Tra i flutti del Mar della Cina, i pescatori della loggia che si erge sui confini del tempo

Poco sopra la distesa che riflette il cielo, uno spettacolo si compie a beneficio di Thủy Long, Madre dei Draghi ed i suoi due figli, Cậu Tài e Cậu Quý. Osservato con i giusti presupposti, esso è simile a una danza, mentre il gruppo di persone fuoriesce dalle proprie rispettive capsule di legno e corda, per esporsi coraggiosamente agli elementi. Allorché gli uomini forgiati dal vento e dalla tempesta, aggrappandosi alle linee tese tra un distretto e l’altro, camminano tenendo l’equilibrio più precario immaginabile, quindi allungano le proprie mani all’indirizzo di precisi appigli. Là dove finiscono le cose emerse, e s’inabissa il velo traforato delle fitte reti a imbuto, attrezzi usati per sottrarre al mare i suoi tesori più preziosi. Nessun lembo di terra appare visibile, nessun tipo di effettiva imbarcazione. Solamente gli alti pali conficcati negli abissi, che con fervida osservanza delle tradizioni, sono stati consacrati alla divinità del mare. Pochi riescono a portare a termine un simile lavoro. Senz’altro uno dei più redditizi di tutta la provincia di Cà Mau, presso la punta estrema del Vietnam meridionale. Il loro nome descrittivo è bạn chòi, letteralmente traducibile come “compagni di capanna” e pochi, fuori da quella specifica area geografica, conoscono la narrazione delle loro fiere imprese. Al termine di una continuativa e lunga usanza, strettamente interconnessa al comparto ittico del popoloso delta del Mekong. Il Sông Cửu Long o Fiume dei Nove Draghi, come lo chiamano da queste parti, costeggiato da templi e pagode per la propria intera estensione che aumentano di numero in prossimità della sua foce, terra benedetta del Caodaismo, che crede nelle sacre rivelazioni provenienti dal punto d’incontro tra terra e mare. Senza disdegnare gli stabilimenti di preparazione, confezionamento e spedizione di un prodotto regionale dalla primaria importanza economica: la cosiddetta pasta di gamberi o tôm khô, prodotta con molte migliaia di Metapenaeus ensis o brevicornis, creature celebri per l’impossibilità di essere fatti moltiplicare negli allevamenti. Ed è proprio in tal senso che assume importanza il concetto di una vera e propria barriera filtrante, quella costruita per la prima volta agli albori dell’epoca moderna proprio qui, non troppo lontano dagli insediamenti costieri e poco al di sopra della linea dell’orizzonte. Un po’ come una versione fin troppo tangibile della civiltà futura dimostrata in Waterworld con Kevin Costner, pellicola profetica a suo modo, vista la velocità con cui sprofondano le coste vietnamite in seguito al protrarsi dei fenomeni del riscaldamento terrestre. Il che potrebbe o meno avere effetti sull’antica pratica fin qui discussa. Dopo tutto, sarà sempre possibile impiegare dei pali più lunghi. Nevvero?

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Solenne caramella semovente, dai gesti delle chele che raccolgono il tesoro del suo stesso ambiente

Lontano dal nucleo pulsante della barriera corallina dell’Indo-Pacifico, dove le propaggini di quella città sommersa iniziano ad estendersi in maniera orizzontale, lasciando indietro le alte torri e gli edifici perpendicolari ricoperti dalle incrostazioni sovrapposte, i labridi e i serranidi si spingono talvolta, con le pinne agili che voltano la linea laterale all’indirizzo di possibili, distanti e impercettibili movimenti. È questo il luogo, d’altra parte, dove le forme di vita diventano più rarefatte ed un diverso tipo di creature vaga nel sostrato, in molti modi meno esperte nell’individuare la presenza del pericolo, o almeno questo è ciò che immaginano i pesci portatori della loro implicita quanto inesorabile condanna. Allorché Gomphosus various, riconoscibile per il muso lungo e sottile, che usa come una pinzetta per ghermire granchi e echinodermi, percepisce un movimento tra un groviglio di Dendronephthya, octocoralli dalle ramificazioni interconnesse in un caotico ammasso andante dal rosso al verde, dal rosa al viola. Come alberi o come le siepi, fuoriuscite in qualche modo dalle fiabe delle circostanze, simili distretti offrono talvolta l’occasione, coadiuvata da un particolare metodo d’osservazione, di afferrare l’occasionale boccone imprevisto che migliora l’effettiva qualità della giornata. Temporaneamente assorto, il pesce scruta in mezzo alle propaggini di quel bizzarro mondo. Laddove a sua insaputa la creatura potenziale ha già capito l’esistenza del pericolo e sostando, nelle proprie peregrinazioni di foraggiamento, si è auto-imposta la mansione cardine del proprio vivere incostante: “Diventa il paesaggio, diventa il paesaggio.” Piccolo, coi suoi 2 cm appena di larghezza, il timido crostaceo è ora immobile nella corrente. Il proprio dorso aculeato, irregolarmente ricoperto da plurime chiazze e accenni di detriti, è ora una parte inscindibile della propria esperta personalità vivente. Egli non può muoversi perché non ha gli strumenti per fuggire. Ma possiede il singolo segreto, frutto dell’evoluzione di molti millenni, per passare totalmente inosservato. Preda e predatore sono adesso a neanche mezzo metro di distanza. Il secondo alza e abbassa in modo ritmico la testa, tentando di sfruttare la prospettiva. Eppur nulla emerge con contorni definiti, niente attiva i suoi neuroni per confluire nell’esecuzione del guizzo finale. Nessun assedio, d’altra parte, può durare in eterno: concentrato all’improvviso sul pericolo di stare lì, in attesa, il labride si volta e vaga in cerca di un bersaglio alternativo. Chiaramente, dev’essersi trattato di un errore. Gli errori càpitano, persino sotto il mare. Benché sia meno probabile, nel caso del granchio decoratore Hoplophrys oatesii anche detto candy crab, la cui massa corporea è costituita, nella maggior parte dei moment,i da una parte significativa di quello che con massima concentrazione cerca in ogni modo di diventare…Una caramella?

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Granchio, granchio cornuto della battigia, perché dardeggi svelto sopra la sabbia grigia?

Sono molti gli animali che possiedono un significato simbolico frequentemente citato nell’espressione di un concetto umano. Il cane è fedele, la volpe scaltra, l’orso è forte, l’aquila è libera e il granchio… Uhm, cammina di lato. Quel tipo di deambulazione bizzarra, in qualche modo disallineata con il concetto prototipico di convenienza, che difficilmente si riconcilia con il senso basico della rapidità traslazionale. Superficialmente parlando. Ed in considerazione del fatto che, nonostante la diffusione dei documentari e trattazioni specifiche sia cresciuta esponenzialmente nel corso delle ultime decadi, comparativamente pochi tra i non-specialisti o abitanti del villaggio globale finiscono per interessarsi ad una particolare sotto-famiglia degli Ocypodidae altrimenti detti granchi violisti, visto il possesso di una chela sinistra sovradimensionata utilizzata per difendersi e proiettare il proprio fascino all’indirizzo delle potenziali partner riproduttiva. Caratteristica pur sempre presente benché in modo meno marcato per quanto concerne gli appartenenti al genere Ocypode, con potenziali finalità collegate proprio all’agilità e flessibilità nei movimenti. Osservare approfonditamente alcune delle più grandi tra le 22 specie riconosciute, come l’O. ceratophthalmus così chiamato per la forma dei propri peduncoli oculari (ὀφθαλμός) tanto appuntiti da sembrare corna (κέρατος), risulta essere effettivamente piuttosto complicato, vista la loro capacità di muoversi orizzontalmente ad una velocità pari a 100 volte la larghezza del suo corpo ad ogni sessantesimo di minuto, con dimensioni variabili tra i 30 e 50 mm. Stiamo parlando per chiarezza di un tratto di costa pari a 5 metri al secondo, che una volta portato alla scala umana, corrisponderebbe a 175 m/s o 630 Km orari. Con un richiamo al mondo trasversale dei supereroi, dunque, avendo raggiunto un ritmo superiore alla maggior parte dei record stabiliti dai veicoli a motore fuori da contesti estremamente particolari e più della metà della velocità del suono. Basti aggiungere a questo un tipo di abitudini prevalentemente notturne, oltre ad una considerevole abilità nel mimetismo, per comprendere a pieno la denominazione comune di queste creature come granchi fantasma, qualifica capace di andare ben oltre la mera citazione stagionale nel periodo di Halloween, costituendo una metafora effettivamente utile a cogliere al volo, quanto meno, lo stile di vita e priorità evolutive del piccolo abitante della zona intertidale. Là dove le onde si infrangono, giorno dopo giorno, e tante creature marine vengono trasportate successivamente alla loro dipartita, conducendo i loro corpi ai primi graduali accenni di decomposizione. Che tanto spesso risultano essere gli ultimi, poco dopo che i sensibili chemiorecettori degli scattanti spazzini del vicinato, con le loro zampe acuminate e ben sollevate da terra, possano fiondarsi all’occorrenza del sublime banchetto, mediante l’uso degli efficienti arti massillipedi che prelevano e sminuzzano le carni prima di agevolare l’ingestione. Affinché le spoglie mortali dei pesci, almeno una volta prima di essere restituite al ciclo biologico della natura, possano fare l’esperienza di spostarsi oltre i confini del proprio legittimo ambiente di appartenenza, assumendo tutte le caratteristiche del combustibile a bordo di un’astronave…

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Aragoste arcobaleno, l’irresistibile segreto che deambula nel profondo dei mari

Nell’ideale gerarchia cromatica degli oblunghi crostacei, che vede l’aragosta azzurra come “un caso su 10.000”, quella gialla dieci volte più rara e l’assolutamente eccezionale evento della cosiddetta tonalità di Halloween, in cui l’animale è suddiviso trasversalmente in una metà nera, l’altra arancione, potrebbe sembrar sussistere il letterale coronamento di un simile repertorio, consistente in esemplari dalla variopinta livrea puntinata, le zampe striate, sfumature che vanno dal viola al rosa, all’azzurro, al bianco e nero. Creature fantastiche che quando compaiono sulle affollate spiagge digitali di Internet, raccolgono frequentemente accuse di manomissione fotografica o nei tempi futuribili che corrono, lo zampino dell’intelligenza artificiale. Il che è vero almeno in parte (la prima delle due casistiche) vista la maniera facilmente dimostrabile in cui almeno il 95% delle foto disponibili di simili creature è stata sottoposto ad un processo di iper-saturazione, così da massimizzare i riflessi arlecchineschi di questo ineccepibile dimostratore dell’estro artistico dell’evoluzione. Che contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in funzione della progressione sovra-esposta, non è raro né una mutazione di specie comuni, bensì un membro tra i moltissimi di quella che costituisce una popolazione cosmopolita nei mari del settentrione australiano, l’Indopacifico, il Sudafrica, le Fiji ed il Giappone, a una profondità che raramente supera il 50 metri dal livello del mare. Panulirus ornatus della famiglia dei Palinuridi, in quello che sembra quasi un gioco di parole tra i latinismi, derivando d’altra parte dalla chiara classificazione delle grandi quantità di esemplari tra i 3 ed i 5 Kg che percorrevano, fin da tempo immemore, lo stretto di Torres per andare a riprodursi nel golfo di Papua. Finendo intrappolati, in modo accidentale ma tutt’altro che sgradito, nelle reti dei pescatori discendenti dagli antichi polinesiani. Il che avrebbe portato in parallelo ad imporsi, sulla scena internazionale, la denominazione di aragoste ornate delle rocce, data la loro preferenza per i fondali ingombri di anfratti e nascondigli, dove ritirarsi tra una battuta e l’altra delle loro prede elettive. Principalmente molluschi bivalvi, gasteropodi e piccoli crostacei, il che li avrebbe forniti attraverso lo strumento della selezione naturale di una particolare sensibilità nei chemiorecettori delle proprie antenne al processo di rinnovamento del proprio stesso esoscheletro, così da poter riconoscere i piccoli parenti e prevenire sconvenienti episodi di cannibalismo. Un meccanismo che non salva d’altra parte gli esemplari sub-adulti che hanno recentemente superato lo stato larvale, detti pueruli, dalla sistematica cattura ad opera della moderna industria dell’allevamento in cattività. Che preferisce, soprattutto nelle Filippine e buona parte del Sud-Est asiatico, affidarsi al rimpiazzo sistematico degli esemplari piuttosto che percorrere la strada della riproduzione assistita, all’interno di vasche che comunque non possiedono le condizioni o lo spazio necessari a riuscire nella difficoltosa impresa. Scelta logistica non propriamente sostenibile, come frequentemente avviene nel settore dello sfruttamento dei mari…

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