Un eco della Dacia si è salvato: ricompare l’elmo d’oro a un anno di distanza dall’attacco al Drents

Universale fu il consenso dello scorso ottobre a seguito della terribile rapina da 88 milioni di euro al Museo del Louvre, rimbalzato da un’emittente televisiva all’altra: pochi giorni, o settimane al massimo, costituivano la finestra utile al ritrovamento della refurtiva, prima che i ladri provvedessero allo smontaggio delle gemme e fusione dei metalli preziosi, considerata l’impossibilità di trarre un profitto da oggetti tanto riconoscibili sul mercato della ricettazione internazionale. Qualcosa di simile a quanto affermato, con equivalente enfasi, al verificarsi del caso in molti modi simili presso il museo olandese della città di Assen, le cui porte furono fatte saltare in aria nella notte del 25 gennaio del 2025, onde poter accedere ai tesori in prestito per l’occasione della mostra “Dacia: Impero di Oro ed Argento”. Collezione inclusiva, tra le altre cose, di uno dei manufatti più importanti dell’intero contesto esteuropeo risalente alla tarda Età del Ferro: l’assolutamente insostituibile, straordinariamente iconico elmo decorato di Coțofenești, così chiamato dal nome del villaggio rurale nella contea rumena di Prahova, dove venne misteriosamente ritrovato totalmente fuori dal contesto in mezzo a un pascolo per le pecore nel 1926. Tesoro rilevante per molti motivi, non ultimo il fatto di essere sfuggito per fattori contingenti al grande saccheggio di beni archeologici condotto nella sua nazione dall’Impero russo durante la prima guerra mondiale, con la finalità dichiarata di proteggerli temporaneamente dal conflitto. Senza mai rispettare, al termine delle ostilità, l’originale accordo di restituzione. Imprevedibile è il decorso degli eventi quando sottoposti alle volubili conseguenze della cupidigia umana. Una realtà che si applica alle scelte dei paesi così come quelle degli accaparratori con mere finalità di arricchimento personale. Che rubando al patrimonio dell’umanità intera, tanto spesso finiscono per speculare sul proprio stesso futuro. Considerazione di sicuro pertinente nel caso in questione visto l’arresto, soltanto tre giorni dopo la catastrofica effrazione che aveva portato alla scomparsa di alcuni bracciali d’oro assieme al copricapo, di tre sospetti con le mani vuote a Heerhugowaard, nell’Olanda del Nord. Personaggi sottoposti ad estensivi interrogatori, finanche al tentativo di approcciarne uno con l’identità fittizia di un collezionista d’arte interessato all’acquisto della refurtiva nascosta, mentre a un altro veniva proposta una significativa riduzione delle pena previo contributo al ritrovamento dei beni perduti. Strategie destinatosi a rivelare la propria efficacia, in maniera ad oggi mantenuta segreta, se è vero che lo scorso giovedì in una trionfale conferenza stampa in quello stesso museo Drents l’elmo e due dei bracciali sono stati nuovamente presentati al pubblico da sotto un telo nero al cospetto dei giornalisti e sotto lo sguardo severo dei poliziotti in uniforme per le operazioni speciali. Un occasione per gioire collettivamente e accendere una luce di speranza. Ma anche riguardare indietro, agli errori fatti ed il significato di quanto con tanta leggerezza era stato esposto all’intervento dei propri saccheggiatori…

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Ascesa e prossima estinzione del tirannosauro colossale che ha ombreggiato la città dei dinosauri, Drumheller

Gli oggetti che compaiono negli specchietti retrovisori possono sembrare più piccoli di quello che sono, il che può risultare ironico in particolari circostanzi cinematografiche o all’interno di eventuali, per lo più speculativi Jurassic Parks. Anche senza ripescare il canone di serie cinematografiche che hanno fatto la storia, tuttavia, è indubbio che sussistano creature tanto forti e impressionanti, così maestose nella propria propensione ad inviare e spargere il terrore, che le proporzioni contano fino ad un certo punto. Trasformandole, al di sopra di una massa critica, nel culmine svettante del più puro ed assoluto senso di meraviglia. Così come Rodi aveva il suo Colosso, statua in bronzo che voleva dare il benvenuto ai naviganti, gli automobilisti che si spingono verso gli aridi calanchi dell’Alberta orientale, in Canada, si ritrovano ad un certo punto avvezzi a una figura nello skyline che non parla tanto di creazioni architettoniche o pregiate soluzioni ingegneristiche al problema abitativo. Quanto la dinamica tra prede e predatori, ovvero l’implicita ed imprescindibile spietatezza della natura. Adesso come allora, lassù nella Preistoria, prima che il Cretaceo terminasse aprendo il passo all’infinito susseguirsi delle epoche ulteriori. Ed i giganti camminavano, o talvolta percorrevano di corsa, valli e monti di quel mondo dove gli orizzonti si estendevano in assenza di evidenti interruzioni fino al colle o la montagna successiva. Fatta eccezione, s’intende, per le teste dei dinosauri. Dal collo lungo e flessibile, oppur compatto, taurino, sormontato dalla bocca in grado di afferrare e sminuzzare il corpo degli erbivori eccessivamente lenti per poter raggiungere lo stadio successivo dell’evoluzione. Così l’esemplare (a quanto pare) femmina di Tyrannosaurus Rex che è stato ormai da un quarto di secolo il simbolo e l’orgoglio di una simile Drumheller, capitale dei teropodi nel vasto territorio nordamericano, ancora svetta con estetica magniloquenza sopra il prato da picnic e l’adiacente spazio del parcheggio a beneficio degli stanchi viaggiatori, inclini nonostante tutti a risalire quella scala interna, dietro pagamento di un biglietto ragionevole, per osservare il panorama dalle fauci soprastanti. D’altro canto la sua altezza, pari a 26 metri e la lunghezza che ne occupa 46, semplicemente, non conoscono l’eguale. Giacché più simili a Godzilla che qualsiasi tipo di creatura appartenente a tale schiatta, per quanto ci è stato possibile determinare tramite l’applicazione della paleontologia contemporanea. Ma le cose, come spesso capita, potrebbero ben presto sconfinare nell’entropico disfacimento di ogni cosa che in tanti amano e ricordano dagli anni della propria infanzia priva di eccessivi pensieri. Poiché non è facile, o in alcun modo risolvibile dal punto di vista pecuniario, continuare a mantenere operativa un’attrazione simile. Ed è comprensibile che il concilio cittadino ad oggi pensi, con saliente ostinazione, al modo più pratico di chiudere una vicenda che ha oggettivamente ormai fatto il suo tempo…

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Cimitero del deserto dopo 4.000 anni: pali e navi nella polvere dell’arido bacino di Tarim

Luogo liminale per eccellenza, il deserto rappresenta il tipo tragitto che prosegue lungo l’asse inospitale della Terra, laddove risulta possibile passare, mai fermarsi. Carovane o gruppi di persone inclini all’avventura lo percorrono, tenendo sempre in mente l’obiettivo e ben sapendo come un calcolo sbagliato nella quantità di liquidi e vivande possa essere sinonimo fallimento, stasi e sempiterna silenziosità. Esistono particolari circostanze, conseguentemente, entro cui quel singolare viaggio può essere allungato il più possibile. Quando l’obiettivo è un punto intermedio, sottoposto ad un’approfondita analisi scientifica e situazionale. Così nel 1934, il giovane archeologo svedese Folke Bergman si trovava al seguito di una grande spedizione esplorativa nel deserto asiatico dello Xinjiang, quando gli capitò di recepire un pregno resoconto dal nativo di un villaggio ai margini di quella landa desolata. Un racconto, di quest’uomo di nome Ördek, relativo al surreale avvistamento di qualcosa di bizzarro ed inusitato: decine e decine di pali verticali, alti fino a 3-4 metri, conficcati su una duna di sabbia allungata, emergente dal deserto come un’isola completamente priva di vegetazione. Difficile comprendere il significato di una tale circostanza, ma del tutto impossibile, per una mente scientifica, pensare di lasciare ad altri l’opportunità di approfondirla. Trascorsi i pochi giorni necessari alla preparazione, armi e bagagli al seguito, un distaccamento della compagnia europea raggiunse il sito non troppo lontano dal lago prosciugato di Lop Nur, un tempo una delle oasi più importanti della regione. Qui dove un transitavano le carovane della Via della Seta, il cui repertorio collettivo dei paesaggi indubbiamente aveva incluso, per i suoi percorritori, l’occasione di vedere con i propri occhi un tale antico, mistico distretto dedicato alla conservazione dei defunti. Allorché non ci volle molto, dal punto di vista di Bergman, per determinare la palese funzione di quello che denominò il “cimitero del piccolo fiume di Xiahoe”, dal toponimo cinese 小河墓地 – Xiǎohé mùdì. Un luogo la cui intrinseca natura, mentre veniva sottoposto ad un’analisi adeguatamente approfondita, diventava sempre più complicato da contestualizzare. Qui giacevano difatti i morti di una società sofisticata, dotata di particolari e sconosciuti rituali. Beni di un certo livello di prestigio, tessili ed alimentari, cesti, maschere di legno, tazze, stuoie e stivali. Persino il primo esempio di formaggio mai trovato, prodotto con metodologie paragonabili a quelle dell’odierno kefir del Caucaso. Oltre ai chiari segni ed un’organizzazione a strati della società vigente, dove non tutte i sepolcri erano uguali, dimostrando l’esistenza di almeno una classe dirigente o sacerdotale. Ma forse la scoperta più incredibile era rappresentata dalla forma degli stessi sarcofaghi impiegati per i defunti. La cui forma chiaramente ricordava, nel bel mezzo di uno dei luoghi più secchi di questo mondo, il profilo di uno scafo avvezzo a navigare sulle onde. Incredibile pensarlo: gli abitanti del deserto, per qualche ragione ancora da determinare, erano stati sepolti all’interno di una vasta collezione di barche…

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Creando tunnel con cent’occhi nella roccia che tratteggiano la linea del traforo

Quivi avanza roboante l’imponente testa diamantata, come il verme delle sabbie Shai Hulud, alimentata dal potere inusitato del bisogno. Lasciando indisturbato il sostanziale quesito autorale: se tale mostro letterario e cinematografico mangia soltanto Spezia, o microrganismi delle sabbie come una balena, perché mai dovrebbe emergere affamato alla percezione delle deambulatorie vibrazioni umane?
Pratico è il dislocamento, sensibile il processo di trasformazione, che si trovano espletati tramite la metodologia fondata sull’applicazione della fisica e tecnologia nel campo delle aspirazioni connotate dalla rapida ricerca di un sistema. Oh, l’approccio quotidiano della mente alimentata da quel sacro fuoco, le cui scintille imprimono nell’aria l’evidente dicitura “Voglio, devo, perseguo!” Montagne crollano di fronte all’elettricità, ed antri compaiono dove la terra solida è per lungo tempo stata l’unica dimora di radici profonde e sottili. Ed altrettanto sottilmente approfondita è la maniera in cui lo scavo cresce gradualmente, proseguendo verso il punto al culmine della (sua) Creazione: l’altro lato che pazientemente attende quella massa d’aria E tenebre E il fragore ripetuto dei macchinari. Esiste al tempo stesso la casistica, rara ma non impossibile, che una doppia circostanza sfortunata renda poco pratica tale ricerca di soddisfazione umana? Quando il tunnel da scavare è troppo breve, o insufficientemente esteso, per giustificare il significativo investimento nell’investimento di un simile apparecchio scavatore. Trovandosi allo stesso tempo sotto spazi urbani, beni storici o paesaggi specifici che seve preservare. Ad ogni costo materiale, e al costo stesso di scroscianti ettolitri di necessario sforzo individuale. Allorché si torna ai vecchi metodi e un approccio il quale, in varie forme, esiste fin dall’epoca di antichi scavi praticati all’epoca dei Faraoni. “Perforazione e spacco controllato”, come viene definita nei volumi tecnici, sebbene venga preferita tanto spesso l’espressione anglofona, maggiormente sintetica, di drill & split. Quasi onomatopeica nella propria assonanza, tipica di questo idioma, che allude ad una serie di passaggi frutto di una singola, preziosa consapevolezza: che non importa quanto una solida massa di roccia possa resistere alle forze di compressione dei miliardi d’anni che trascorrono nel mondo sempiterno della geologia; essa resta di suo conto vulnerabile, da quattro a cinque volte tanto, all’applicazione dell’impulso che divide, cui può essere attribuito il termine sui generis di Trazione. Avrete certamente a tal proposito presente il tipico scenario dello scalpellino, che all’interno di una cava o nel contesto più informale di un laboratorio infigge a martellate i cunei ad espansione nel blocco di marmo o granito. Così formando una linea ordinata sul cui estendersi continua ostinatamente a vibrare. Creando la precisa spaccatura che in maniera progressiva poi s’allarga, facendo due, di ciò che un tempo era uno soltanto. Ciò che invece forse non avrete visto, perché sfugge dallo spettro del senso comune, è il metodo con cui lo stesso approccio viene trasferito ad un regime d’utilizzo circolare. Ovvero quello che si applica nella creazione di un sezionamento, tra bocchi cilindrici posizionati in senso traversale. Che l’uno dopo l’altro emergono, in maniera pre-determinata, dalla coda di un serpente filosofico formato dalle braccia e i trapani delle persone…

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