Lattea è la presenza del batrace che protegge con la testa l’uscio della propria occulta dimora

In mezzo ai rami della ceiba, albero gigante che sovrasta la canopia, il pozzo d’ombra che identifica uno spazio vuoto sembra per un attimo riflettere la luce obliqua dell’astro solare ormai la tramonto. Due punti che scintillano e un muso rotondeggiante, iscrizioni cruciformi nel fluttuante spazio ritagliato in mezzo alla natura. Un foro che si allaga, ma non troppo. Spazio irraggiungibile per molti, ma non questa creatura, con gli sferoidali polpastrelli che consentono di aggrapparsi agevolmente sopra la corteccia ed altre superfici verticali dell’antica, indifferente vegetazione. Così ella pratica la sorveglianza, che in quel ripido frangente gli permette di determinare il profilarsi dell’idoneo segno sul girare quotidiano delle ore. Allorché squilla, in lontananza, il verso preventivo del potoo notturno, dal proprio posatoio in una piccola radura della giungla. Ecco, dunque, il segno: Trachycephalus resinifictrix, la rana del latte o degli occhi dorati di Mission fuoriesce con cautela, il dorso ricoperto dalla sua traslucida sostanza azzurrina. Il muco da cui prende il nome, in grado di assumere la funzione di scudo chimico, contro la fame imprevedibile dei predatori. Molti, ma non tutti scoraggiati dal suo gusto fetido e l’implicita tossicità che ne deriva. Così discendendo fino alle dimore degli insetti, la testa capovolta come un misterioso spettro lungo il tronco, l’anfibio non immagina il pericolo che attende. Un grosso esapode color dei teneri virgulti, vicino ai 6 cm che costituiscono la lunghezza complessiva della placida rappresentante, in questo caso, del malcapitato regno delle prede. Mantide silente, immobile assassina, scatto rigido di lame acuminate, al termine di arti sufficientemente forti da squarciare il margine di un’altra vita. Soltanto per un soffio, il rapido baluginio di un balzo, colei che scende riesce a ripararsi in una comoda rientranza. Laggiù dentro l’intercapedine del legno, la testa solida posta ad aderire come un tappo sull’unico foro d’ingresso. Ed un pensiero, per riempirla, solamente: io non fuggo, non frappongo alcun ostacolo dinnanzi all’avanzata del mio nemico. Questo anuro, in questo giorno, può essere il suo stesso uscio. La sua casa è dove il fato tenta in qualche modo d’insidiarlo. Senza aver messo a confronto i pratici fattori sostanziali dell’evoluzione, preventivamente.
Di animali perfettamente adattati alle dense foreste di Brasile, Colombia, Guyana, Ecuador e Perù ne conosciamo molti. Ben pochi, tuttavia, possono vantare lo stesso successo delle rane arboricole, capaci di sfruttare agevolmente il punto di vantaggio dei più ripidi e svettanti arbusti, così come il nutriente brodo degli spazi umidi nascosti nel dedalo delle loro radici vicendevolmente interconnesse. Invulnerabili alle circostanze tranne quelle, sempre pronte a ritornare, di coloro che vorrebbero collezionarle…

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L’intreccio ereditario del passero che occulta le sue uova dentro un dedalo costruito su misura

Frutti anomali che crescono in maniera indifferente sopra salici, pioppi ed ontani. Di color grigio-marrone, la scorza solida e compatta, la forma vagamente simile ad un otre. La cui imboccatura superiore, ripiegata verso il basso, sembra sottintendere l’occupazione interna da parte di una qualche mistica o bizzarra creatura. Teoria che si realizza, all’apice della stagione, quando un cinguettio indistinto accompagna la comparsa dove il ramo incontra quell’oggetto di un uccello lungo una decina centimetri, dalla vistosa mascherina nera che circonda gli occhi intenti a valutare la presenza di un pericolo eventuale. Come il verme della mela, può sembrare, finché il partner della piccola creatura non arriva a fargli visita, con un ciuffo di lanugine ben stretto nel suo becco simile alla punta di una matita. Che accuratamente preme, quindi inizia ad intrecciare sull’oggetto pendulo in base a un qualche tipo di progetto iscritto a chiare lettere nella propria immaginazione. Cosa costruita e non dalla genetica del condominio vegetale che la ospita, dunque, tale massa globulare si agita per pochi attimi nel vento. Ed è allora che la femmina decolla, mentre il maschio dalla colorazione lievemente più marcata, scivolandogli al di sotto, scompare nelle tenebre all’interno.
Tutti gli animali, nel corso della propria esistenza, compiono i precisi passi di un qualche tipo di danza. Questo è quello che s’intende quando viene menzionata l’effettiva “strategia evolutiva” dei loro metodi finalizzati alla sopravvivenza, che può consistere in precise serie di movenze attentamente calibrate nel momento della caccia, per garantirsi la riproduzione o mettere al sicuro le sorti della prossima generazione. Quest’ultima, in effetti, la categoria entro cui figurano i Remizidi, famiglia di passeriformi con esempi negli ecosistemi dei tre continenti del Vecchio Mondo. Ciò sebbene qui da noi, per antonomasia sia comune riferirsi ad essi per il tramite del cosiddetto pendolino eurasiatico (Remiz pendulinus) il cui nome descrittivo fa riferimento, per l’appunto, alla forma notevole di quel notevole e del tutto impenetrabile rifugio per la nidiata. Una costruzione tanto solida, in effetti, che nel XVI e XVII secolo esistono attestazioni in paesi dell’Est Europa di madri umane che recuperato il volatile costrutto ne avevano lievemente adattato la forma, così da utilizzarlo a guisa di pantofole per i propri bambini. Circostanza, quella della predazione e cattura da parte di noialtri, difficilmente scongiurabile da chi costruisce in bella vista i propri sistematici capolavori. Nella ragionevole certezza, parimenti, di poter soprassedere alla furtività, riuscendo a fare affidamento ad un diverso tipo di contromisure situazionali…

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La longevità del Ficus banyan, città di tronchi nata da un singolo essere vegetale

Dopo il grande evento cosmico noto come agitazione dell’Oceano, messo in atto da Dei e Demoni alla ricerca del nettare sacro dell’immortalità, numerosi tesori emersero dalle acque senza tempo dello Kṣīra Sāgara. Tra questi, due di estrema importanza per la sopravvivenza dell’umanità: la mucca dell’abbondanza Kamadhenu, e l’albero dei desideri esauditi, Kalpavriksha. Entità figlie della natura capaci di provvedere, in assoluta autonomia, all’intero fabbisogno di cibo e riparo dei discendenti di Manu, il primo abitante della Terra, costituendo in ottima sostanza i due fattori originari di un ecosistema autosufficiente. Così il grande bovino accudiva e nutriva ogni creatura in grado di muoversi su quattro o due zampe, mentre l’arbusto accoglieva in mezzo alle sue fronde uccelli, insetti e serpi striscianti. Se d’altra parte in merito all’identità biologica del primo abbiamo poche informazioni, a parte il possesso forse metaforico di ali ed una grande coda di pavone, in merito al secondo le credenze popolari hanno puntato il dito nel corso dei secoli verso una grande varietà di piante. Presenze verdeggianti come la palma tala (Borassus flabellifer) in Tamil Nadu o il baobab (gen. Adansonia) nello Harivansh Puraan, sebbene il credo induista in senso trasversale abbia da sempre coltivato l’effettiva associazione di quel tronco all’impressionante arbusto del banyan, alias Ficus del sub-genere Urostigma, detentore in epoca moderna di una larga quantità di record nei cataloghi del Guinness dei primati. Il più ampio, il più pesante, il più longevo, il più coprente, vista la capacità di coprire una superficie pari a 4-5 ettari, sovrastata da una chioma da diametro di 400 metri nel caso eminente dell’esemplare custodito presso i giardini botanici di Acharya Jagadish, vicino Calcutta. Non propriamente un caso unico ed irripetibile, quando si prende atto di svariati esemplari notevoli disseminati entro ed oltre i confini nazionali, di un tale arbusto pluri-secolare eletto non a caso come simbolo nazionale sia dell’India che dell’Indonesia. Costituendo nei fatti uno degli alberi maggiormente imponenti e significativi delle regioni tropicali interessate, soprattutto per la sua capacità di fornire cibo e riparo per un periodo stimato di fino a 600 anni (benché la scienza ne abbia dimostrati al massimo 250-300) contribuendo nel contempo alla stabilizzazione del suolo umido sottoposto alle devastazioni dei monsoni stagionali. Destino di benevolenza, nei fatti, che giunge a palesarsi dall’esecuzione di un principio generativo non propriamente altruista. Potrebbe stupire a tal proposito l’associazione dell’albero alla nozione fondamentale nelle religioni Buddhista ed Induista di non nuocere ad altri esseri viventi, quando si considera la sua origine di pianta parassita: rappresentando il bayan, nei fatti, un esempio tipico di Ficus strangolatore, capace di trarre giovamento nelle prime fasi della sua esistenza dall’appoggio al tronco solido di una pianta ospite e del tutto inconsapevole. Finché crescendo ed espandendosi, non la sovrascrive in modo pressoché totale, un destino simile a quello riservato alla stragrande maggioranza dei propri rigogliosi vicini…

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Provata l’esistenza di scintille che compaiono sopra le cime degli alberi mentre infuria l’impeto del nubifragio

Osserva, viaggiatore, il fosco fronte che si addensa sul paesaggio della valle. Umida è la cappa di quei nembi, timido lucore che sparisce nell’alba. Qui convergono gli astrusi sentimenti, le ansie della vita circostanti alla vicende di ogni giorno; ho chiuso le finestre? È sgombra la mia caditoia? Quanto è probabile che io riesca nei più prossimi momenti, Tlaloc piacendo, a rintracciare la salvezza di un ombrello? Ma è quello il tragico momento in cui un crepitio diffuso inizia ad essere lontanamente percepito, mentre cantano le rocce come un sibilo potente. E l’aria si avvalora di un tremante flusso dei suoi principali movimenti. Allorché la mente-rettile riesce soltanto a pronunciare il significativo susseguirsi di fonemi: “Temporale! Al riparo!” La pavidità della salvezza è d’altra parte alternativa preferibile. Quando si rischia di restare esposti alla saliente convergenza dei fattori, che riesce a dare un senso avulso alle accertate percezioni della fisica pregressa. E il sacro fuoco brucia ma non arde, sulla cima delle foglie che si stagliano contro il grigiore del profondo Nulla, vuoto inquietante.
Esordisce a tal proposito la narrazione che divulga il contenuto: “Abbiamo sempre saputo che esistevano. Ora ne siamo certi.” Riferendosi con scopo emozionale ad un fenomeno studiato nel corso degli ultimi due anni da Patrick McFarland e colleghi della Pennsylvania University, la cui mancanza di approfondimenti precedenti è nei fatti diametralmente opposta alla sua diffusione capillare in ogni singola pertinenza vegetativa del nostro mondo. Una diretta risultanza del processo d’interscambio di cariche elettriche, che consegue senza falla ogni qual volta si verifica la formazione dei cumulonembi. Ove piccoli cristalli di ghiaccio, al vicendevole strofinamento, spingono l’impulso negativo verso la base della nube. E gli elettroni positivi ancor più in basso fino a terra, costituendo l’altro capo del dipolo più comune ed imponente. Verso l’ora in cui la differenza non risulti troppo grande. Creando ciò che ha lungamente costituito il segno della sovrumana iracondia ovvero il fulmine divino, arma imprescindibile del Sommo Zeus. Ma le cosa possono mai veramente dirsi, a conti fatti, tanto nette nel proprio principale metodo di palesarsi? Questa è la domanda che potrebbe porsi lo scienziato indagatore, innanzi all’importante percezione dei modelli. Secondo cui le tipiche membrane cellulari delle piante, per propria implicita natura, permettono la conduzione di una tenue dose di corrente. Allorché proprio quest’ultima, in determinate condizioni, può iniziare a splendere di luce propria dando un senso ad infiniti miti folkloristici ed antiche leggende. Le condizioni, dunque, sono le seguenti…

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