Ascesa e prossima estinzione del tirannosauro colossale che ha ombreggiato la città dei dinosauri, Drumheller

Gli oggetti che compaiono negli specchietti retrovisori possono sembrare più piccoli di quello che sono, il che può risultare ironico in particolari circostanzi cinematografiche o all’interno di eventuali, per lo più speculativi Jurassic Parks. Anche senza ripescare il canone di serie cinematografiche che hanno fatto la storia, tuttavia, è indubbio che sussistano creature tanto forti e impressionanti, così maestose nella propria propensione ad inviare e spargere il terrore, che le proporzioni contano fino ad un certo punto. Trasformandole, al di sopra di una massa critica, nel culmine svettante del più puro ed assoluto senso di meraviglia. Così come Rodi aveva il suo Colosso, statua in bronzo che voleva dare il benvenuto ai naviganti, gli automobilisti che si spingono verso gli aridi calanchi dell’Alberta orientale, in Canada, si ritrovano ad un certo punto avvezzi a una figura nello skyline che non parla tanto di creazioni architettoniche o pregiate soluzioni ingegneristiche al problema abitativo. Quanto la dinamica tra prede e predatori, ovvero l’implicita ed imprescindibile spietatezza della natura. Adesso come allora, lassù nella Preistoria, prima che il Cretaceo terminasse aprendo il passo all’infinito susseguirsi delle epoche ulteriori. Ed i giganti camminavano, o talvolta percorrevano di corsa, valli e monti di quel mondo dove gli orizzonti si estendevano in assenza di evidenti interruzioni fino al colle o la montagna successiva. Fatta eccezione, s’intende, per le teste dei dinosauri. Dal collo lungo e flessibile, oppur compatto, taurino, sormontato dalla bocca in grado di afferrare e sminuzzare il corpo degli erbivori eccessivamente lenti per poter raggiungere lo stadio successivo dell’evoluzione. Così l’esemplare (a quanto pare) femmina di Tyrannosaurus Rex che è stato ormai da un quarto di secolo il simbolo e l’orgoglio di una simile Drumheller, capitale dei teropodi nel vasto territorio nordamericano, ancora svetta con estetica magniloquenza sopra il prato da picnic e l’adiacente spazio del parcheggio a beneficio degli stanchi viaggiatori, inclini nonostante tutti a risalire quella scala interna, dietro pagamento di un biglietto ragionevole, per osservare il panorama dalle fauci soprastanti. D’altro canto la sua altezza, pari a 26 metri e la lunghezza che ne occupa 46, semplicemente, non conoscono l’eguale. Giacché più simili a Godzilla che qualsiasi tipo di creatura appartenente a tale schiatta, per quanto ci è stato possibile determinare tramite l’applicazione della paleontologia contemporanea. Ma le cose, come spesso capita, potrebbero ben presto sconfinare nell’entropico disfacimento di ogni cosa che in tanti amano e ricordano dagli anni della propria infanzia priva di eccessivi pensieri. Poiché non è facile, o in alcun modo risolvibile dal punto di vista pecuniario, continuare a mantenere operativa un’attrazione simile. Ed è comprensibile che il concilio cittadino ad oggi pensi, con saliente ostinazione, al modo più pratico di chiudere una vicenda che ha oggettivamente ormai fatto il suo tempo…

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Cerchi di pietra in terra cipriota: fango e ricordi nel misterioso villaggio di Choirokoitia

Il momento giunge, in genere, a metà del secondo o terzo giorno che i turisti passano sull’isola di Cipro. Dopo essersi bagnati sulle spiagge dalle acque cristalline di Nissi o Coral Bay ed avendo visitato le Tombe dei Re a 20 minuti di distanza dall’aeroporto di Pafo e le affascinanti rovine residuali dell’antica città greco-romana che portava quell’antico nome, non è insolito seguire il vento indagatore della curiosità storica prendendo posto sul trasporto pubblico, se non noleggiando in modo ancora più diretto un auto o motociclo elettrico tra i molti a disposizione. Così da spingersi più avanti, sulla costa meridionale di questa repubblica mediterranea, tenendosi comunque a ragionevole distanza dal confine con la parte militarizzata a seguito della lunga disputa territoriale con la Turchia. Qui dove al termine di un lungo ed arzigogolato sentiero, costruito con i ciottoli disposti in una lunga scalinata, ci si trova innanzi a un terrapieno il cui contenimento sembra garantito da un muro di pietra costruito a secco, ragionevolmente conforme all’impiego di una qualche tecnica tradizionale. Ciò che colpisce ancor di più, sul profilo di un simile paesaggio, è d’altronde la presenza soprastante di una breve serie di casupole, il cui aspetto sembra quello di piccoli edifici del tutto contemporanei, assemblati tramite copiose quantità di cemento armato. Il che non può trare in inganno, comunque, il visitatore armato di scheda informativa o guida acquistata al duty free, immediatamente incline a porre in relazione tale assembramento di elementi a un’epoca ed un tempo particolarmente remoto: circa 9 millenni a questa parte, nel Neolitico remoto, quando antichi gruppi culturali precorrevano le terre e gesti delle civiltà che ormai ci sono familiari. Giacché Χοιροκοιτία, o Khirokitia che dir si voglia, costituisce il chiaro e distintivo segno di uno stile di vita dimenticato; quello di un perduto popolo di costruttori, avvezzi all’uso di terra battuta dal riconoscibile color grigio spento, capace di confondere le attuali generazioni, inclini a collegarla con altre tipologie di approcci strutturali contemporanei.
Primo punto che merita di essere sottolineato, a tal fine: le tre capanne sopraelevate costituiscono una ricostruzione moderna, tuttavia fedele per aspetto e materiali a ciò che qui è stato possibile contestualizzare, grazie a scavi approfonditi per la prima volta nel 1934 ad opera dell’archeologo Porphyrios Dikaios, quindi proseguiti all’inizio del 1970 e fino all’invasione da parte dei Turchi, verificatosi al culmine delle tensioni politiche di quattro anni dopo. Pochi sono i metri da percorrere, d’altro canto, per poter scrutare con i propri stessi occhi le fondamenta delle originali abitazioni, i muri parzialmente crollati e lo scheletro di strade e sentieri per un insediamento di medie dimensioni, probabilmente in grado di estendersi entro un’area pari 2,5-3 ettari complessivi. Caratterizzato dai suoi ritmi e tradizioni, che tutt’ora vengono costantemente sottoposte a revisioni sulla base dei nuovi studi scientifici pubblicati in materia…

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Il sopraelevato monumento che accompagna i treni a Brighton come un acquedotto degli antichi Romani

All’apice della Rivoluzione Industriale e successivamente, durante la rapida modernizzazione dell’Inghilterra urbana e rurale, i treni furono il motore responsabile di supportare l’ampio sforzo logistico necessario alla consegna di materiali, risorse e componenti pronti all’uso nell’interconnessa rete di progetti operativi dell’industria imprenditoriale. In tal senso essi stessi un risultato di copiosi investimenti, dal quale i promotori si aspettavano un misurabile ritorno, la loro ponderosa preminenza suscitò per lunghi anni un forte senso di diffidenza; difficile, d’altronde, fare a meno di giustificarlo. Ecco una costruzione longilinea, la strada ferrata, che occupa e devasta l’equilibrio del paesaggio. Ed il veicolo capace d’impiegarla, fonte inesauribile di fumo, suoni sferraglianti, inquinamento. Al punto che avvicinandosi alla metà del XIX secolo, l’annuncio lungamente atteso di una ferrovia costruita per collegare la foschia di Londra agli assolati ed accoglienti moli balneari di Brighton fu prevedibilmente accolto con un senso collettivo di diffidenza. Infrastruttura utile, senza alcun dubbio, soprattutto in relazione alla nascente industria del turismo contemporaneo, ma che avrebbe richiesto per il suo completamento la cifra notevole di cinque tunnel e tre viadotti, causa la natura topografica del territorio interposto. Valli e colline, di certo superabili, sebbene limitando il proprio impatto sul paesaggio avrebbe grandemente compromesso l’efficienza energetica ed i tempi di percorrenza. Non propriamente aspetti in merito ai quali gli ingegneri vittoriani fossero inclini a scendere a compromessi.
Siamo nel 1839 dunque quando John Urpeth Rastrick, il responsabile tecnico ed operativo per la linea L&BR riceve la mansione specifica di occuparsi del tratto sopraelevato più esteso, quello necessario all’attraversamento della valle del fiume Ouse, in Sussex, tra i villaggi di Haywards Heath e Balcombe. Una struttura della lunghezza di 450 metri su terreno composto in larga parte da argille, marne e depositi alluvionali. Allorché la strategia di stabilizzazione avrebbe dovuto fare affidamento su una quantità notevole di pilastri, molto larghi ed imponenti, conficcati in fondamenta estremamente profonde. Un vero e proprio disastro, in condizioni normali, per l’integrità visuale del paesaggio, sebbene tra i fautori della modernizzazione ad ogni costo tendesse a sussistere l’opinione diametralmente opposta. Fatto sta che in quel particolare momento storico, l’intento aziendale fosse quello di mettere tutti d’accordo, allorché nel progetto venne coinvolta la figura dell’architetto di origini ebraiche David Alfred Mocatta, già responsabile di due sinagoghe e svariate stazioni ferroviarie tra Sussex, Surrey e Kent. Il cui approccio sostanziale alla questione seguì una serie di priorità per certi versi anacronistiche, destinate a generare un’interpretazione tra le più singolari e memorabili dell’apparentemente semplice concetto di partenza: condurre il contenuto del convoglio, senza ostacoli di sorta, da un punto A ad un punto B, facendolo passare a fino 30 metri da terra…

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La mecca del turismo messicano costruita 60 anni fa grazie all’impiego di un programma computerizzato

Colpiti dal concetto che un sistema totalmente artificiale possa elaborare una poesia, incipit letterario o tradurre una versione di latino, viviamo il nostro periodo storico nella costante percezione di un pericolo pendente, relativo al modo in cui i computer riusciranno presto a “sostituirci” o surclassare “l’anima” del nostro modo di relazionarci con i compiti che servono alla collettività operante. Vige in questo ambito comunque il sostanziale punto di un ragionamento che, sebbene non del tutto erroneo, trova le sue basi in una logica dalle caratteristiche di tipo emozionale. Se è vero che la mente nella macchina ha sempre potuto prendere decisioni di primaria importanza. Ed anzi a dire il vero, fu creata proprio a tal fine. Con l’unico corollario necessario che qualcuno, da qualche parte, avrebbe dovuto dimostrarsi incline a metterne in pratica i consigli. Il 20 aprile del 1970, ad esempio, sulle coste del continente che si affaccia sui Caraibi, un meccanismo elettronico offrì il proprio contributo imprescindibile all’inaspettata fondazione di un’intera città.
Tutto quello che restituisce la penisola dello Yucatan, in effetti, è un persistente senso di profonda antichità. Con importanti siti archeologici diventati i principali punti di riferimento del turismo, tra cui le rovine ricostruite di Chichén Itzá, la grande piramide a gradoni di Nohoch Mul, la rocca costiera di Tulum… Beni culturali collegati al potente Impero decaduto dei Maya, la cui estensione territoriale ha ormai da lungo tempo lasciato il passo a lande largamente selvagge e quasi del tutto incontaminate. Fatta eccezione, possibilmente, per la strada lunga e dritta che percorre in senso perpendicolare il territorio. Giungendo al tratto di costa dove, fin da tempo immemore, avevano vissuto soltanto i rettili assieme a un piccolo villaggio di pescatori. Kàan kun nell’etimologia locale, ovvero letteralmente “Un Mucchio di Serpenti” il che potrebbe costituire un buffo presupposto per un luogo destinato ad ospitare, nel prolungarsi delle decadi ulteriori, il singolo più dispendioso e significativo cantiere edilizio dell’intera nazione messicana. Si trattava, d’altro canto, di un periodo d’ottimismo e avanzamento economico, durante cui persino le attività criminali come il traffico di droga apparivano un sentiero secondario, verso l’acquisizione di un capitalismo di entità paragonabile a quello del cosiddetto Nord del Mondo. E la Banca del Messico, su mandato governativo, aveva ricevuto l’incarico decisamente trasversale di trovare presupposti di efficace sfruttamento per quella che poteva trasformarsi in una risorsa niente meno che primaria per la nazione, così come lo era stata per la Florida dall’altra parte dello stretto mare: il danaroso, propositivo, possibilmente annoiato turista statunitense. Sempre in cerca di avventure ma che fossero, idealmente, costruite su misura per lui…

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