L’unica scoperta in grado di superare quella di un luogo tanto inospitale, così diverso dalla normalità terrestre da riuscire a sfidare l’immaginazione è quella che conferma, nonostante le premesse, la presenza di effettive forme di vita oltre i confini di una tale sfera di pertinenza. Esattamente quanto capitato nel 2010 durante una serie di spedizioni nel bacino cretese di L’Atalante, quando il gruppo oceanico guidato dal professore italiano Roberto Danovaro della Università Politecnica delle Marche tirò a bordo dell’omonima imbarcazione, già responsabile di aver segnato sulle mappe questo sito dall’impressionante concentrazione salina e profondità di oltre 3.000 metri, il proprio dispositivo simile a una benna con il verricello situato sul ponte principale. Per poi sottoporre a studio approfondito il nucleo di carotaggio risultante, scoprendovi all’interno la quantità e varietà prevista di batteri ed archei chemiorganotrofi, nonché una certa quantità di resti appartenenti a piccoli microscopici invertebrati capitati in questi abissi totalmente anossici, dalle circostanze irrespirabili e per questo assolutamente letali. Ma cosa ancor più significativa, finendo per osservare tra alcuni di questi campioni una reazione delle sostanze chimiche di colorazione compatibile in maniera indiscutibile con l’attività biologica di cellule recentemente attive, dimostrando la loro appartenenza a creature che erano in vita nel momento esatto della loro malcapitata cattura. Presenze facenti parte, per essere maggiormente specifici, del phylum codificato per la prima volta nel 1983 dei loriciferi, anche detti portatori di corazza o, in senso maggiormente metaforico, un corsetto incorporato dai processi naturali della loro evoluzione. Predatori voraci, con punti di contatto coi rotiferi comunemente osservati al microscopio, capaci di mescolare la propria fisicità non più lunga di 400-700 μm in mezzo alla sabbia dei fondali profondi, dove sopravvivono e si riproducono senza particolari ostacoli né alcun avversario ecologico specializzato. Sfruttando le caratteristiche particolari di un’anatomia simile ad un tubo: un cono boccale simmetrico con otto creste orali, la testa reversibile detta per l’appunto “introverto” ed un addome corazzato, racchiuso nella custodia cuticolare che dà il nome al gruppo tassonomico rilevante. Ciò che caratterizzava ulteriormente gli esemplari catturati ne L’Atalante tuttavia, appartenenti ai tre generi Spinoloricus, Rugiloricus e Pliciloricus era una modificazione sul piano cellulare che potremmo definire totalmente senza precedenti all’interno del regno animale. Essi risultavano, in maniera quasi impossibile, del tutto privi di mitocondri.
estremofili
Figlio delle tenebre, il piccolo podista che gareggia contro il sole nel deserto del Namib
All’alba della vuota consuetudine, in mezzo alla foschia di un grigio tenue tendente al rosa, le dune si estendevano in un susseguirsi di gibbose preminenze paesaggistiche da sempre prive di un appellativo. Lo sguardo al timido risveglio, in mezzo al freddo che attanaglia, scorge allora una sporgente forma discoidale; cupa, insolita creatura segmentata, le zampe estese a sollevarsi controvento, le mandibole del tutto aperte come fossero una pinza. Difficile capirne le precise proporzioni, vista la collocazione nel surreale nulla delle circostanze avite. Per qualche tempo immobile, il protagonista solitario sembra suggere un qualcosa d’inusitato. Gradualmente, inesorabilmente, il sole sorge sopra l’arido paesaggio e sembra ciò costituire il primo annuncio di un segnale duraturo. Come un masso rotolante, la creatura di colore nero balza rapida in avanti, giù per la discesa del sabbioso declivio. In un attimo sparisce, quindi ricompare. Poi si allinea all’orizzonte, brevemente, prima di ridurre la sua sagoma fino alla virtuale invisibilità per l’occhio dell’osservatore umano. Dopo tutto e nonostante tale propensione alla rapidità inerente, quello scarabeo era un essere dalle proporzioni contenute. 10-15 mm al massimo, ma non per importanza: Onymacris plana, dal latino: zampe-lunghe appiattito.
Convergenza di caratteristiche, quanto fin qui descritto, tale da attirare l’attenzione di generazioni di studiosi interessati al suo stile di vita particolare. Ciò in funzione dell’ambiente, soprattutto, in cui egli prospera e si riproduce, niente meno che uno dei luoghi più inavvicinabili e letali di questo mondo. Namib è il nome del deserto dell’omonimo paese, sulla costa occidentale d’Africa attraversata dal Tropico del Capricorno, dove cadono in media circa 20 mm di pioggia nel corso di un’intero anno. E la temperatura media a mezzogiorno può aggirarsi attorno ai 40 gradi. Nel momento esatto, per intenderci, in cui l’essere citato è maggiormente attivo correndo in cerca di detriti commestibili portati via dal vento, alla velocità possibile di 0,9-1,2 metri al secondo, pari al ritmo di una camminata umana. Ovvero 40 lunghezze corporee, il che vorrebbe dire che se rapportata alle nostre proporzioni, agevolmente corrisponderebbe a 245 Km/h circa. Immaginate allora una creatura che si sforzi per raggiungere l’equivalenza di un’odierna auto sportiva. O anche l’auto sportiva stessa, mandata a quel regime sostenuto sotto il solleone di un simile ambiente assassino. Quanto potrebbe sopravvivere una simile presenza, prima del sopraggiungere del surriscaldamento finale? La risposta che è anche troppo chiara in tali casi teorici, è d’altronde capovolta per quanto concerne lo scarabeo. Che corre a oltranza e non accenna in alcun caso a fermarsi, quasi volesse seminare lungo il suo tragitto l’ombra implacabile della morte stessa. Un’impressione che consente di approcciarsi da un vettore insolito alla verità, come sapevano istintivamente gli scienziati già dagli anni ’80, quando studi preliminari dimostrarono mediante un termometro aghiforme come il calore accumulato dall’insetto non fosse superiore successivamente al completamento di un lungo tragitto disegnato a ritmi rapidi, in mezzo alle sabbie inospitali del suo luogo naturale di appartenenza. Ancorché nessuno avesse mai pensato, prima dell’ultimo anno appena trascorso, di poter riuscire a misurare i gradi del piccolo animale MENTRE era intento a correre tra la cima di una duna ed un’altra…
Nero come un fungo nato a Chernobyl, sotto il segno che indica la fuga del veleno finale
Lama tecnologica che taglia il silenzio, un ticchettio insistente tra le tenebre, ripetitivo, al compiersi di un’epopea incalzante. Muovendosi tra mucchi di macerie, sotto il cielo a chiazze di soffitti parzialmente crollati, segni residuali di un’umanità migrata altrove. Così come qualsiasi altra forma di vita per così dire, “normale”, causa l’insorgenza impercettibile ed ormai datata a quattro decadi addietro, di quel tipo d’inquinamento che può dare luogo a malattie potenzialmente letali. Ma che in luoghi specifici, vicino a quella fonte inesauribile, è in grado di uccidere nel giro di ore, se non minuti. Zero insetti, dunque, nessun ratto, uccello o l’ombra dell’uncino di scorpioni latenti. E di sicuro ormai nessuna pianta, causa la secchezza dell’atmosfera e l’opprimente assenza di luce solare diretta, soprattutto sotto l’ombra dell’unico sarcofago che sia stato mai costruito per accogliere l’intero scheletro di un edificio. Eppure qui nel cupo nucleo della centrale, dove Chernobyl fece il suo meglio fino all’ora dell’imprevedibile catastrofe, qualcosa non soltanto vegeta ma riesce a prosperare. Dimostrando una capacità di crescita notevolmente superiore alle medie rivelate in qualsivoglia differente contesto d’osservazione. Trattasi di un fungo, chiaramente (tutto il resto l’avevamo escluso) appartenente nella verità dei fatti alla più tipica famiglia delle muffe scure in grado di diffondersi all’interno degli edifici: Cladosporium sphaerospermum, dal greco kládos+spórion (spore radificate) e sphaîra+spérma (semi sferici) il cui aspetto in questo ambito specifico pare d’altronde connotato dalla presenza di una caratteristica capace di offrire presupposti di distinzione. Giacché allo scaltro osservatore in tuta protettiva, dotato di appropriata fonte d’illuminazione, la superficie delle incrostazioni apparirà di un cromatismo ancor più cupo della media per tale specie. E questo causa l’abbondanza di un pigmento del tutto affine ai sempre familiari processi di metabolizzazione dell’organismo umano. Sto parlando di nient’altro che la melanina, metabolite secondario che associamo normalmente alla protezione dagli effetti nocivi dei raggi ultravioletti solari. Il che ci porta alla fondamentale, inquietante domanda: se il sole raramente giunge tra queste rovine, quale può essere l’origine di una simile prerogativa situazionale? Al che gli occhi preoccupati, deviando verso il punto in cui convergono le stanze desolate, in fondo a corridoi contorti per l’effetto del trascorrere degli anni, non potranno che guardare all’indirizzo della massa sovrapposta di corium fuso fuoriuscito dal reattore andato incontro alla fusione del suo nucleo centrale. Il cosiddetto piede dell’elefante, origine di un flusso mai cessato di radiazioni alfa, beta e gamma. Cui le ife di propagazione della muffa solitaria tendono costantemente, intrecciandosi in maniera vicendevole come i tentacoli di una creatura mai veramente, né del tutto sopita…
Il maggior inganno del verme diavolo è aver convinto i protisti di essere al sicuro
Del tutto immobile ed inconsapevole questa Terra non è, bensì fluida e mobile, senziente. Una pesante sfera di cosmica essenza, entro la quale, non soltanto in superficie, sussistono presenze. Vita vera e vita pura senza compromessi, piatta, oblunga e serpeggiante. Esseri come la cosa-verme che si aggira silenziosamente, nei meandri sotto i più profondi dei pertugi scavati dall’uomo. È a tal proposito da lungo tempo un fatto acclarato, che la massa collettiva degli animali microscopici situati nel profondo ipogeo possa in via teorica eguagliare quella di ogni agglomerato di cellule che popola le lande illuminate dal Sole e dalla Luna, fin dai tempi della genesi di questo globo rotante. Soltanto fino all’anno 2011, sembrava totalmente logico pensare che a profondità talmente estreme, in assenza di ossigeno e con temperature superiori ad ogni soglia ragionevole, gli organismi in questione dovessero presentarsi come membri della collettività unicellulare, semplici per definizione ed infinitamente predisposti alla resilienza. Se non per la scoperta inusitata, realizzata durante la conduzione di alcuni sondaggi sulla composizione dell’acqua di faglia ad 1,3 Km di profondità presso la miniera d’oro di Beatrix nel Free State sudafricano, avrebbero portato il gemmologo dell’Università di Princeton, Tullis Onstott ad una netta esclamazione di sorpresa mentre allontanava l’occhio dal microscopio. Per aver visto, la dove nessuno avrebbe avuto modo di aspettarselo, del movimento. Con ben mezzo millimetro di lunghezza, l’equivalenza di “aver trovato Moby Dick nel lago Ontario”, pur senza preparazione specifica in materia, egli capì che doveva trattarsi di qualcosa di diverso da un semplice batterio o protista. Una presenza infinitamente più complessa, nello schema generale delle cose, tanto da suscitare presto l’attenzione del collega ricercatore belga Gaetan Borgonie, con pubblicazioni nel campo della zoologia, biologia ed anatomia. Che non ci mise molto a determinare la natura dei resti preservati dei vermi in questione, ormai da tempo transitati a miglior vita dopo esser stati rimossi dal proprio ambiente di provenienza: si trattava di nematodi, ovverosia vermi cilindrici, non così diversi dai loro cugini parassiti nostri coabitanti, capaci d’infestare piante, animali ed occasionalmente anche l’uomo. La caccia per un esemplare vivo, a questo punto, era ufficialmente aperta ed i due iniziarono a visitare diversi siti minerari sudafricani, ove avrebbero raccolto letterali migliaia di litri d’acqua da sei pozzi diversi fino a 3,6 Km dalla luce diurna, mentre ne filtravano ulteriori 150.000 filtranti dalla superficie, per scongiurare la contaminazione dei campioni raccolti. Il che avrebbe portato infine, alla scoperta di un singolo esemplare vivente, a cui sembrò del tutto naturale assegnare un nome particolarmente altisonante: Mefistofele, colui che odia la luce ed ogni presupposto di pietà…



