Il classico processo di deduzione esemplificato sul piano della cultura popolare dal personaggio letterario di Sherlock Holmes, secondo cui: “Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità” non è in realtà poi così utile sul piano scientifico, poiché si basa sull’assunto che soltanto un numero preciso d’ipotesi possano essere applicate al problema di turno. Come mai potrebbe, l’investigatore, affermare con certezza di aver eliminato ogni soluzione “impossibile”? E cosa indica precisamente l’appartenenza di un particolare tesi a tale ambito, piuttosto che quello contrapposto? Il che non toglie come in determinati contesti, la forma mentis in tal senso definita possa giungere a costituire un funzionale punto di partenza. Per cercare un punto d’accesso, verso l’effettiva comprensione di fattori inusitati. Come quando nel recente 2023, un team di biologi guidato dal ricercatore Jay Storz dell’Università del Cile a Valdivia, s’imbatté in una serie di piccoli corpi presso la sommità dei vulcani andini Salín, Púlar e Copiapó, ad un’altitudine media di 6.500 metri. Lassù dove, in altri termini, ogni forma di vegetazione complessa lascia il passo ad erba rada e licheni tossici trasportati dall’energia dei venti, l’ossigeno diventa rarefatto al pari di quello che circonda la carlinga di un aereo di linea e l’escursione tossica raggiunge dei valori estremamente ostili alla vita. Tanto da rendere in linea di principio del tutto impossibile l’esistenza autonoma di tali roditori appartenenti al noto genere Phyllotis, noti per le grandi orecchie, il pelo fulvo e la lunghissima coda. Dando adito alla spiegazione, già offerta in precedenza tra gli anni ’70 ed ’80, che scoperte simili da parte degli esploratori andini dovessero in qualche maniera risultare collegate alla tradizione Inca della capacocha, rituale religioso per placare la natura culminante con la morte indotta mediante assideramento di bambini o altre vittime designate. Immaginando uno scenario in cui i suddetti topi potrebbero essersi trovati ad accompagnare le spedizioni, piuttosto che un’aggiunta occasionale all’eccidio religioso da parte degli spietati sacerdoti del tempo. Peccato solo che, grazie agli avanzati strumenti di datazione al carbonio del XXI secolo, Storz stesso non avrebbe tardato a dimostrare un decesso per gli animaletti almeno successivo all’anno 1955, ovvero molti secoli dopo il declino pienamente comprensibile di quell’antica usanza. Come erano giunti dunque i topi fin lassù, e perché? Soltanto il confronto incrociato con i multipli avvistamenti menzionati precedentemente di piccoli e scattanti esseri, mai identificati fino a quel momento, avrebbe finalmente permesso d’intravedere l’effettiva verità. Di un tipo d’animale vittima di predazione su più fronti all’interno del suo vasto e montagnoso areale, incline a spingersi più in alto finché in grado di trovare potenziali fonti di cibo. Fino a raggiungere le vette totalmente inesplorate, da qualsiasi appartenente al consorzio delle creature complesse del nostro vasto, e tanto spesso sorprendente pianeta…
topi
Occhi tondi spuntano tra le radici da cui sorge l’architetto sotterraneo degli altopiani
Ai margini delle nebbiose radure, dove il suolo sale obliquamente lungo le pendici degli antichi pendii di Bale, un confronto eterno si dipana in mezzo all’erba ed i bassi cespugli. Una lotta per la sopravvivenza che non è tra il piccolo ed il grande, come potrebbe sembrare. E neppure tra lo svelto ed il guardingo. Ma piuttosto il mondo sotterraneo e ciò che lo sovrasta immantinente, la dorata piattaforma il cui lucore è la grandiosità riflessa, delle argentee nubi e l’astro che ogni cosa illumina sulla cospicua Terra. E ogni creatura? Quasi sempre. Questo ben comprende il lupo dell’Etiopia (C. Simensins) canide più che altro affine, nonostante il nome, a una grossa volpe o uno sciacallo di colore rosso. La cui sopravvivenza endemica è condizionata, soprattutto, dal rispetto di precisi ritmi prossimi all’orario del mezzogiorno. Quando i roditori di un siffatto luogo, che non dormono in inverno, sono inclini a foraggiare tra le basse chiazze di Alchemilla abyssinica, di cui va ghiotto. Come fossero gli erratici puntini di un cangiante meccanismo. Di cui l’incastro più importante, ovvero il piatto preferito, ovvero quello che costituisce oltre il 90% dell’apporto calorico per il carnivoro in questione, null’altro può essere che Tachyoryctes macrocephalus, il ratto talpa “dalla testa gigante” che da un punto di vista evolutivo, sembra essere del tutto incline a guadagnarsi il suo nome. Ancor prima di vederlo, puoi sentirlo. Fino a 2.600 coppie di mandibole operose, i denti rossi per il ferro che contengono, impiegati per tritare e frantumare la terra. Tanto che si narra quanto arduo possa risultare camminare in questi luoghi, dove la superficie sembra sprofondare ad ogni passo, verso i piani sovrapposti di quei dedali profondi. Complessi come fossero dei formicai, costruiti in proporzione da creature lunghe circa 30 centimetri e del peso di 930 grammi. Ciascuna di esse, un’isola, fatta eccezione per il periodo riproduttivo. Poiché a tali topi piace, più di ogni altra cosa, essere i signori del proprio castello.
Buffi, alieni eppure stranamente dignitosi. Mentre sorgono dal velo polveroso e scosso, come fossero la testa di un sottomarino. Le cui proporzioni sembrano dettate da un esempio di efficace convergenza: avete presente, a tal proposito, il pesce delle pozze noto con il termine di saltafango? Gobide atipico e capace di acquisire ossigeno fuori dall’acqua, la cui prerogativa è quella di restare immerso nella sabbia del bagnasciuga. Gli occhi tondi e posti in posizione preminente, sopra un muso tondo che gli dona un’espressione assorta. Ecco allora il suo collega sorvegliante. Quadrupede la cui conformazione cranica è un sistema lungamente collaudato, per emergere senza doversi rassegnare. Al tragico destino di costituire, sfortunatamente, l’ottimo bersaglio del suo nemico…
Il gruppo dei topossum si arricchisce di una nuova specie, fantasma equilibrista dei paesaggi andini
La vita ad alta quota tende a presentare delle regole precise, in merito ad isolamento termico, capacità di migrazioni stagionali, furtività per evitare l’attenzione di volatili e degli altri predatori. È perciò piuttosto sorprendente che nel corso di una spedizione verificatasi esattamente sette anni fa, la ricercatrice del Cal Poly di San Louis Obispo, Silvia Pavan e i suoi colleghi siano riusciti a catturare una creatura simile ad un’altitudine di 2663 metri, dove l’aria inizia ad essere rarefatta e le risorse ecologiche a disposizione presentano una distribuzione estremamente precisa. Lassù tra le montagne del Parque Nacional del Río Abiseo, Peru dove un certo tipo di vegetazione cresce rigogliosa, con l’occorrenza globalmente rara di foreste nebulose in grado di captare l’aria proveniente dall’Oceano Pacifico, rilasciando lentamente rivoli che riforniscono il flusso idrico dei fiumi sottostanti. E sopra questi rami, adesso lo sappiamo, si aggirano dei piccoli animali onnivori che sembrano dei topi, ma non lo sono. Che appartengono all’infraclasse dei marsupiali, ma non posseggono alcun tipo di tasca per contenere i propri nuovi nati. Il che costituisce, inerentemente, un indizio in merito al grado prossimo di parentela, con una creatura decisamente più comune nell’immaginario collettivo, il bizzarro eppure familiare opossum statunitense della Virginia. Di un didelfide si tratta, effettivamente, ed in particolare di una versione sensibilmente più piccola di tale gruppo di animali, con l’olotipo della nuova specie misurante appena una lunghezza di 10,7 centimetri esclusa la coda di altri 16, ed un peso complessivo di 21 grammi. Esponente dell’ampiamente noto genere dei Marmosa, diffuso dall’America Centrale fino a Perù, Brasile e Bolivia, con numerose specie distinte dalla notevole capacità di adattamento ma più limitata inclinazione alla conquista di territori. Ancorché gli opossum, di regola, siano poco inclini all’attraversamento dell’equatore, non sarebbe poi così difficile immaginare un adattamento perfettamente riuscito di simili creature al territorio messicano o ancora più a nord. Ma per meglio definire ciò che rende unico l’oggetto dello studio pubblicato dalla Dott.sa Pavan, successivamente ad un lungo periodo di comparazione genetica e morfologica durato fino a giugno di quest’anno, sarà opportuno a questo punto presentare le caratteristiche inerenti di questa interessante genìa arboricola di terre lontane…
Un guizzo nel torrente montano: la preziosa storia dell’ornitorinco europeo
Colonizzata in ogni angolo e modificata fin dai tempi antichi per accogliere gli umani e dare spazio alle loro esigenze, l’Europa è il regno non così selvaggio di mammiferi largamente simili tra loro: piccoli mustelidi, qualche timido ungulato, i pochi orsi e/o lupi rimasti in remote valli fluviali o montane. Poche tracce della biodiversità tipica degli altri continenti sopra e sotto l’Equatore, sebbene molte delle linee di discendenza possano essere remotamente ricondotte ad antenati comuni. Con pochissime, ma estremamente significative eccezioni. A cosa potrebbe mai davvero assomigliare, a tal proposito, il Galemys pyrenaicus, desman o rat-trompette non più lungo di 25 cm, originario della cordigliera situata sul confine tra Francia e Spagna? Con un’altra specie simile, sebbene grande il doppio e appartenente a un genere tassonomicamente distinto, individuabile nel Desmana moschata della Russia europea, che abita negli elevati torrenti degli Urali, oltre a svariati affluenti del Volga e del Don. Creature con la simile abitudine di dare la caccia a larve d’insetti ed altri invertebrati subacquei, un compito per il quale l’evoluzione sembrerebbe averlo attrezzato con notevole perizia. Trovandoci effettivamente innanzi, in entrambi i casi, a creature composite degne di un illustratore medievale dalla fantasia particolarmente sviluppata: con una parte posteriore simile ad un ratto comune, fatta eccezione per le zampe palmate adibite al nuoto, mentre quelle anteriori dotate di artigli lo rendono effettivamente simile a una talpa scavatrice, laddove la caratteristica ed articolata proboscide ricorda, in modo superficiale, il muso tipicamente rappresentativo di un toporagno. Sebbene l’efficacia sensoriale della stessa, molto più grande anche in proporzione e fornita di mobilità eccellente, si trovi letteralmente all’apice si quanto il mondo animale abbia saputo produrre, soprattutto dal punto di vista della percezione tattile dei movimenti delle sue microscopiche prede. Ciò grazie alla presenza in quantità preponderante delle cellule specializzate note come organi di Eimer, delle papille innervate dalla precisione eccelsa e coadiuvata, nel presente caso, da un giro di vibrisse alla radice di tale organo tanto caratteristico ed importante per la sopravvivenza del piccolo predatore. Completa la dotazione un organo di Jacobson o vomeronasale, calibrato per la percezione di una gamma di odori e sostanze chimiche che noialtri non potremmo neppure cominciare ad immaginare. Il tutto facente capo ad un sistema cognitivo in alcun modo inferiore a quello degli intraprendenti topi domestici ed urbani, capace di permettergli la decodificazione di segnali complessi, la memoria delle forme, la deduzione finalizzata ad individuare possibili fonti di nutrimento…



