevano inglobato la fuliggine inclemente di quel vortice di morte e distruzione. Diventando cupe e misteriose come l’oscurità assoluta del momento intermedio, che segue al tramonto della luna e anticipa l’ora dell’alba mattutina.
A partire da quel momento e negli anni a venire, pur andando incontro a formalizzazione soltanto nel XIX secolo, l’edificio fu ribattezzato come Biserica Neagră, la Chiesa Nera, binomio che sembra alludere a sinistri malefici o sconveniente presagi. Impressione in qualche modo supportata non soltanto dai bruciati laterizi, ma anche la forma stolida ed inamovibile del suo progetto architettonico tradizionale. Il che non potrebbe risultare più lontano dalla leggiadria dei suoi interni notevoli, dove si trovano le tre navate più vaste dell’intera Europa sud-orientale. Con giusto un tocco di Barocco, nello stile delle volte, le tribune ed alcuni arredi liturgici di quel vasto e stratificato ambiente…

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Strano viaggio nel bosco che inghiotte il tempo: cosa sappiamo davvero di Hoia-Baciu?

La paura è spesso l’espressione fuori dal controllo di sinapsi che acquisiscono le informazioni fuori dall’anello della razionalità inerente. Si possono temere molte cose: concetti labili, presenze percepite, cognizioni collettive derivanti da fattori non del tutto acclarati. Certe volte può bastare l’atmosfera. In casi alternativi, sono le ragioni di contesto. Come la reputazione folkloristica di un punto nello spazio, alla precisa convergenza di un gruppo di numeri: 46°46′26″N 23°31′19″E. Questo il centro sulla mappa delle leylines, linee che taluni chiamerebbero arbitrarie, proprio qui in Europa, paese dalla lunga storia in merito a superstizioni ereditate ed ingrandite col trascorrere dei secoli dall’orlo esterno del Neolitico fino alla data odierna. Ma è un mito più moderno quello del denso agglomerato di alberi noto come Hoia-Baciu, situato in mezzo a un gruppo di piccole cittadine a nord di Cluj-Napoca, capitale non ufficiale della regione della Transilvania. Zona celebre per i castelli un tempo posseduti dai nobili non propriamente integerrimi dei tempi avìti, incluso il Principe di Valacchia passato alla storia come Vlad l’Impalatore. Storie di vampiri frutto di sapienza popolare ed interpretazione letteraria di vari autori, un po’ come succede per il ricco repertorio di criptidi e mostruosità di vario tipo nelle terre anglofone al di là del vasto mare. Laddove questo è il caso di un fattore alternativo, derivante da precise suggestioni individuali, ingigantite per l’effetto dei media contemporanei, tra cui radio, televisione ed Internet stessa, trasformata per fattori convergenti nel profondo pozzo da cui attingere, cercando storie in grado di attirare un qualche tipo di reazione dalla collettività senza nome. Narrano “le storie” a tal proposito, qualunque sia la loro origine, che in un momento imprecisato un pastore della zona avesse fatto il proprio ingresso nello spazio ombroso con il proprio gregge di 200 pecore, per poi sparire assieme ad esse nell’assenza di alcun tipo di evidenza. Un’impresa davvero inspiegabile, se è vero che Hoia-Baciu nella sua interezza ha la misura di circa 3 Km quadrati, decisamente troppo pochi perché anche un singolo individuo possa sfuggire a una ricerca organizzata di un collettivo anche di media grandezza. Ora non è chiaro lungo l’asse temporale a quando sia databile un tale diceria, contrariamente a quella che costituisce con ampia probabilità l’origine della fama internazionale a cui ascese quel frangente in abbinamento alla foto scattata il 18 agosto del 1968 dal tecnico militare Emil Barnea, durante una normalissima passeggiata notturna tra gli alberi (?) di una luce rossa stabilmente posta sopra l’orizzonte, difficilmente attribuibile a null’altro che un disco volante. O almeno ciò affermò costui, con gravi conseguenze personali. Vuole il corso della storia, infatti, che all’epoca la Romania costituisse parte dell’Unione Sovietica, paese comunista e totalitario dove un qualsivoglia accenno a fenomeni paranormali era equiparabile a manifestazioni di follia o religione, entrambi tendenze discordanti relativamente al regime di stato. Così che egli perse, per sua sfortuna, immediatamente il lavoro ed ogni tipo di credibilità pubblica residuale. Pur permettendo a una vera leggenda del suo popolo, da lungo tempo accantonata, di mettere radici e crescere potente come oscurità che avvolge e soverchia l’essenziale ragionevolezza del senso comune…

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Oh, maestro del poliporo di Transilvania! Degno artigiano del fedora fungino!

Camminando lieve sul tappeto di foglie, udendo augelli che denunciano il passaggio dell’autunno, mentre ombreggiano le foglie i fili di vegetazione sovrapposta, ebbi a chiedermi: non sarebbe forse un ottimo proposito, da ogni punto di vista una gran cosa, se il tragitto dei pensieri intersecasse il mutamento di ogni cosa circostante? Se sinapsi cogitanti nel profondo di tale calotta, più che fredda nella tersa aria delle alture d’Europa, diventassero silvane ovvero parte di quel mondo mai tangibile, sempre selvaggio, così alieno all’urbana moltitudine vociante dell’altrui clamore? Ma il cranio non è mai al sicuro, dalla pioggia, vento e neve, se non è coperto da quel nobile indumento. La cui fonte tende ad essere purtroppo il frutto dell’industria inquinante. Oppure… No.
Amadou è il nome di un antico materiale, che proviene da una fonte che sussiste nell’ambiente privo di persone. Un fungo non del tipo nato in seguito alla pioggia, in timidi anelli semi-nascosti tra le erbe. Bensì fiero ed altezzoso, sopra i tronchi che insistentemente infesta, con le proprie ife che perforano cortecce, come fossero panetti di morbido burro da cucina. E suggendo come un parassita il ricco fluido che giace all’interno, assumono la linfa d’albero facendone benzina per il proprio metabolismo. Tante mensole che crescono, morbide e poi dure in mezzo alla penombra. Ma è nel mezzo tra i due estremi, che diventano il tesoro di chi giunge col progetto chiaro e un appropriato cesto da raccoglitore fungaiolo. Sia chiaro: non con fini alimentari. Giammai possa sembrarvi valida l’idea, di consumare il Fomes fomentarius alias “fungo dell’esca del fuoco” il cui uso come letto di scintille fin da tempi avìti è contenuto in tale nome programmatico, nonché dimostrato dal trasporto in una borsa di quel cavernicolo trovato sulle Alpi Venoste, Ötzi congelato in mezzo ai ghiacci sempiterni della Preistoria. O per meglio dire, uno degli utilizzi possibili, giacché lo stesso Ippocrate, grande medico del V secolo a.C, parlò estensivamente delle sue capacità di arresto ematico, ovvero fungere da bendaggio in grado di arrestare le emorragie. Così come in Cina si era soliti attribuirgli la capacità di allontanare il cancro gastrointestinale, se bevuto in forma di tè. E che dire degli amanti della pesca, che in tempi recenti hanno imparato a farne uso per asciugare le mosche artificiali da usare come esche nei fiumi? Ancorché persista in altri luoghi, l’antica idea che sia perfetto come fonte di un pregiato materiale. Essendo in grado, se trattato con il giusto metodo, di trasformarsi in strisce di cuoio del tutto simili a quelle di provenienza animale. Diventando l’ideale parte costituente di borse, accessori decorativi. Ma soprattutto dei fantastici, distintivi copricapi adatti ad ogni clima e temperatura…

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Il castello in cui venne imprigionato Dracula, posto di confine tra l’ignoto e il moderno

Il fatto che sia mai effettivamente esistito in Transilvania un conte, o voivoda (comandante militare) che non beveva mai… Acqua, è in ultima analisi del tutto irrilevante, quando si considera il potere, storico, folkloristico e culturale, che può accompagnare la leggenda di un bel paio di canini acuminati. Non tanto per la loro capacità di far spillare il sangue dal collo di una vittima designata, quanto per l’implicazione stessa, di un essere che non ha mai avuto realmente bisogno di stringere alcun tipo di patto con il Diavolo, finendo per essere lui medesimo, in un certo senso, il Diavolo stesso. Ovvero Dracul, il gran serpente, colui che solo un santo ed un arcangelo avrebbero potuto costringere ad arretrare, fatta eccezione per Cacciatori armati di strumenti armati con la scienza e il raziocinio dei tempi moderni. Entità già piuttosto rare nel mondo le prime e non ancora esistenti i secondi, quando verso la metà del XV secolo nell’attuale territorio rumeno della Valacchia visse e comandò la figura storica più spesso associata a tale essere, il crudele condottiero Vlad III soprannominato l’Impalatore, per l’inquietante passione che sembrava possedere nei confronti dell’eponimo sistema di tortura e pena capitale. Da lui utilizzato con sadico trasporto per dissuadere i suoi molti nemici, prime tra tutte le armate di saccheggio inviate nel suo territorio per le ambizioni imperiali dei Turchi Ottomani. Uomini duri per un’epoca ancor più spietata dunque, sebbene un tale personaggio sembrasse possedere una reputazione in grado di andare oltre l’umanamente comprensibile ed accettabile, se è vero che nel 1462 Mattia Corvino, Re d’Ungheria, lo fece catturare dai suoi mercenari e imprigionare preventivamente nelle segrete del suo castello. Con ragioni principalmente politiche, tra cui la ferma intenzione a riappacificarsi con le terre situate a Oriente, ma non solo. Più e più volte infatti, il voivoda della Transilvania aveva soprasseduto ai suoi ordini, invadendo e saccheggiando villaggi situati in territorio neutrale. Costituisce dunque una particolare ironia, il fatto che tra tutti i castelli associati cinematograficamente al personaggio di fantasia, associato storiograficamente alla sua figura, il più celebre nei tempi moderni fosse destinato a rimanere proprio quello di Bran a poca distanza dalla città di Brașov, dove Vlad trascorse in prigionia un periodo stimato attorno ai 13 anni, prima di essere rilasciato per tornare a combattere, a patto che si convertisse alla religione cattolica e giurasse nuovamente fedeltà al suo sovrano.
Un luogo forse non tra i più imponenti e visitati siti storici della Romania, ma che proprio per questo fu l’oggetto di una formidabile campagna di marketing a partire dalla seconda metà del Novecento, finalizzata a renderlo il prototipo del classico castello “vampiresco”, inaccessibile sopra il suo zoccolo di pietra, il cui innegabile valore strategico risultava esteriormente subordinato a un senso di minaccia psicologico ed incombente. Sorpasso certamente non semplice, quando si considera il ruolo niente meno che primario posseduto da tale fortezza per almeno cinque secoli a partire dal 1212, quando i Cavalieri Teutonici ricevettero dal loro Gran Maestro l’ordine di costruire una struttura difensiva in legno presso il passo montano che costituiva l’unico ingresso nella regione prosperosa di Burzenland, sotto il comando di un “precettore” locale dal nome riportato di frater Theodoricus. Il cui immediato successore sarebbe andato incontro ad un problema presumibilmente irrisolvibile con la venuta del 1242 dei Mongoli, e la conseguente distruzione del castello. Ma tutti i grandi imperi, al trascorrere di un tempo sufficientemente lungo, vedono il proprio territorio flettersi in maniera esponenziale, e fu così che nel 1377 ritroviamo nuovamente questa zona sotto il controllo di un sovrano europeo, Re Luigi I d’Ungheria, che da ufficialmente il compito alla popolazione sassone di Kronstadt (l’odierna Brașov) di costruire un inviolabile passaggio di confine all’ingresso della Valacchia, che essendo costruito questa volta in pietra avrebbe potuto resistere (strutturalmente) ad un qualsiasi tipo d’assedio. E fu così che la struttura che ancora oggi chiamiamo castello di Bran ebbe modo di prendere forma, ad un risvolto e per bisogni niente affatto sovrannaturali della storia del Medioevo…

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