Al netto dell’intersezione più ideale immaginabile, tra un luogo inospitale per ragioni naturali e fattori antropogenici dovuti a problematici periodi della storia recente, è situata l’isola mediterranea di Gyaros, parte di quel gruppo di accoglienti sponde note come l’arcipelago delle Cicladi. Poco al di là di luoghi come Santorini, Milos e Naxos, tra le perle poste a settentrione di Kea ed Andros. Più piccola di molte altre ed ancor prima di questo, caratterizzata da un aspetto e un’atmosfera nettamente distinta. Giacché Gyaros, dal punto di vista dei residenti in pianta stabile, è del tutto ed irrimediabilmente disabitata. Fin da quando all’epoca del 1974, per la fine di un periodo di dittatura, le grandi carceri in mattoni rossi furono svuotate dai propri ospiti involontari. O per meglio dire, quelli che erano sopravvissuti; ai duri turni di lavori forzati, sotto un sole in grado di spaccare l’abbondante roccia, in un luogo tanto secco, brullo e privo di risorse idrogeologiche, il che portava ad un razionamento non soltanto del cibo, ma anche dell’acqua da bere. Associazione, quest’ultima, particolarmente inscindibile dal concetto stesso di un simile luogo, già impiegata dal secondo secolo d.C. a guisa di luogo d’esilio per i senatori dell’Impero Romano che si erano macchiati di collusione o altri crimini, affinché un’esecuzione pubblica non potesse portare a proteste tra i loro sostenitori. Non che molti avessero particolari dubbi, come esplicitato dallo stesso Tacito, sul fatto che trovarsi abbandonati in questo luogo concedesse un’aspettativa di vita straordinariamente breve. Così da porre l’antefatto eccezionalmente remoto, a quell’associazione culturale che avrebbe infine visto Gyaros battezzata in tempi odierni come Devil’s Island (Νησί του Διαβόλου) per analogia con la Île du Diable della Guyana Francese, tristemente celebre per le condizioni intollerabili in cui venivano tenuti i suoi detenuti, per volere dell’Imperatore francese, Napoleone III. Ma soprassedendo a questa rimarchevole associazione, ciò che colpisce in modo particolare i visitatori di un simile luogo è la totale assenza del tipico silenzio dei luoghi abbandonati. Per la quantità di animali, creature di terra, cielo e mare, che negli anni sono riusciti ad eleggere una simile località a propria stimabile dimora. Laddove nonostante i sopracitati aspetti negativi, nessun luogo è più desiderabile per la natura, di uno che sussiste al netto della brulicante, intollerabile e chiassosa moltitudine… Di coloro che incessantemente costruiscono potenti imbarcazioni. E quindi le conducono nel mare, gettando reti in ogni direzione. Arrecando il danno più terribile proprio a coloro che per le proprie caratteristiche inerenti, sanno intravedere in tale corso degli eventi un’opportunità. Foche che nel tentativo di sottrarre e accaparrarsi parte di quel pescato, finiscono per rimanere intrappolate, o vengono semplicemente uccise dai pescatori…
carceri
Esperimenti sul pruno, pericolosa bevanda vinicola dei carcerati
Nessuno sa esattamente quando, come o da chi sia stata inventata. Risulta tuttavia perfettamente elementare, immaginare il perché: lunghi mesi, anni e decadi trascorse ad aspettare. Che la pena, variabilmente meritata, si esaurisca (in un modo o nell’altro) con la mente vagabonda che si muove tra i diversi lieti giorni di un repertorio d’esperienze oramai smarrito. Pazienza, sofferenza, rimorso. E qualche volta, un transitorio desiderio d’evasione, che può essere più o meno metaforico, ovvero inteso come metodo di far viaggiare via lontano l’immaginazione. E come può essere individuato in tali circostanze, quell’approccio comprovato fin dai tempi antichi, che consiste nell’indebolire temporaneamente i freni inibitori, tramite assunzione più o meno copiosa di particolari sostanze? Alcol, il più antico amico dell’umanità. E come disse una volta qualcuno: come potremmo mai abbandonare un vecchio amico… Costi quel che costi, costi quel costi. Costi quel che costi, splash!
C’è quindi un’associazione stereotipica che tenderebbe ad individuare un simile portale trascendente verso i lidi baccanali tra le tristemente celebri e alte mura del penitenziario californiano di San Quintino, il più antico degli Stati Uniti nonché uno degli ultimi due luoghi nello stato dove sia attivamente messa in pratica la pena di morte. Ottimo pretesto, se vogliamo, perché i suoi detenuti cerchino una valvola di sfogo alternativo, occasionalmente valida, in potenza, per raggiungere in anticipo l’ultima destinazione. Fu presto dimostrata, a tal proposito, la maniera in cui una tale pratica costruisca una linea di collegamento assai diretto con un regno particolarmente problematico e indesiderato. Quello da cui scaturisce, senza alcun preavviso, il letale demone del botulismo, come avvenuto più volte a memoria d’uomo, con occorrenze reiterate di emergenze di gruppo all’interno di questo o quel penitenziario. Ci vuole certamente del coraggio. E intraprendente senso dello sprezzo del pericolo, nonché un certo grado d’autodistruttiva incoscienza, per fare quanto esemplificato in questo video da Alex Ketchum, youtuber del tipo “o la va o la spacca” che inseguendo l’ineffabile drago degli algoritmi internettiani, ha deciso d’intitolare la sua ultima creazione “Ho fatto il vino all’interno del mio WC”. Una locuzione che è anche un programma, come si dice, ed in effetti, questo è proprio ciò che si verifica nel giro dei 4 frenetici minuti (trattasi di sanitario eccezionalmente lindo e candido, per lo meno) durante i quali si ritrova ad esplorare la più rinomata ricetta per fabbricare il pruno, alias hooch, anche detto dall’esterno il vino da prigione statunitense. Una pratica e semplice prova, se vogliamo, del processo naturale di fermentazione secondo cui la frutta marcescente, di tanto in tanto, finisce per inebriare senza conseguenze permanenti i più (s)fortunati membri del regno animale. A patto, s’intende, che le cose vadano per il verso giusto. E tutto venga messo in pratica secondo l’ideale metodologia di partenza…
I cinque tormentati fantasmi dell’alto castello di Mussomeli
A est del fiume Platani, 53 Km da Agrigento, 58 da Caltanissetta, l’alta roccia della storia si erge nel territorio pianeggiante della Sicilia. Ma è soltanto ad uno sguardo maggiormente attento, dal versante occidentale, che una simile qualifica diventa evidente; grazie alla struttura eroicamente abbarbicata, che si staglia contro un orizzonte distante. Una fortezza a tutti gli effetti, straordinariamente rimasta identica al suo aspetto di epoca medievale, causa la difficoltà evidente di eventuali propositi di ammodernamento. Forse un sito, antecedente all’anno Mille, che i sovrani musulmani erano soliti impiegare come piazza forte per le loro truppe di occupazione predominio, ma che successivamente alla riunione del Mezzogiorno per opera dell’antipapa Anacleto II, nel 1130, sarebbe stato trasformato in una semplice cappella religiosa. E tale sarebbe rimasto per tutta la durata del predominio degli Altavilla, degli Svevi e degli Angioini, finché successivamente alla cruenta deposizione di Carlo I, e al conseguente passaggio del nuovo regno di Trinacria sotto lo stemma degli Aragona nel 1296, l’ascendente famiglia dei Chiaramonte, che agevolò questa delicata fase di transizione dei poteri, ricevette la contea di Modica nella persona di Manfredi III. Una carica degna di essere celebrata, immancabilmente, con la costruzione di un castello, per la collocazione del quale l’esperto soldato che aveva preso parte attiva al conflitto dei Vespri, combattendo in un assedio a Lentini, scelse di progettare il più inviolabile castello che l’intera Isola avesse mai potuto conoscere; talmente imprendibile da meritarsi il nome di Nido dell’Aquila e scrutandolo dal basso, non è difficile capirne la ragione.
Lo svettante edificio che sovrasta il piccolo paese di Mussomeli (10.000 abitanti) perfettamente integrato nella roccia al punto che soltanto uno dei suoi lati mostra la tipica muraglia merlata, mentre all’altro lato campeggia la semplice parete scoscesa frutto dell’erosione naturale, mostre le migliori caratteristiche possibili in un luogo del potere costruito verso la metà del IV secolo, tra il 1364 e ’67. Elegante, inaccessibile, ragionevolmente remoto. Egualmente funzionali all’accrescimento dell’imprescindibile, particolarmente irrinunciabile corredo di faccende conformi all’apprezzato titolo di “misteri”. Così che da lungo tempo, successivamente all’abbandono temporaneo del castello per tutto il corso del XV e XVI secolo, gli occasionali visitatori cominciarono a parlare di strane voci, figure evanescenti ed altri simili fenomeni, attribuiti di volta in volta ai diversi fatti storici verificatosi tra queste mura, attingendo molto prevedibilmente dai più tristi, violenti e spiacevoli aspetti dell’animo umano. La prima leggenda, in ordine cronologico, è anche quella più difficile da collocare. Attribuita ad un personaggio chiamato dal folklore popolare unicamente come il principe Federico, nome particolarmente comune in quegli anni in Sicilia per la larga fama del sovrano svevo soprannominato stupor mundi, che aveva fatto di queste un polo culturale e politico dell’intera Europa, si basa su vicende abbastanza improbabili da avvicinarsi ragionevolmente a quelle di una fiaba. Secondo cui il probabile membro della famiglia dei Chiaramonti (ve ne furono parecchi con questo nome) dovendo partire per la guerra su richiesta del suo re, fece murare le sue tre sorelle di straordinaria bellezza Clotilde, Margherita e Costanza all’interno di una stanza del castello con copiose provviste, con l’intento di preservarne la purezza fino al suo ritorno. Se non che, a causa della durata superiore alle aspettative del conflitto, al suo ritorno sarebbe andate a liberarle solo per trovarsi innanzi all’orripilante scena: le amate donne morte di fame, con le scarpe strette tra i denti, nel disperato tentativo di sfruttarle come ultima fonte di nutrimento. Una scena quasi dantesca per le sue infernali implicazioni ma comunque meglio di com’era andato al conte Ugolino, tutto considerato…


