C’è una strana sensazione che accompagna l’utilizzo della celebre “Funi” come chiamano la funicolare in questi luoghi, mezzo preferito dai turisti (e non solo) per raggiungere la cima di un’alta collina carica d’importanza storica e situazionale. Là dov’è situato il centro antico con la splendida cattedrale di San Nicola, il museo d’arte, gli edifici delle pregiate residenze nobiliari e il polo storico dell’Università locale. Più che un senso di vertigine o coinvolgimento nella progressione verticale, alcuni potrebbero chiamarlo essenzialmente un… Odore. Olezzo soprattutto percepibile nei mesi estivi, che deriva dalle condizioni pratiche che portano al funzionamento di un suddetto ausilio al transito veicolare. Che ormai da 127 anni trae la propria forza motrice, caso più unico che raro, dal fluido imprescindibile che nasce dall’assembramento di una certa quantità di gente, superiore al numero specifico di qualche dozzina. I terribili torrenti di acque nere. Scorrevole ed incontenibile, tale il flusso, dei copiosi mari di liquami!
Esiste d’altro canto il caso in cui un insediamento ragionevolmente popoloso, andando incontro all’espansione progressiva dei propri confini, possa ritrovarsi dislocato per il tramite di un dislivello topografico di un certo tipo. Quel punto di confine impercorribile, simile ad un baratro o un dirupo, al di là del quale potrà continuare a estendersi nel susseguirsi ininterrotto dei distretti adiacenti. Come una ferita dunque, barriere naturali possono impedire alle persone di mescolarsi. Il che può essere visto come desiderabile, in determinate circostanze: allorché la città cosiddetta “alta” riesce a contrapporsi ad uno spazio sottostante che diventi il preferibile appannaggio dei possessori di risorse meno significative, in spazi o ambienti scevri di quell’atmosfera intrisa dell’inconfutabile munificenza, che in campo urbanistico proviene dal decoro ed attenzione alle finiture di pregio. Questa era sostanzialmente la libera città svizzera di Friburgo, da non confondere con quella omonima della Brisgovia tedesca, destinata a crescere in maniera significativa nel XV secolo, con il suo ingresso nella Confederazione Elvetica in quanto esportatrice di bestiame, legno di foresta e prodotti tessili quali la lana. Ma soprattutto il posizionamento strategico a vantaggio dei commerci controllati essenzialmente da una popolazione di circa 50 famiglie dei cosiddetti Patrizi, situati ai vertici della società locale. Allorché divenne pienamente naturale che questi ultimi costruissero le proprie ampie dimore in modo pressoché esclusivo presso l’altopiano della Ville Haute, sovrastando in questo modo gli ampi spazi della valle del fiume Sarine, dove si trovava la Basse-Ville del popolo plebeo che idealmente rispendeva dall’accecante luce di coloro che abitavano lassù, distanti. Eppur non è possibile, in simili situazioni di ravvicinata convivenza, immaginare che la divisione si perpetui in modo consistente nella progressione quotidiana dei momenti.
Il che avrebbe condotto, dall’inizio dell’epoca moderna dei trasporti, all’installazione di un qualcosa che fosse migliore di qualsiasi scala o irto sentiero dai molteplici tornanti. Una strada ferrata che potesse funzionare senza nessun tipo elettricità o Corrente. Tranne una, in effetti…
Jacopo
Il volo sacro dei Totonachi, rituale millenario capovolto tra il cielo e la terra
In principio, vigeva l’indeterminatezza. Condizionato dalla situazione meteorologica che non poteva controllare, né realmente prevedere, l’agricoltore dei territori mesoamericani non poteva fare altro che subire i problematici risvolti di un ambiente totalmente disinteressato ai fondamentali bisogni della collettività umana. Così le grandi piogge, le inondazioni, le devastazioni dovute a sciami periodici di cavallette e i lunghi periodi di siccità venivano accettati come un semplice fattore imprescindibile dell’esistenza, non importa quale costo avessero in termini di vite dipendenti dai prodotti della terra per il proprio effettivo sostentamento. Ciò almeno finché in un giorno ormai nascosto dalle nebbie del tempo, non iniziò a venire praticato il culto religioso di un dio particolare: Tláloc capace di apparire a guisa di giaguaro, farfalla o serpente. Ma sempre ornato dai lunghi artigli e lingua biforcuta, segni tipici di un’entità vendicativa ed affamata di sangue. Lo stesso frate domenicano Diego Durán, tra i primi europei a lasciare una testimonianza scritta sulla civiltà e le usanze degli Aztechi, raccontò nella metà del XIX secolo la vicenda del principe Ezhuahuacatl, che per richiamare la misericordia di quel crudele monitore, sacrificò se stesso dopo essere salito sopra un palo dell’altezza di 36 metri. Dal quale, senza esitazione, si lanciò impattando rovinosamente contro il suolo del selciato sottostante. Metodologia per molti versi laboriosa, per non dire impegnativa, dato non soltanto il costo in termini di vite ma anche la difficoltà di trovare, ad ogni palesarsi di un periodo di magra, individui di sangue nobile disposti a porre fine prematuramente alla propria individuale esistenza. Da cui diversi popoli limitrofi, nonché gli stessi discendenti degli antichi Mexica, provvidero ad elaborare nel corso dei secoli diverse soluzioni alternative, non tutte necessariamente culminanti con il tipo di episodi cruenti normalmente associati alle pratiche dei loro insigni predecessori. Tra i quali il più fantastico e profondamente memorabile, nonché preso ad esempio dagli antropologi di tutto il mondo, è senz’altro la cerimonia sacra dei Voladores, depositari di una vocazione alquanto inaccessibile, il cui punto culminante era la separazione della mente dalla paura di cadere. Per poter trionfare nel superamento, in maniera rutilante ed ammirevole, al concetto stesso di esseri legati a limiti ed aspettative fisicamente conformi.
Cos’è, d’altronde, la gravità o il senso di vertigine di fronte a tutto questo? Per la maniera in cui un albero attentamente selezionato, normalmente della specie fruttifera dello zapote chico o sapotiglia (Manilkara zapota) veniva abbattuto e privato sistematicamente dei suoi rami. Per venire trasportato nella piazza degli insediamenti, dove una buca appropriatamente profonda avrebbe permesso di erigerlo in maniera perpendicolare al suolo. Affinché un gruppo attentamente addestrato di cinque danzatori potesse risalirlo fino a quell’angusta sommità distante. Da cui quattro di loro avrebbero, tramite l’impiego di altrettante corde, messo in scena l’atto che più di ogni altro può servire ad evocare l’idea e l’immagine di alati testimoni ricoperti da magnifiche ed iridescenti piume. Il volo a testa in giù, naturalmente…
Eltz, la rocca grigia sopra il colle appartenuto ad una singola famiglia per 35 generazioni
Per secoli le tre casate dei Büffelhörnern (Corna di Bufalo) dei goldenen Löwen (Leoni d’oro) e silbernen Löwen (Leoni d’argento) si sfidarono nella costruzione del più forte, nobile e splendente castello. Ampliando progressivamente le ali della propria avita dimora, costruendo alte torri, perfette merlature, geometrie concepite per creare la perplessità tra le schiere in armi dei nemici maggiormente agguerriti. I loro cortili profondi come valli nel paesaggio, racchiusi tra edifici dall’intelaiatura rossa in grado di compenetrarsi e lasciar penetrare strali confluenti nella forma sostanziale di traslucidi ed inconoscibili fantasmi. Ciascuno dei costrutti caratterizzato da un particolare modo di cercare soluzioni, avvicendare i pratici risvolti, Romanico o Gotico, fino all’eclettismo del Rinascimento, così da mettere in rilievo un differente tipo di decorazioni in grado di massimizzare la visibilità dei propri stemmi sopra barbacani, masti e beccatelli. Ciò che forse non sarà scontato, in quanto certamente raro fuori da quel particolare ambito geografico e contesto culturale pregresso, è la maniera in cui essi convivessero cionondimeno all’interno di un singolo, tentacolare castello. Ganerbenburg: la condivisione tra i diversi rami di una discendenza. Capace di proteggere in maniera collaborativa gli stessi interessi territoriali, competenze feudali e sudditanza dei vassalli sottoposti ad un’autorità destinata a durare più di otto secoli. Quella che fu situata al culmine, almeno a partire dall’anno mille, del passaggio del fiume Moselle tra Koblenz e Trier, nella Renania-Palatinato della Germania occidentale. Un luogo di foreste e corsi d’acqua, impraticabili montagne e luoghi fuori dai sentieri più battuti, comunque utili a costituire l’invincibile scudo di un territorio strettamente interconnesso, fin dai tempi più remoti, all’esercizio del potere umano. Fin da quando successivamente alla conquista da parte dei Franchi, questa particolare zona sullo zoccolo sopraelevato venne data in amministrazione a Luigi il Pio, signore sotto l’egida di Carlo Magno, che ivi edificò un’ampia magione patronale dalle palizzate collocate strategicamente. Sarebbe occorsa tuttavia una significativa progressione degli eventi, affinché tale struttura potesse fregiarsi a pieno titolo del nome di un vero e proprio castello. Quando l’intera regione dell’Eifel, ormai da tempo controllata dal Sacro Romano Impero, rientrò formalmente in un censo dei possedimenti di Federico Barbarossa, stilato nel 1157. Ed è assolutamente incredibile pensare come, dopo tutti questi anni, l’edificio principale si sarebbe unicamente arricchito di ulteriori ali e protrusioni addizionali, senza mai vedere demolita o abbandonata alcuna delle proprie plurime, labirintiche ed immense sale…
Ascesa e prossima estinzione del tirannosauro colossale che ha ombreggiato la città dei dinosauri, Drumheller
Gli oggetti che compaiono negli specchietti retrovisori possono sembrare più piccoli di quello che sono, il che può risultare ironico in particolari circostanzi cinematografiche o all’interno di eventuali, per lo più speculativi Jurassic Parks. Anche senza ripescare il canone di serie cinematografiche che hanno fatto la storia, tuttavia, è indubbio che sussistano creature tanto forti e impressionanti, così maestose nella propria propensione ad inviare e spargere il terrore, che le proporzioni contano fino ad un certo punto. Trasformandole, al di sopra di una massa critica, nel culmine svettante del più puro ed assoluto senso di meraviglia. Così come Rodi aveva il suo Colosso, statua in bronzo che voleva dare il benvenuto ai naviganti, gli automobilisti che si spingono verso gli aridi calanchi dell’Alberta orientale, in Canada, si ritrovano ad un certo punto avvezzi a una figura nello skyline che non parla tanto di creazioni architettoniche o pregiate soluzioni ingegneristiche al problema abitativo. Quanto la dinamica tra prede e predatori, ovvero l’implicita ed imprescindibile spietatezza della natura. Adesso come allora, lassù nella Preistoria, prima che il Cretaceo terminasse aprendo il passo all’infinito susseguirsi delle epoche ulteriori. Ed i giganti camminavano, o talvolta percorrevano di corsa, valli e monti di quel mondo dove gli orizzonti si estendevano in assenza di evidenti interruzioni fino al colle o la montagna successiva. Fatta eccezione, s’intende, per le teste dei dinosauri. Dal collo lungo e flessibile, oppur compatto, taurino, sormontato dalla bocca in grado di afferrare e sminuzzare il corpo degli erbivori eccessivamente lenti per poter raggiungere lo stadio successivo dell’evoluzione. Così l’esemplare (a quanto pare) femmina di Tyrannosaurus Rex che è stato ormai da un quarto di secolo il simbolo e l’orgoglio di una simile Drumheller, capitale dei teropodi nel vasto territorio nordamericano, ancora svetta con estetica magniloquenza sopra il prato da picnic e l’adiacente spazio del parcheggio a beneficio degli stanchi viaggiatori, inclini nonostante tutti a risalire quella scala interna, dietro pagamento di un biglietto ragionevole, per osservare il panorama dalle fauci soprastanti. D’altro canto la sua altezza, pari a 26 metri e la lunghezza che ne occupa 46, semplicemente, non conoscono l’eguale. Giacché più simili a Godzilla che qualsiasi tipo di creatura appartenente a tale schiatta, per quanto ci è stato possibile determinare tramite l’applicazione della paleontologia contemporanea. Ma le cose, come spesso capita, potrebbero ben presto sconfinare nell’entropico disfacimento di ogni cosa che in tanti amano e ricordano dagli anni della propria infanzia priva di eccessivi pensieri. Poiché non è facile, o in alcun modo risolvibile dal punto di vista pecuniario, continuare a mantenere operativa un’attrazione simile. Ed è comprensibile che il concilio cittadino ad oggi pensi, con saliente ostinazione, al modo più pratico di chiudere una vicenda che ha oggettivamente ormai fatto il suo tempo…



