Il 16 ottobre 1972, un piccolo Cessna 310 bimotore con a bordo quattro persone, tra cui il leader di maggioranza Hale Boggs della Louisiana e il rappresentante dell’Alaska Nicholas Begich, si trovava in volo tra le città di Anchorage e Juneau, lungo la costa del più vasto e settentrionale degli Stati Uniti. Non sarebbe mai giunto a destinazione. In un territorio inospitale, climaticamente problematico, largamente disabitato come l’Alaska gli incidenti possono purtroppo capitare. Ciononostante, nei 39 giorni seguenti, un dispiegamento impressionante di 40 aerei militari e 50 civili in un’area corrispondente a 350.000 miglia quadrate, la più grande operazione di questo tipo mai organizzata nella storia, fallì nel ritrovare un qualsivoglia tipo d’indizio o evidenza del disastro, per non parlare di eventuali sopravvissuti. La questione, alquanto prevedibilmente, suscitò l’interesse della stampa a più livelli. Incluso quello sensazionalista, pronto a cogliere tale occasione per dare adito a una vecchia diceria locale. Basata sull’anomalia statistica secondo cui all’interno di un’area geografica di forma triangolare, tra Juneau, Anchorage ed Utqiagvik fossero state documentate un gran totale di 16.000 sparizioni, cifra oggettivamente molto superiore alla media. Commetto alle circostanze piuttosto che orientato alla ricerca di una causa, come nel caso ben più celebre delle Bermuda, vista l’assenza di fenomeni paranormali effettivamente registrati in tale spazio per lo più disabitato. Almeno, fino all’inizio degli anni ’90, quando un ex consulente della sicurezza per una base militare non più esistente nel Kuskokwim centrale, Douglas A. Mutschler, fece sentire all’improvviso la sua voce nel programma radio Coast to Coast AM, dopo aver contattato a mezzo e-mail la rinomata giornalista, teorica del complotto ed ufologa Linda Moulton Howe. Per descrivere in maniera sorprendentemente accurata uno stato dei fatti totalmente privo di evidenze precedenti: l’esistenza di una massiccia struttura, paragonabile per forma e dimensioni alla piramide di Cheope, situata in una zona sotterranea presso il monte McKinley nella zona di Denali. Costruzione, a suo dire, antecedente alla nostra epoca di almeno 200.000 anni, nonché costruita in uno sconosciuto materiale di colore totalmente nero da perdute civiltà, potenzialmente di natura extraterrestre. Approccio senza dubbio anomalo alla questione di presenze aliene su questo pianeta, teoricamente facile da confutare per la presumibile presenza tangibile, nonché facile da identificare tramite l’impiego delle moderne foto satellitari. Se non che, fattore di assoluta rilevanza, il gigantesco manufatto in questione sarebbe stato situato a circa mezzo miglio di profondità, nelle singolari circostanze che avrebbero contribuito, nella narrazione di Mutschler, alla sua imprevedibile scoperta. Strettamente interconnessa a un fatto storico effettivamente accaduto, il test nucleare cinese del 21 maggio 1992, effettuato a Lop Nor nello Xinjiang, di una bomba tra i 600 e 1.000 kilotoni, capace di rilasciare onde sismiche che furono rilevate dall’intera rete dei sismografi globalmente distribuiti. Con un singolo, notevole fattore tangente: la sagoma che lui dichiarò fosse comparsa, con impressionante nitidezza, sugli schermi degli impianti di Anchorage, di un vero e proprio oggetto fuori dal contesto, con la propria forma minacciosamente triangolare…
strano
Pallido fantasma, il fiore della pipa che governa nello spazio tra fungo e radice
Nell’intreccio che costituisce il sottofondo, in mezzo a quel groviglio edificato sul principio degli angoli retti ed archi di circonferenze, foglie caduche ricoprono un segreto spazio affine al regno onirico di un tempo sconosciuto. Ivi morte o vita si confondono e i vampiri, pallidi come la luna piena, osservano col capo chino gli ultimi residui di una pioggia estiva. Cosa simboleggiano gli steli verticali di una pianta come questa? Niente d’ordinario, per l’assenza di qualcosa che comunemente avremmo dato per scontato: non c’è necessità di clorofilla, invero, quando il corso della propria cupidigia viene rafforzato per l’effetto di un sistema evolutivo particolarmente antico. Di colui o colei che prende tutto quello che desidera. Senza restituire nulla in cambio.
Narra una leggenda Cherokee di come al tempo dei primi uomini, non esistesse il desiderio di arrecare danni agli altri. E in quella terra priva di egoismo, le tribù vivessero in tranquillità senza impugnare altro che la sacra pipa usata per i diplomatici discorsi. Questo almeno finché una serie di capi, intenzionati a far fare un passo avanti nella vita ai proprio sottoposti, permisero di andare a foraggiare negli spazi delle altrui pertinenze. Smisero i colloqui, ed iniziarono gli scontri. Conflitti non solo verbali, subito aborriti dal Supremo Spirito che aveva creato le persone, scegliendo suo malgrado di concedendogli il libero arbitrio. Così che Egli, agitando il proprio scettro, trasformò i colpevoli a misura di una pianta, facendo si che la sua forma ricordasse il calumet dimenticato. Per circondare con il fumo di un tabacco eterno gli alti monti e le profonde valli di quelle che oggi definiamo le Great Smoky Mountains. Visitare quel confine tra Tennesse e North Carolina, allora, può costituire un viaggio nelle conoscenze di un’eredità profonda. La cui presenza viene cementata dallo scorgere d’un tratto l’esistenza della cosa stessa oggetto di una simile vicenda: Monotropa uniflora, o il fiore della pipa fantasma, è una vera pianta che sussiste nello spazio sottostante. Imparentata coi mirtilli, europei ed americani, non potrebbe risultarne maggiormente diversa. Per il modo in cui riesce a crescere, non soltanto da un tipo di suolo privo di sostanze nutrienti, ma facendo totalmente a meno di una tale fonte, ed ignorando pure il tiepido lucore della stella terrestre. Bensì affondando le proprie radici con la forma di un ombrello nello spazio interstiziale tra gli arbusti e i loro storici alleati fungini: la rete micorrizica degli apparati radicali, dove ognuno è solito poter contare su una controparte: i porcini ed i castagni, le querce ed i tartufi, i faggi e le vivaci russule con i propri gambi friabili e gessosi. Funghi qualche volta commestibili (la prudenza è d’obbligo) ma la cui sopravvivenza è nella maggior parte dei casi appesantita dalla presenza dello spettro immanente…
Dalle alghe derelitte, dai legni abbandonati, sorgono le sentinelle che l’artista invoca nella palude
Uno dei motivi per non avventurarsi di notte nella Riserva Naturale de Séné, presso il golfo di Morbihan in Bretagna, è che le alghe non dimenticano e in certe condizioni assai particolari, potrebbe capitare d’incontrare la loro personificazione antropomorfa, con gambe, braccia e un volto accusatore nei confronti di colui o coloro che vorrebbero semplicemente metabolizzarne la presenza. E non c’è nulla di mostruoso in tutto questo, per lo meno dichiaratamente, sebbene ancora oggi chi cataloga ed espone le fotografie di un tempo, sia spesso al centro di una serie di commenti dov’è l’inquietudine è il più significativo sentimento. Sarà per l’indiretta associazione con la Creatura della Laguna Nera, sarà perché la comunione tra le piante e il corpo umano avviene in genere soltanto dopo che quest’ultimo, per cause assai variabili, è ormai del tutto transitato a miglior vita. Ma fermarsi per comprendere che cosa tale condizioni implichi, l’aspetto convergente dei fattori di contesto, significa per una volta ribaltare i crismi di una simile vicenda. Capendo chi siano stati gli Homo Algus e cosa, esattamente, volessero servire a comunicarci.
Otto esseri adiacenti, pietrificati manichini dalla sagoma irreale, posti a rispecchiarsi nella piatta superficie acquitrinosa. Di cui due più antichi, già invecchiati all’apice di questa mostra, permettevano d’intuire l’effettiva ragion d’essere della congrega. Nata per l’effetto di una rapida intuizione, avuta a quanto sembra dall’autrice Sophie Prestigiacomo mentre maneggiava alcune alghe nelle proprie esplorazioni fuori dai sentieri più battuti. Là nel mondo della terra oriunda, dove il piccolo può riferirsi al grande e la consistenza di quei gambi e foglie ricordare, in qualche modo meno che evidente, la morbida cedevolezza della pelle umana. E se… Davvero avessero la stessa forma delle sincretistiche evidenze? Se quello che respira, ritornasse in questa guisa, d’individuo naturale in essere, persona nelle forme e al tempo stesso, forza fin troppo tangibile della Natura stessa? Una linea di ragionamento, questa, già studiata nelle opere di quest’artista, spesso create in collaborazione con il suo compagno di vita e collega Régis Poisson, miranti a porre in evidenza una delle più importanti questioni dei nostri tempi: il difficile rapporto tra una coscienza ecologica e il bisogno di anteporre i rapidi guadagni della società vigente. Capitalismo che permette di raggiungere una meta, pur mangiando e divorando le risorse planetarie immanenti: da cui il finanziamento, in parte reperito online, in parte da una serie d’imprenditori locali, finalizzato ad ottenere l’autorizzazione e i materiali necessari a costruire le sei statue restanti (intelaiature di metallo incluse). Era l’ormai remoto 2016, dunque, quando l’opera disposta lungo il percorso della riserva raggiunse l’apice della propria effimera realizzazione. Destinata, come nell’idea di chi l’aveva posta in essere, a degradarsi e ritornare gradualmente al regno della non-esistenza. Fisica ma non mnemonica, a giudicare dalla frequenza con cui testimonianze digitalizzate tendono a spuntare su Internet a 10 anni di distanza. Sebbene pochi, successivamente, sembrino trovare l’interesse di scoprire chi fossero gli autori, e cosa abbiano costruito in tempi più recenti…
Abnorme nel crepuscolo, la mosca della quercia sa di essere il più vorace distruttore della foresta?
Dicono che il sonno della ragione possa dare vita alle creature più temibili, ma che dire, allora, del risveglio? Quando in una calda notte centroamericana, le finestre aperte per lasciar entrare l’aria nella camera del tutto priva d’aria condizionata, s’ode all’improvviso un sibilo potente, simile alla suoneria di un segnatempo digitale. Ma che varia e fluttua nell’ampiezza e intensità, esigendo di essere riconosciuto ed accettato dalla coscienza. Missione più difficile di quanto sembri, dal momento in cui si cerchi di attribuire forma fisica al problema, razionalizzando l’imponente forma nera che si muove in modo erratico tra le rigidi pareti del tranquillo pomeriggio inoltrato. Perfettamente in linea con il profilo sistematico di un animale; fluttuante nera delle circostanze in essere, presenza familiare sui confini metropolitani di San José ed altri simili agglomerati umani. Eppur volendo dargli proporzioni logiche, impossibile da collocare nel suo contesto! Giacché lunga dieci volte tanto e circa duecento volte più pesante. Capace di guardarti coi suoi grandi occhi sfaccettati e chiederti, in maniera implicita se veramente, adesso, pensi di poterti coricare nuovamente sul tuo cuscino.
Magnifica è la Pantophthalmidae, a suo modo, volatrice membra di una piccola e rara famiglia (per nostra fortuna) di ditteri dallo stile di vita e caratteristiche del tutto straordinarie. La cui affinità con rifiuti e marcescenza riesce ad essere meno stretta dei loro plurimi cugini sotto-dimensionati, in forza della propria propensione gastronomica per il più nobile dei materiali: il tronco stesso delle piante in cui trascorrono quasi l’interezza della propria esistenza. Da cui il termine generico impiegato in lingua inglese, di timber flies ovvero “mosche del legname”, sebbene l’effettiva attribuzione di una simile connotazione avrebbe maggior senso con riferimento alle sue larve, bruchi cilindrici con testa corazzata e le mandibole più forti, in proporzione, dell’intero regno animale. Fin da quando, quasi due anni prima, l’uovo schiuso sotto la corteccia ha liberato il suo strisciante contenuto, lontano dalla vista e dall’udito dei suoi potenziali nemici. Pronto a fare ciò che gli riesce meglio: scavare lunghe gallerie di fino a 20 cm di lunghezza, con ramificazioni plurime ed interconnesse, attraverso libro, cambio ed alburno. Gli arbusti attaccati? Querce, il croton dai colori dell’arcobaleno, il sempreverde Hieronyma alchorneoides. Ma soprattutto e con diabolico trasporto, gli alberi da frutto nelle vulnerabili piantagioni possedute dagli umani. Il che tende a costituire, inutile specificarlo, il chiaro esempio di un legittimo problema…



